È Natale

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Comincia sul finire del mese di Novembre, quando per le strade balugina una luminosità diversa e tu ancora non capisci.
Poi stani la prima vetrina inghirlandata di led bianchi, e capisci: è Natale. No, ancora ce ne vuole, per carità.
Ma ti stupisci che ci risiamo. Che, nonostante gli attentati, i femminicidi, i lanci del ciccione dell’Est,  le minacce  del biondone dell’Ovest, i migranti , la povertà assoluta, ci risiamo!

Per un mese e passa vedremo il mondo a colori, le vetrine ricche di addobbi, le strade piene di gente alla ricerca del regalo più bello (e possibilmente cheap), il mondo contento, che prepara nelle case alberi decorati d’oro e d’argento, Babbi Natali rossi che passeggiano bonari, e musiche di Dean Martin, Frank Sinatra e zampognari nostrani, sotto megamazzini imprigionati in cubiche corazzate di lucine violette, che, chissà come, ti fanno pensare ad Alcatraz, Sing Sing o a una misteriosa, agghiacciante astronave aliena di cui, chissà perché, nessuno si preoccupa!

Eccoci, dunque, che la festa cominci: tutti obbligati, nonostante non ci sia un beneamato nulla da festeggiare. Abito nuovo? Non ci sono soldi.
Si va a cercare tra i vecchi abiti quello che, magari rinfrescato da un  qualcosa con paillettes alla scollatura, si indosserà per il cenone. Si strombazzeranno tra famiglie irrinunciabili inviti a destra e a manca, esortazioni a riunirsi, a ritrovare l’amore dimenticato – e  anche le liti e i nodi psicologici irrisolti - e chi se ne importa se nessuno ci crede e alla sola idea di rivedere lo zio Michele ci si appalla. È il Natale!

Per più di un mese reciteremo un copione vecchio di secoli, una finzione scenica di gioia e d’amore, di luce e colore che  resiste in cartellone più di qualunque altra pièce generata da mente umana.

Ma perché, dico perché, ci siamo inventati questa festa della pace?

Pensa e ripensa, eccola la risposta: ma perché è il gesto più antico di bon ton della storia!

Dobbiamo, almeno una volta ogni tanto, presentarci come festanti ed eleganti agnellini  al salotto della vita. Se per tutto l’anno siamo egoisti, noncuranti, cinici e cattivi, dobbiamo pure far vedere che le buone maniere le conosciamo e che, come ci si comporta nelle grandi occasioni, lo sapremmo, e alla grande.

Fare i buoni non ci piace, non sempre, almeno.
Ma sappiamo cos’è l’amore: e allora via con la recita annuale, che dimostri a noi e al Padreterno che  la bontà ci appartiene!

Ipocrisia? No, perché?

Come ogni gesto di bon ton, esibisce il desiderio disperato di bellezza che, in fondo in fondo, cova per davvero  in ognuno di noi….

Auguri!

Quando la barca va...

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Due chiacchiere di Bon ton

“Quando la barca va...”

Così teneramente cinguettava, decenni fa, una cantante a pagnottella: piaceva tanto ai nostri nonni, che noi – sprezzanti ragazzi di allora - definivamo “matusa”. I matusa erano fans accaniti anche di un altro cantante, ugualmente a pagnottella, che sbracciandosi gorgheggiava “Binariooooooooooo”: in fondo in fondo un tenerone anche lui... A noi, adolescenti o poco più, duri e puri, da poco folgorati dalla rivelazione rock, i cantanti piacevano magri, anzi tutt’ ossa, sgraziati, dinoccolati e disarticolati, disordinati e malvestiti, con vaghe suggestioni di non lavato.

Gli originali venivano dagli USA e dall’Inghilterra, e si chiamavano Elvis Presley, Rolling Stones. Ne avevamo di nostrani, si chiamavano Celentano, Rita Pavone.. Noi, che i matusa definivano con disprezzo “ capelloni”, (perché a quei tempi un ragazzo col capello corto e scalatura a macchinetta non lo trovavi manco all’Equatore) noi li chiamavamo “urlatori” e andavamo in delirio , dimenandoci in twist e rock e shake, per i loro gridatissimi e trapananti deliri. Eravamo in divisa: le ragazze in minigonna e lunghi lisci capelli, i ragazzi in jeans-maglietta e capelli lunghi, fino alle spalle e oltre, non importa come, ricci, lisci, arruffati, a onde, purché spettinati.

In Italia ci fu la guerra civile: da una parte i giovani armati di chitarra, dall’altra i matusa in per noi ridicoli gessati grigi e capelli freschi di barbiere, o abitini blu - le femmine- col giro di perle e gli orecchini a clips ugualmente di perle, i capelli corti a laccatissime impeccabili ciocchine. Mamme e nonne contro figlie, padri e nonni contro figli. Generazioni in lotta, insomma. Per ragioni di look? Non solo: dietro c’era tutta una rivendicazione sociale, politica, ideologica. Cosa volevano i capelloni? “Un mondo migliore...”, cantavano: un mondo senza formalità , senza ipocrisia, senza guerra, solo “peace and love”, pace e amore, un mondo libero e buono, insomma. “Figli dei fiori”, li chiamavano. Perché s’identificavano con la natura tutta, vegetale, animale, umana: pensate che suggerivano di mettere i fiori pure nei cannoni....

Oggi - sono passati quasi cinquant’anni – non ci sono più matusa e capelloni. Sono tutti giovani, anche i matusa , colorati e ritoccati come si deve e straordinariamente longevi . Solo che camminiamo tutti su cocci di vetro, o, se preferite, su una bolla di sapone, pronta a disfarsi e a esplodere in qualsiasi momento. Nessuno contesta più nessuno perché nessuno ci crede più. A cosa? Ma a un mondo migliore, no?

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