Quando la barca va...

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Due chiacchiere di Bon ton

“Quando la barca va...”

Così teneramente cinguettava, decenni fa, una cantante a pagnottella: piaceva tanto ai nostri nonni, che noi – sprezzanti ragazzi di allora - definivamo “matusa”. I matusa erano fans accaniti anche di un altro cantante, ugualmente a pagnottella, che sbracciandosi gorgheggiava “Binariooooooooooo”: in fondo in fondo un tenerone anche lui... A noi, adolescenti o poco più, duri e puri, da poco folgorati dalla rivelazione rock, i cantanti piacevano magri, anzi tutt’ ossa, sgraziati, dinoccolati e disarticolati, disordinati e malvestiti, con vaghe suggestioni di non lavato.

Gli originali venivano dagli USA e dall’Inghilterra, e si chiamavano Elvis Presley, Rolling Stones. Ne avevamo di nostrani, si chiamavano Celentano, Rita Pavone.. Noi, che i matusa definivano con disprezzo “ capelloni”, (perché a quei tempi un ragazzo col capello corto e scalatura a macchinetta non lo trovavi manco all’Equatore) noi li chiamavamo “urlatori” e andavamo in delirio , dimenandoci in twist e rock e shake, per i loro gridatissimi e trapananti deliri. Eravamo in divisa: le ragazze in minigonna e lunghi lisci capelli, i ragazzi in jeans-maglietta e capelli lunghi, fino alle spalle e oltre, non importa come, ricci, lisci, arruffati, a onde, purché spettinati.

In Italia ci fu la guerra civile: da una parte i giovani armati di chitarra, dall’altra i matusa in per noi ridicoli gessati grigi e capelli freschi di barbiere, o abitini blu - le femmine- col giro di perle e gli orecchini a clips ugualmente di perle, i capelli corti a laccatissime impeccabili ciocchine. Mamme e nonne contro figlie, padri e nonni contro figli. Generazioni in lotta, insomma. Per ragioni di look? Non solo: dietro c’era tutta una rivendicazione sociale, politica, ideologica. Cosa volevano i capelloni? “Un mondo migliore...”, cantavano: un mondo senza formalità , senza ipocrisia, senza guerra, solo “peace and love”, pace e amore, un mondo libero e buono, insomma. “Figli dei fiori”, li chiamavano. Perché s’identificavano con la natura tutta, vegetale, animale, umana: pensate che suggerivano di mettere i fiori pure nei cannoni....

Oggi - sono passati quasi cinquant’anni – non ci sono più matusa e capelloni. Sono tutti giovani, anche i matusa , colorati e ritoccati come si deve e straordinariamente longevi . Solo che camminiamo tutti su cocci di vetro, o, se preferite, su una bolla di sapone, pronta a disfarsi e a esplodere in qualsiasi momento. Nessuno contesta più nessuno perché nessuno ci crede più. A cosa? Ma a un mondo migliore, no?

Il Rientro

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Bon Ton e società… Il rientro.

La coda interminabile sulla A1 , tratta Napoli-Roma, è davvero una tortura: la macchina scotta, l’acqua da bere si è lessata, l’aria condizionata ha smesso di funzionare da un bel po’.

IL RITARDARIO, L’ANTICIPANTE, IL PUNTUALISTA

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Due chiacchiere sul Bon Ton Lady Orny

IL RITARDARIO, L’ANTICIPANTE, IL PUNTUALISTA

Trattasi di tre tipologie antropologiche molto diffuse. Si distinguono, per l’approccio con modalità diverse al grande e unico tiranno della nostra era tecnologica, Monsignor Tempo. Sacro è. Intoccabile, indiscutibile, capace di catastrofi inenarrabili, qualora non lo si rispetti a dovere. Tutti a Lui ci inchiniamo. Naturalmente, come sempre davanti ai tiranni, differenziate sono le reazioni della razza umana all’approccio: paura, ansia di non soddisfarlo, sudori freddi qualora all’appuntamento della vostra vita già siate in ritardo di dieci minuti, diarree e coliche se l’appuntamento vi sia stato personalmente richiesto dal grande Capo, oppure confusione mentale, lettura traballante e distratta, perciò errata, dell’orologio, oppure ancora concentrazione esistenziale su quelle benedette lancette affinché esse abbiano a coincidere senza fallo con l’ora richiesta.

Prendiamo quest’ultimo caso. Il tizio comincia a controllare le lancette un’ora prima, alle 15: bene, il caffè dopo pranzo ci sta, 7 minuti dopo faccio in tempo ad acchiappare la circolare Est, che mi lascia in mezzora a quindici minuti a piedi (cronometrati, cosa credete) dalla meta, meta raggiunta, 5 minuti per varcare il portone, infilarsi nell’ascensore e premere III piano. Ecco che il magico campanello viene premuto esattamente alle ore 16. Questa tipologia è molto diffusa tra i lavoratori doveristi e i giocatori di burraco perfezionisti: chi vi appartiene è un “puntualista”, e non fa una piega quando l’inserviente lo fa accomodare con un Prego,il dottore non ha ancora finito, dovrà attendere 10 minuti.

Poi c’è il “ritardatario”: come definirlo? Un irresponsabile? Un peccatore cronico? Non è che egli non conosca l’ora della convocazione : è che nel

percorso per giungere alla meta c’è sempre una telefonata di troppo, un casuale incontro con l’amico che non vedeva da due giorni e che insiste per una caffè veloce veloce al primo bar (+ irresistibile confessione degli accadimenti dei due giorni ignoti a entrambi), poi c’è la vecchietta sorda – ma tanto a modo, come si fa a dirle di no?- che vuol sapere l’ora e gliela devi urlare dieci volte nell’orecchio prima che percepisca. Il ritardatario è colui per il quale ogni occasione è buona per caricarsi d’ansia istantanea e rimuovere la memoria dell’ ansia regina.

E che dire dell’ “anticipante”? Pratica col tempo uno strano gioco.....Ricorda benissimo data e ora dell’appuntamento. Ma saggiamene teme: chessò, che nel percorso per giungere alla meta s’interpongano una telefonata di troppo; un casuale incontro con un amico, che insista per una caffè veloce veloce al primo bar; una vecchietta sorda che voglia sapere l’ora ....e via dicendo. Cosa fa allora, furbo, l’anticipante? Comincia le operazioni di preparazione con mezzora di anticipo sul tempo necessario. Lui è uno che prevede : perciò spegne il telefonino, per strada cambia marciapiede quando intravede da lontano parvenze di amici scassapalle, e, quanto alla vecchietta sorda - chi te conosce? - picche!!!!!!!

Così arriva sotto il fatidico portone con una buona mezzora di anticipo. Guarda l’orologio, come se non lo sapesse, mentre un fine sottile sorriso gli increspa le labbra : “Tempo, tiè!!!!!” Già. Ma ora il tempo avanza....Che fare della mezzora vuota che gli resta da riempire prima di bussare al fatidico campanello?

E saranno cavoli suoi, nooo?

La conferenza

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LADY ORNY

 

Due chiacchiere di Bon Ton

 

La conferenza .

Dove s’intende qualunque tipo di riunione di illustri signori e signore abbarbicati su eleganti quanto scomodi trespoli di seta e oro , gli sguardi univocamente convergenti con devozione verso il fondo dell’ambiente, da dove, dietro un tavolo, una persona sola, in piedi, parla, tra un religioso assoluto silenzio.

Il parlante ha davanti sul tavolo una bottiglia d’acqua minerale e un bicchiere: ogni tanto s’interrompe, beve per cinque interminabili secondi – sembra che il tempo si fermi . Poi, in un silenzio ancor più profondo, riprende a parlare di qualsivoglia cosa, tanto nessuno si accorge di cosa realmente dica. Già, perché un conto è guardare al parlante con la doverosa e concentrata attenzione, un conto è far andare il cervello a zonzo tra l’ultimo film, l’ultimo abito della Topazia al reading dell’altroieri – di un cafonesco da schifo - le ultime borse di Fendi, e ce la farò mai domani a organizzare il burraco ?!

Il parlante parla, parla, gesticola anche, con accorta misurata eleganza. Gli udenti accennano con la testa un educato assenso, mentre cominciano ad agitarsi sugli scomodi trespoli. Una signora apre cauta la borsa, vi ciancica dentro disperata fino al rinvenimento del bramato ventaglio, anch’esso di seta e oro, con cui comincia delicatamente a farsi aria. Pausa. Silenzio assoluto. Ha finito? I colli si tendono, speranzosi… Macché, ha solo bevuto. Quindi il parlante ricomincia a parlare. Eccheppalle! E qui stasera faremo le otto, arriverò tardi dai Torlonia, così i Colonna si spareranno tutti gli stuzzichini che mi piacciono tanto…La signora col ventaglio smette un attimo di sventagliarsi, e solleva dal grembo il libro che dianzi vi aveva poggiato, di cui tanto il parlante sta parlando. Come s’intitola? Ah, ecco, “Gli algoritmi della resilienza”…accidenti a lui, devo pure ricordare di farmelo firmare prima di uscire, altrimenti capace che se lo ricorda che mi sono dimenticata, quando poi fa l’esame al mio Richi. E riprende placida a sventagliarsi…..

 

Marilyn e il suo trucco

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Marilyn, la diva e il suo trucco
Marilyn Monroe in mostra a Roma al Palazzo degli Esami, Via Girolamo Induno 4
In esposizione 200 foto e 300 oggetti personali della Diva.

Quando si pensa a Marilyn non é possibile non ricordare il suo make Up, così definito, riconoscibile e perfettamente riconducibile alla tecnica degli anni'50 che lei stessa ha interpretato mantenendo inalterato lo Stile in tutta la sua breve vita.

Chiunque si chiede chi é stato il responsabile della bellezza attraverso il make Up di Marilyn, colui che ha creato l'immagine ancora oggi copiata e interpretata da star e non.
Il truccatore di Marilyn si chiamava Whitey (in arte) e proprio lui l'ha seguita fin dall'inizio della sua carriera, sottoponendo la star ad ore di sapiente trucco, costruito da luci ed ombre che le donavano un aspetto naturale ma con tratti scolpiti e definiti.

La tecnica delle correzioni era ben strutturata sul suo volto, tanto é che veniva utilizzato un fondo tinta più scuro nel contorno per rendere i lineamenti del viso più sottili, illuminando poi la parte centrale del viso con un fondo più chiaro. (Un fondo che a quei tempi era chiamato cerone e che veniva ammorbidito con della vaselina applicata dopo la crema base alla stessa maniera di un primer oggi utilizzato quasi sempre prima di un make Up)
Il naso veniva corretto scurendone i lati, per farlo sembrare più armonioso. La fronte troppo alta veniva proporzionata enfatizzando l'angolo delle sopracciglia che già presentavano una linea adeguata al suo make Up.

I prodotti perlati non esistevano ancora in commercio e per far risaltare alcune parti dell'occhio veniva utilizzata una matita bianca nella rima interna e successivamente bordate le parti scure per metterle in evidenza.
Le parti scure, quelle che oggi si realizzano con Eye liner liquidi o in crema, venivano create con matite marroni sfruttando la parte della punta che arrivavano fino alla piega della palpebra e si univano alla sfumatura dell'ombretto.
Le ciglia finte e un contorno sottilissimo in oro intorno alla linea che simulava l'eye liner e il mascara completavano il trucco dell'occhio.

Indimenticabili le labbra di Marilyn colorate di rosso, ma non con toni aranciati, bensí con dominanti di blu al fine di ottenere un rosso definito durante le riprese.
Gli angoli della bocca venivano arrotondati e per ottenere un effetto più voluminoso venivano scuriti in modo tale da creare un leggero contrasto con il centro delle mucose.

 

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