Priscilla attende...

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Da che ho richiuso la porta di casa dietro le mie spalle, saranno passati dieci minuti.

Gliene concedo ancora cinque per il doveroso squillo di ringraziamento…..Ancora non ve l’ho detto, ma tra le pieghine del tovagliolo di pizzo ho infilato il mio biglietto da visita, per rendergli i movimenti più facili: altrimenti, povero Cristo, come avrebbe fatto a rintracciarmi? Perciò mi accomodo sul divano, posiziono il cellulare vicino al cordless del telefono fisso (non si può sapere cosa riterrà più appropriato, se chiamarmi a casa o al cellulare), allungo le gambe in posizione di apparente distensione, e attendo… In casa impera un silenzio sfondato, i telefonini sono vicinissimi, io sono prontissima per il balzo di acchiappo al primo segnale. Dimenticavo! Mi sgancio dal polso l’orologio e lo depongo in grembo, per una più immediata visibilità delle lancette. Cinque minuti, ho detto. Passano. Il silenzio perdura. Un vago presagio di allarme comincia a insinuarsi tra il diaframma e la bocca dello stomaco, come un senso di vuoto… Non avrà gradito? Tremo. Ma subito il mio “salvapriscillla” personale nervosamente si attiva. “Insomma – mi rimbrotta- come fai a essere così cretina? Ti telefonerà certamente, ma solo d
opo averlo gustato, il ciambellone. Se no come fa a dirti che sapore ha e come mai quel retrogusto di zenzero, e come mai sei così brava e dove hai imparato, etc…?” Il mio prezioso “salvapriscillla” ha proprio ragione! Il tremito si placa, il senso di vuoto anche…

Divinamente serena, mi alzo dal divano, dove lascio religiosamente al loro posto i due telefoni e anche l’orologio, per scaramanzia.

Metto musica? No, potrebbe coprire la suoneria. Televsione? Idem.

Ripiego su un libro che ho in cominciato a leggere da qualche giorno, uno dei finalisti all’ultimo Premio Strega, che ti racconta come vivevano gli intellettuali ai tempi del fascismo…Interessante. Mi risvacco sul divano, a debita vicinanza nei confronti dell’area telefonica, e mi lascio prendere dal racconto…per un po’ leggo senza distrarmi, anzi dimenticandomi del contesto. Per un po’.

Dopo circa mezzora – così dicono le lancette del mio orologio – di nuovo un presagio di allarme comincia a insinuarsi tra il diaframma e la bocca dello stomaco … Stop lettura. Sono deconcentrata. Sto calcolando quanto mai ci può volere a mangiare una fetta, anche grande, di ciambellone. Che diamine! Mezzora!? Ma allora se lo è mangiato tutto! Non è possibile! Mi riprende il tremito, anche il languore. In più sudo freddo e un orribile pensiero si fa strada tra le mie ansie: si sarà offeso!!! In fondo lui mi ha fatto una visita medica, seppure veloce, e mi ha anche dato da bere la medicina.

Coi prezzi correnti, vogliamo dire centocinquanta euro? Duecento? E io con cosa ho pagato? Con un dolce fatto in casa del valore materiale di venti euro al massimo? Venticinque? Dio! Come ho potuto? Disperata, affondo nel silenzio sempre più sfondato dei sensi di colpa. A fatica, ormai tra le lacrime, odo il mio “salvapriscillla” personale. “E quanto sei fifona! – sbuffa – ma come fa uno a mangiare un dolce a quest’ora senza un tè, un caffè? Ci vuole più tempo per prepararsi una merenda!” Mi rianimo un poco. “ E se poi avesse deciso di mangiarselo dopocena, il tuo dolce, eh?”incalza ultra seccato.

Ha ragione lui! Mi placo di nuovo. Per quanto?

 

Priscilla e i primi passi

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Io ero tachicardica, ricordate? Ho suonato al cardiologo, ho spiegato, mi ha fatto entrare, mi ha auscultato e concluso: “Stia tranquilla. E’ solo un po’ d’ansia!” Ha riempito a metà un bicchiere d’ acqua, Vi ha versato due goccine . Mi ha fatto trangugiare il tutto. Sto meglio. Sorrido. Chiedo : ”Quanto debbo?” e lui “ Assolutamente nulla”, sorride. Poi mi porge il suo biglietto da visita, e fa “ Mi chiami, se ha bisogno di qualcosa!”, l’incauto. Io arpiono come nulla fosse, infilo in tasca e sorridendo esco dalla porta che lui mi ha prontamente spalancato, alitando: “Allora a presto, grazie…” Mi sembra che la sua espressione si sia fatta perplessa, ma io sono lungi dal capire alcunché. Mentre riguadagno il mio appartamento, odo suon di campane e cinguettii d’uccelli, che manco nel bosco di Biancaneve. I miei passi gravitano a una decina di centimetri dagli scalini che via via perigliosamente discendo. Apro la porta di casa ed entro danzando, nella testa questa volta il valzer della Bella Addormentata, per poi abbattermi sul divano in un’estasi sognante…Vedo azzurro ( è il colore dei suoi occhi). Dura un bel po’. Quando finalmente mi riprendo, comincio a pensare a come fare per incontrarlo di nuovo. Mi apposto sulle scale per vedere a che ora esce e a che ora rientra? Mi faccio riprendere da un altro attacco di urgentissima tachicardia? Oppure?…ma sì! Se uno ti fa un favore, si ringrazia, no? Con nonchalance, è questione di bon ton… Due salti, e sono in cucina: riunisco farina, zucchero, uova, cioccolato, lievito, lavoro il tutto quanto serve, Faccio colare l’impasto nella formina “ciambellone per single” che un’amica non so se proprio spiritosa mi ha regalato tempo fa. Sempre a passo di valzer, apro lo sportello del forno già caldo, faccio scivolare all’interno lo stampo,
chiudo, carico il timer e poi.. ( misteri della psiche) mi scateno sulle note di “Mamma mia”, che per me è il più bel ritmo per danzare che esista! Gli Abba sì che sapevano il fatto loro!! A proposito, vi ho già detto che ho visto il film e il suo sequel non meno di una decina di volte, di cui due al cinema e il resto a casa, con liberatorio scatenamento danzante davanti alla TV??? Che esperienza, ragazze!

Posso consigliarvela? Meglio della migliore benzodiazepina mai inventata! Ballando ballando, il tempo passa e il timer trilla. Mi precipito,apro il forno, ne tiro fuori il dolce, che mi sembra dorato al punto giusto, e lo pongo a riposare su un piano di marmo. Che fare? Recapitarglielo così rovente? E’ eccessivo, temo, anche se testimonierebbe al meglio la pronta fattura casereccia del dono. Aspetto che s’intiepidisca, lo sformo su un bel piattino bianco adorno di un tovagliolino di pizzo, e parto.

Chissà se sono le scale in salita? mi è tornata la tachicardia… Arrivo al piano giusto, suono il campanello ed eccolo lì, il mio dio greco, questa volta in maniche di camicia e ancora più sexy , che spalanca la porta e rimane stupefatto, imbolsito, di fronte alla mia immagine di signora con dolcetto…
”Ancora lei?”, fa con tonalità indecifrabile. E io, sapientemente timida, sbatto le ciglia e mormoro :” Dovevo pur ringraziare…”, mentre gli tendo il piatto che lui prende con movimenti al rallentatore, senza una parola, continuando a fissarmi ipnotizzato. “Arrivederci a presto!”, gli dico, con un sorrisino di devastante innocenza, accompagnato da plurimi batter di ciglia. Volto le spalle e mi avvio a scendere. Non si è mosso. Sono già davanti alla mia porta e non ho ancora udito chiudersi la sua! Sarò stata troppo precipitosa? Forse inopportuna? Mah!!!

Sai che ti dico? Come diceva quella gran fica di Rossella ‘O Hara in “Via col vento”, “Domani è un altro giorno!”

Priscilla tachicardica

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Carissime, forse non ve l’ho ancora detto, ma io vivo in  un piccolo appartamento di uno dei quartieri più antichi della capitale, ex pop, oggi rivalutatissimo sul mercato internazionale. Un mix di anziani d’epoca, dialetto genuino e menefreghismo imperiale, e giovani e meno giovani d’oltralpe, d’oltreoceano, ansiosi di farsi stregare dal fascino della storia. Mah!

A me piace molto, tutto movida la notte, tutto parolacce di giorno. Nel mio palazzo abitano in gran parte vecchietti simpaticissimi e veraci, più il portinaro Benedetto, novantenne, che, se vuoi, ti racconta di quando i tedeschi, durante l’ultima guerra, sono entrati armati a razziare ebrei o a stanare cospiratori antiregime… E proprio mentre sono lì che converso con Benedetto su quest’ultimo argomento, vedo entrare dal portone un tizio alto, biondo, spalle erette e petto in fuori, molto style, sul metro e novanta, giornale sotto il braccio e occhialini da intellettuale. Non giovanissimo, abbastanza giovane, diciamo. Mai visto prima. Aplomb impeccabile in abito fumo di Londra. Armani? Forse…                                                                

Si avvicina, saluta e passa oltre, imboccando le scale. Non posso non riconoscere di essere rimasta un tantino stranita, straniata, stupita e soprattutto incuriosita: mai avevo visto una genìa così compatibile coi miei gusti sul portone di casa mia. Ed ecco che mi scopro tachicardica. Che sarà mai? Non mi preoccupo, ma non perdo tempo a rifilare all’orecchio di Benedetto l’irrinunciabile domanda sull’identità  del distinto signore: “E’ un medico, un cardiologo mi pare. Si è trasferito qua da pochi giorni”.

La tachicardia aumenta, ma non mi trattengo dall’imperversare: “Famiglia?”, esalo, sempre nell’orecchio di Benedetto, mentre sento che da questa risposta dipende la trasformazione da tachicardia a infarto del mio povero cuore impazzito… ”No!Solo”, fa secco Benedetto, con la sicurezza dell’informatore, pardon, portiere navigato. Sento che la notizia fa bene alla tachicardia, che rallenta un attimo per poi riprendere più vivacetta quando saluto Benedetto e, avviandomi  per le scale, constato che non c’è più ombra di lui davanti a me!  

E che è?  Vola? La tachicardia non accenna a placarsi, Nonostante tutto - abito al primo piano -  apro, mi precipito in cucina e mi verso una tazza di caffè ancora caldo dalla moka di stamattina, svaccata su sedia e ancora fibrillante. Contrariamente a ogni logica, mi sento meglio, e comincio a ragionare: “Dunque abbiamo un nuovo condomino, bello, intellettuale, cardiologo, solo!!!”                                                                              
Poi cambio obbiettivo del mio ragionamento: “Cosa sarà stato questo attacco di cuore, così, all’improvviso?”, mi preoccupo.                          

“E’ un cardiologo, ergo , bisogna che mi faccia immediatamente controllare!” Deduco con lucida logica cartesiana. Un attimo, e sono sulle scale, salendo di piano in piano a controllare le etichette dei portoni. Eccolo qua, dott Eraldo Soffiati, cardiologo, III piano.

Mi butto? Non mi butto? Decido: mi butto, anche se la diagnosi la so già: colpo di fulmine fu!

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