La truccoterapia

  • Published in
  • Published in News

Quando anni fa, in un mio momento di riflessione professionale, mi chiesi perchè avevo scelto un lavoro che agli occhi di tutti potesse sembrare futile - e nella mia personale ricerca confesso di averlo visto anch'io qualche volta futile, leggero e troppo esteriore -, mi resi conto che così non era, in particolare quando ho valutato che ogni donna mi permetteva di poterla vedere struccata, dandomi così una confidenza tale da riconoscere la vita senza una facciata e senza maschere.



Di conseguenza ne veniva fuori quella che io definirei una “Potente fragilità”, ed è proprio da quella fragilità che ogni donna trae un punto di forza; da lì sono nati quelli che io considero i mille volti di ogni donna dove nulla può essere messo in atto se non viene richiesto, perchè scoprire se stessi è un lavoro che deve essere fatto attraverso un lungo percorso, un percorso di scoperta che il viso ci racconta attraverso geometrie, profondità e dettagli. Insomma, una vera e propria cura alla ricerca di se stessi e alla ricerca del rapporto con gli altri



Trucco letteralmente vuol dire illusione, ma non con accezione negativa, anzi, nel senso adatto a nascondere quel senso di fragilità che può diventare un punto di forza. Conoscere la tecnica del make up - e per conoscere non intendo studiare tutte le tecniche, ma studiare la propria tecnica per mettere in risalto i punti di forza di un viso - è da considerarsi una vera e propria cura.



Da qui nasce il concetto di “Truccoterapia”, nient'altro che un vero e proprio percorso da svolgere con un programma studiato. Guardare la propria immagine riflessa allo specchio non è sufficiente per arrivare ad essere autocritici; l'immagine riflessa, infatti, viene tradotta dal nostro cervello in modo bonario, ma per imparare a guardarsi profondamente bisogna farsi una fotografia e riguardarla con attenzione, come se fossimo degli estranei a noi stessi.

Questo è il vero inizio di un viaggio attraverso una conoscenza profonda che ha come mezzo principale il gioco. Questo viaggio, comunque, non deve assolutamente essere messo in atto da soli, ma bisogna essere aiutati da una consulente nel quale riponiamo tutta la nostra fiducia che ci insegna e ci accompagna a vivere il make up come un accessorio comportamentale.



Quando non ci sentiamo a nostro agio spesso decidiamo di tagliarci i capelli, acquistiamo un nuovo abito, ci stordiamo guardando un film o facendo una vacanza, ma la vera ricerca della realtà è quella di poter indossare una maschera invisibile che non è un accessorio da considerare esterno, bensì uno degli altri 1000 volti che ci appartengono.

Priscilla attende...

  • Published in
  • Published in Rubriche

Da che ho richiuso la porta di casa dietro le mie spalle, saranno passati dieci minuti.

Gliene concedo ancora cinque per il doveroso squillo di ringraziamento…..Ancora non ve l’ho detto, ma tra le pieghine del tovagliolo di pizzo ho infilato il mio biglietto da visita, per rendergli i movimenti più facili: altrimenti, povero Cristo, come avrebbe fatto a rintracciarmi? Perciò mi accomodo sul divano, posiziono il cellulare vicino al cordless del telefono fisso (non si può sapere cosa riterrà più appropriato, se chiamarmi a casa o al cellulare), allungo le gambe in posizione di apparente distensione, e attendo… In casa impera un silenzio sfondato, i telefonini sono vicinissimi, io sono prontissima per il balzo di acchiappo al primo segnale. Dimenticavo! Mi sgancio dal polso l’orologio e lo depongo in grembo, per una più immediata visibilità delle lancette. Cinque minuti, ho detto. Passano. Il silenzio perdura. Un vago presagio di allarme comincia a insinuarsi tra il diaframma e la bocca dello stomaco, come un senso di vuoto… Non avrà gradito? Tremo. Ma subito il mio “salvapriscillla” personale nervosamente si attiva. “Insomma – mi rimbrotta- come fai a essere così cretina? Ti telefonerà certamente, ma solo d
opo averlo gustato, il ciambellone. Se no come fa a dirti che sapore ha e come mai quel retrogusto di zenzero, e come mai sei così brava e dove hai imparato, etc…?” Il mio prezioso “salvapriscillla” ha proprio ragione! Il tremito si placa, il senso di vuoto anche…

Divinamente serena, mi alzo dal divano, dove lascio religiosamente al loro posto i due telefoni e anche l’orologio, per scaramanzia.

Metto musica? No, potrebbe coprire la suoneria. Televsione? Idem.

Ripiego su un libro che ho in cominciato a leggere da qualche giorno, uno dei finalisti all’ultimo Premio Strega, che ti racconta come vivevano gli intellettuali ai tempi del fascismo…Interessante. Mi risvacco sul divano, a debita vicinanza nei confronti dell’area telefonica, e mi lascio prendere dal racconto…per un po’ leggo senza distrarmi, anzi dimenticandomi del contesto. Per un po’.

Dopo circa mezzora – così dicono le lancette del mio orologio – di nuovo un presagio di allarme comincia a insinuarsi tra il diaframma e la bocca dello stomaco … Stop lettura. Sono deconcentrata. Sto calcolando quanto mai ci può volere a mangiare una fetta, anche grande, di ciambellone. Che diamine! Mezzora!? Ma allora se lo è mangiato tutto! Non è possibile! Mi riprende il tremito, anche il languore. In più sudo freddo e un orribile pensiero si fa strada tra le mie ansie: si sarà offeso!!! In fondo lui mi ha fatto una visita medica, seppure veloce, e mi ha anche dato da bere la medicina.

Coi prezzi correnti, vogliamo dire centocinquanta euro? Duecento? E io con cosa ho pagato? Con un dolce fatto in casa del valore materiale di venti euro al massimo? Venticinque? Dio! Come ho potuto? Disperata, affondo nel silenzio sempre più sfondato dei sensi di colpa. A fatica, ormai tra le lacrime, odo il mio “salvapriscillla” personale. “E quanto sei fifona! – sbuffa – ma come fa uno a mangiare un dolce a quest’ora senza un tè, un caffè? Ci vuole più tempo per prepararsi una merenda!” Mi rianimo un poco. “ E se poi avesse deciso di mangiarselo dopocena, il tuo dolce, eh?”incalza ultra seccato.

Ha ragione lui! Mi placo di nuovo. Per quanto?

 

Nasomatto, la linea di profumi che stimola i sensi

  • Published in
  • Published in Profumi

La genialità non si crea, non si può imparare e neanche studiare, ma la si può riconoscere, in qualsiasi campo. E, in alcuni casi, la si può “sentire”, nel corpo e nella mente. Perchè le fragranze, ad esempio, non si annusano e basta, ma si vivono, e questo lo abbiamo capito bene grazie al nostro amico e naso profumiere Enrico Buccella.

Oggi, a tal proposito, parleremo di un brand di nicchia che ha deciso da subito di uscire dai canoni comuni della profumeria, questo grazie soprattutto al “The Nose” Alessandro Gualtieri, alias Nasomatto, un artista controverso che dopo 18 anni di esperienza internazionale ha fatto della sua arte il suo lavoro.

Nasomatto è composto una serie di fragranze dalle note segrete che in poco tempo hanno conquistato il mondo realizzati solo con materie prime di altissime qualità e caratterizzate da una caratteristica non facile da trovare: la persistenza.

Dopo averle provate in prima persona, oggi ve le racconto:

1. Absinth Nasomatto, una fragranza a base di assenzio che rievoca uno stato d'animo irrequieto, frenetico, quasi tendente all'isterico. Una profumazione legnosa che rievoca la terra e l'inverno lasciando sulla pelle un'idea di selvatico ed agrodolce.



2. Black Afgano Nasomatto, un profumo inebriante che ti trasporta subito nelle magie dell' oriente, una concentrazione delle migliori qualità di Hashisc esistenti che porta ad un risultato unico e mai sentito fino ad ora.



3. China White Nasomatto, il cui nome nasce da un tipo di eroina tipica degli anni 80, si basa sulla forza della fragilità, concetto racchiuso anche nel particolare tappo bianco che risulta quasi impalpabile.



4. Duro Nasomatto è la fragranza dedicata all'uomo e alla sua virilità, un profumo dai toni legnosi che vuole ricordare l'odoro dell'inguine e, per essere precisi, un rapporto sessuale.



5. Hindu Grass Nasomatto, il profumo della bontà che vuole evocare un solo sentimento: l'amore.


6. Narcotic Venus Nasomatto è una fragranza dalle note tropicali ispirato alla doppia natura della bellezza che colpisce in senso buono, sì, ma spesso immobilizza, destabilizza e talvolta ha un effetto narcotizzante.




7. Nuda Nasomatto è una vera e propria provocazione olfattiva realizzata nello stesso periodo di duro, un viaggio nell'universo femminile alla scoperta di tutto ciò che è sensualità e nudità.




8. Pardon Nasomatto di discosta leggermente dal progetto solito di Nasomatto, una fragranza più dolce e gentile che ha come obiettivo esaltare il fascino e la classe dell'uomo.



9. Silver Musk Nasomatto è freschezza, giovinezza, leggerezza, una fragranza che dà la sensazione di pulito e ricorda l'odore vivace della pelle.

10. Baraonda Nasomatto è una sorpresa della linea, una fragranza che promette di stravolgere la vostra vita ma che, in realtà, si presenta con una profumazione leggera e sottile.




11. Blamage Nasomatto è stato creato da Alessandro Gualtieri in un modo assolutamente particolare: ha scelto 4 ingredienti (segreti), li ha miscelati tra loro e li ha lavorati fino ad ottenere una profumazione agrumata e speziata.



12. Nudiflorum Nasomatto, una fragranza nel cui nome è già racchiuso tutto, un'esplicita allusione sessuale per un profumo innovativo che, però, rimanda al vintage ed al classico.



Dove trovare la linea di profumi Nasomatto?

L'intera linea di profumi di Alessandro Gualtieri è disponibile presso il salone Bongarzone, in via Agri 26 a Roma.

Priscilla e i primi passi

  • Published in
  • Published in Rubriche

Io ero tachicardica, ricordate? Ho suonato al cardiologo, ho spiegato, mi ha fatto entrare, mi ha auscultato e concluso: “Stia tranquilla. E’ solo un po’ d’ansia!” Ha riempito a metà un bicchiere d’ acqua, Vi ha versato due goccine . Mi ha fatto trangugiare il tutto. Sto meglio. Sorrido. Chiedo : ”Quanto debbo?” e lui “ Assolutamente nulla”, sorride. Poi mi porge il suo biglietto da visita, e fa “ Mi chiami, se ha bisogno di qualcosa!”, l’incauto. Io arpiono come nulla fosse, infilo in tasca e sorridendo esco dalla porta che lui mi ha prontamente spalancato, alitando: “Allora a presto, grazie…” Mi sembra che la sua espressione si sia fatta perplessa, ma io sono lungi dal capire alcunché. Mentre riguadagno il mio appartamento, odo suon di campane e cinguettii d’uccelli, che manco nel bosco di Biancaneve. I miei passi gravitano a una decina di centimetri dagli scalini che via via perigliosamente discendo. Apro la porta di casa ed entro danzando, nella testa questa volta il valzer della Bella Addormentata, per poi abbattermi sul divano in un’estasi sognante…Vedo azzurro ( è il colore dei suoi occhi). Dura un bel po’. Quando finalmente mi riprendo, comincio a pensare a come fare per incontrarlo di nuovo. Mi apposto sulle scale per vedere a che ora esce e a che ora rientra? Mi faccio riprendere da un altro attacco di urgentissima tachicardia? Oppure?…ma sì! Se uno ti fa un favore, si ringrazia, no? Con nonchalance, è questione di bon ton… Due salti, e sono in cucina: riunisco farina, zucchero, uova, cioccolato, lievito, lavoro il tutto quanto serve, Faccio colare l’impasto nella formina “ciambellone per single” che un’amica non so se proprio spiritosa mi ha regalato tempo fa. Sempre a passo di valzer, apro lo sportello del forno già caldo, faccio scivolare all’interno lo stampo,
chiudo, carico il timer e poi.. ( misteri della psiche) mi scateno sulle note di “Mamma mia”, che per me è il più bel ritmo per danzare che esista! Gli Abba sì che sapevano il fatto loro!! A proposito, vi ho già detto che ho visto il film e il suo sequel non meno di una decina di volte, di cui due al cinema e il resto a casa, con liberatorio scatenamento danzante davanti alla TV??? Che esperienza, ragazze!

Posso consigliarvela? Meglio della migliore benzodiazepina mai inventata! Ballando ballando, il tempo passa e il timer trilla. Mi precipito,apro il forno, ne tiro fuori il dolce, che mi sembra dorato al punto giusto, e lo pongo a riposare su un piano di marmo. Che fare? Recapitarglielo così rovente? E’ eccessivo, temo, anche se testimonierebbe al meglio la pronta fattura casereccia del dono. Aspetto che s’intiepidisca, lo sformo su un bel piattino bianco adorno di un tovagliolino di pizzo, e parto.

Chissà se sono le scale in salita? mi è tornata la tachicardia… Arrivo al piano giusto, suono il campanello ed eccolo lì, il mio dio greco, questa volta in maniche di camicia e ancora più sexy , che spalanca la porta e rimane stupefatto, imbolsito, di fronte alla mia immagine di signora con dolcetto…
”Ancora lei?”, fa con tonalità indecifrabile. E io, sapientemente timida, sbatto le ciglia e mormoro :” Dovevo pur ringraziare…”, mentre gli tendo il piatto che lui prende con movimenti al rallentatore, senza una parola, continuando a fissarmi ipnotizzato. “Arrivederci a presto!”, gli dico, con un sorrisino di devastante innocenza, accompagnato da plurimi batter di ciglia. Volto le spalle e mi avvio a scendere. Non si è mosso. Sono già davanti alla mia porta e non ho ancora udito chiudersi la sua! Sarò stata troppo precipitosa? Forse inopportuna? Mah!!!

Sai che ti dico? Come diceva quella gran fica di Rossella ‘O Hara in “Via col vento”, “Domani è un altro giorno!”

Priscilla tachicardica

  • Published in
  • Published in Rubriche

Carissime, forse non ve l’ho ancora detto, ma io vivo in  un piccolo appartamento di uno dei quartieri più antichi della capitale, ex pop, oggi rivalutatissimo sul mercato internazionale. Un mix di anziani d’epoca, dialetto genuino e menefreghismo imperiale, e giovani e meno giovani d’oltralpe, d’oltreoceano, ansiosi di farsi stregare dal fascino della storia. Mah!

A me piace molto, tutto movida la notte, tutto parolacce di giorno. Nel mio palazzo abitano in gran parte vecchietti simpaticissimi e veraci, più il portinaro Benedetto, novantenne, che, se vuoi, ti racconta di quando i tedeschi, durante l’ultima guerra, sono entrati armati a razziare ebrei o a stanare cospiratori antiregime… E proprio mentre sono lì che converso con Benedetto su quest’ultimo argomento, vedo entrare dal portone un tizio alto, biondo, spalle erette e petto in fuori, molto style, sul metro e novanta, giornale sotto il braccio e occhialini da intellettuale. Non giovanissimo, abbastanza giovane, diciamo. Mai visto prima. Aplomb impeccabile in abito fumo di Londra. Armani? Forse…                                                                

Si avvicina, saluta e passa oltre, imboccando le scale. Non posso non riconoscere di essere rimasta un tantino stranita, straniata, stupita e soprattutto incuriosita: mai avevo visto una genìa così compatibile coi miei gusti sul portone di casa mia. Ed ecco che mi scopro tachicardica. Che sarà mai? Non mi preoccupo, ma non perdo tempo a rifilare all’orecchio di Benedetto l’irrinunciabile domanda sull’identità  del distinto signore: “E’ un medico, un cardiologo mi pare. Si è trasferito qua da pochi giorni”.

La tachicardia aumenta, ma non mi trattengo dall’imperversare: “Famiglia?”, esalo, sempre nell’orecchio di Benedetto, mentre sento che da questa risposta dipende la trasformazione da tachicardia a infarto del mio povero cuore impazzito… ”No!Solo”, fa secco Benedetto, con la sicurezza dell’informatore, pardon, portiere navigato. Sento che la notizia fa bene alla tachicardia, che rallenta un attimo per poi riprendere più vivacetta quando saluto Benedetto e, avviandomi  per le scale, constato che non c’è più ombra di lui davanti a me!  

E che è?  Vola? La tachicardia non accenna a placarsi, Nonostante tutto - abito al primo piano -  apro, mi precipito in cucina e mi verso una tazza di caffè ancora caldo dalla moka di stamattina, svaccata su sedia e ancora fibrillante. Contrariamente a ogni logica, mi sento meglio, e comincio a ragionare: “Dunque abbiamo un nuovo condomino, bello, intellettuale, cardiologo, solo!!!”                                                                              
Poi cambio obbiettivo del mio ragionamento: “Cosa sarà stato questo attacco di cuore, così, all’improvviso?”, mi preoccupo.                          

“E’ un cardiologo, ergo , bisogna che mi faccia immediatamente controllare!” Deduco con lucida logica cartesiana. Un attimo, e sono sulle scale, salendo di piano in piano a controllare le etichette dei portoni. Eccolo qua, dott Eraldo Soffiati, cardiologo, III piano.

Mi butto? Non mi butto? Decido: mi butto, anche se la diagnosi la so già: colpo di fulmine fu!

Priscilla e la prima a teatro

  • Published in
  • Published in Rubriche

Mi hanno invitato a una prima a Teatro, e se scrivo con la T maiuscola è perché senza far nomi si tratta del più grande e prestigioso teatro della città…

Da ciò tutta una serie di problemi:
1) Cosa mi metto?
2) Dove parcheggio la sera in pieno centro storico?
3) Con chi ci vado, visto che non c’è niente di più triste che presentarsi a un gala in solitario? Comincio dall’ultimo problema e telefono alla mia amica e collega Topazia, che , lo dice il nome, non può non far parte della lista degli invitati. Ci azzecco subito: afflitta dagli stessi problemi, è ben felice di condividere con me la serata, così risolviamo in una botta sola anche il problema n 2, cioè prendiamo insieme il taxi e ci dividiamo la spesa. Ok! Rimane il problema n 1.

Come si va alle prime oggi? Una volta la prima era sinonimo di lusso, pailettes, gioielli, alta moda e gare fra signore a chi sfoggiava le cose più belle. Oggi non più, a meno che non si tratti di opere liriche e Teatro della Scala a Milano: lì ancora qualcosa resiste….

Ma non credo sia opportuno, in giorno lavorativo, in un teatro di prosa sia pure storico, bardarsi di tutto punto per una prima. Sai che ti dico? Tubino nero – non si sbaglia mai - filo di perle,
decolletés a tacco alto, non altissimo, niente pelliccia per carità, solo un cappotto di cammello con ampia sciarpa magari griffata. La borsa? Media, nera, niente pochette o clutch , magari genere “sto uscendo appena adesso dal lavoro”, casual insomma.

E, per finire, un bel rossetto rosso carminio, che ti permette di evitare ogni altro filo di trucco sul viso eburneo. Nella
hall c’è un brulicare di onorevoli meditabondi, attrici in perfetto anonimato tanto che fatichi a identificarle, giornalisti televisivi con squallide mogli appese al braccio, qualche attore, qualche regista. Saluti, discreta, e ti avvii all’ingresso di sala perché hanno suonato la prima campanella.

Nel teatro - tutto frange dorate e sfarzoso velluto rosso - ti defili al tuo solito posto, di sponda, tra le file d’angolo accanto all’uscita laterale, per qualunque tipo di emergenza: che so, una pipì improvvisa oppure un colpo di sonno perché è notorio, il teatro moderno spesso è incomprensibile, ovvero noioso…. Ti guardi intorno, scorgi il tuo professore di letteratura all’Università, candido nei suoi ottant’anni ma ancora dritto come un fuso, gli vai incontro per stringergli la mano, stavolta con gioia reale, ed ecco suona la seconda campanella e tutto piomba nel buio…

Oddio! Ce la farò a riguadagnare la mia postazione di guerra?

Scarpe col tacco: maestre di seduzione

  • Published in
  • Published in Rubriche

Sedurre, che passione! Il periodo degli amori è caratterizzato in tutte le specie animali da una frenesia irresistibile che, come un richiamo tanto seducente quanto imperativo, dà irrequietezza, languore, voglia di incontrarsi per poi accoppiarsi. Gli animali per sedurre amano mettersi in mostra, alcune specie di uccelli intonano bellissimi canti, altre specie danzano con grazia attorno alla femmina che hanno scelto, altre ancora si scontrano in duelli mortali per conquistare la loro “preda amorosa”, anche l’essere umano non sfugge a questa logica, anche se i rituali umani sono molto più sofisticati  ed hanno sfumature molto più eleganti.

 

La Donna come parte attiva nella seduzione

Fino a qualche decennio fa, non si è mai parlato della donna come parte attiva nel processo di conquista amorosa, si era dell’idea che la donna dovesse aspettare che fosse l’uomo che la scegliesse e si mettesse d’impegno per sedurla. È possibile che molte donne abbiano accettato per secoli questi precetti, ma si sa anche che alcune non si sono mai rassegnate a questo ruolo così docile. Joséphine, l’amante di Napoleone, ad esempio, è sempre stata molto audace nelle sue conquiste così come la “la Bella Otero”, donne che non solo hanno usato non solo il proprio corpo per ammaliare e sedurre, ma si sono avvalse anche di capi d’abbigliamento tra cui troneggiano: corsetti, mutande di trine e pizzi, giarrettiere, calze di seta con la riga dietro, scarpe col tacco alto.

 

Scarpe col tacco e seduzione

Le scarpe con il tacco alto rappresentano il capo d’abbigliamento femminile più amato, desiderato e collezionato sia da uomini che da donne perché simbolo di fascino e seduzione.

Il tacco alto è un vero  e proprio simbolo sessuale ed aumenta l’attrattività della donna che ne fa uso.

Nel linguaggio dei segni, è più eroticamente intrigante una donna con un bel paio di scarpe con i tacchi alti, che danno spinta, vigore, mettono in evidenza la forma dei glutei, consolidano i polpacci e sottolineano le caviglie, dando al corpo femminile una immagine eterea dove la donna sembra sollevarsi dal suolo per sfidare la forza di gravità, aumentandone il fascino.

L’antropologo David Givens  sostiene “i tacchi alti fanno scivolare i piedi verso la punta, spostando così il centro di gravità del corpo in avanti; fatto che, per compensazione, porta ad un aggiustamento dell’equilibrio, obbligando le donne a tirare il sedere indietro di circa un 25%”,  questa postura dà alle natiche un aspetto più tonico e sessualmente più attraente. Per questo motivo, il tacco alto diventa se sapientemente usato uno “strumento di persuasione sessuale”. Infatti, Christian Louboutin, designer di fama mondiale di scarpe con tacchi alti, sostiene che l’arco del piede di una donna, in una scarpa con tacco alto, assuma la stessa posizione che avrebbe durante l’orgasmo. I tacchi alti diventano un elemento eccitante ed energizzante del piacere. Per questo motivo, è in dubbio il fascino che i tacchi alti esercitano nell’immaginario erotico sia maschile che femminile e rappresentano un irresistibile oggetto del desiderio e uno strumento per avere la preda ai propri piedi. Immaginare di fare l'amore con una donna che indossa soltanto un paio di scarpe con i tacchi a spillo è un pensiero ababstanza comune che appartiene dell'immaginario erotico. Le Donne con le scarpe hanno un rapporto attivo e transitivo, ne sono sedotte e le usano come strumento di seduzione, gli uomini hanno un rapporto passivo, ne restano sedotti.

Marylin Monroe era solita affermare: “Non so chi abbia inventato i tacchi alti, ma tutte le donne gli devono molto”, mentre l’attrice americana Bette Midler  “Date ad una donna la scarpa appropriata e conquisterà il mondo”. Sì! La donna con i tacchi alti conquisterà il mondo, perché potrà innalzarsi sulle altre donne, elevare la propria statura e autorità, diventando dominante non solo sulle altre donne ma anche sugli uomini. Da preda diventa cacciatrice. La tigre mostra gli artigli e ruggisce. L’uomo cacciatore si fa preda di fronte ad una donna dai tacchi alti.

 

Non bisogna mai  dimenticare la metafora uomo-scarpa con i tacchi di Carrie in Sex and the City:  “gli uomini sono come le scarpe col tacco. Ci sono quelli belli che fanno male, quelli che non ti piacciono fin dall’inizio, quelli irraggiungibili che non potranno mai essere tuoi, quelli che affascinano in partenza ma poi capisci che non sono niente di speciale e infine quelli che non ti stancherai mai di avere con te”. E voi uomini, siete in grado di capire se una donna, guardando le sue scarpe, potrà essere attratta da un tipo come voi?

Le interviste di Priscilla

  • Published in
  • Published in Rubriche

Gulp, ho il cuore in gola, anzi, no, direttamente in bocca: la prima intervista che mi tocca nel nuovo corso è niendimenoché a….arf,arf…arf,arf…Richard Gere!
È di passaggio in Italia per un concerto…non suo, poverino, l’hanno invitato, lui è un buono, un buddista, si sa, accontenta tutti, .…arf,arf…

Caninamente ansimo mentre controllo gli strumenti del mestiere (se continuo ad ansimare così non mi resterà neanche una lacrima di saliva in bocca): registratore, pile di riserva qualora si scarichino quelle montate, anche se le ho montate appena adesso, mai usate, direttamente dalla confezione, bloc-notes e almeno sei tra penne e matite di riserva, qualora si scarichi lo scaricabile e sia costretta a procedere a mano, (detto tra noi, comunque per sicurezza mentre registro, prendo appunti)... arf,arf... Controllo per la centesima volta la sistemazione estetica che mi sono inventata (pantaloni a sigaretta di pelle nera, stivaletti neri, pull lungo color fumo di Londra con scollatura morbida che all’occorrenza scivola di lato scoprendo appena una bretellina di
lingerie rigorosamente nera, trucco tutt’occhi - eyeliner, kajal, ombretto e matita scura sfumata, sopra e sotto la palpebra- capelli radiosamente lunghi e sciolti, trattati dall’incomparabile mano di Stefano).

Arf…arf…arf sono ormai caninamente isterica, suonano al citofono, è la macchina, della troupe che mi passa a prendere; afferro la borsa di pelle nera, la sacca con gli strumenti e mi precipito. In macchina trovo il regista, l’operatore, un simpatico ragazzo di madrelingua inglese da me richiesto, nonostante i traduttori in cuffia, per "Diosaquali" intoppi nel mio non fluentissimo english language. Parlano tutti del più e del meno sereni come mare in bonaccia, io non ansimo per decenza, nel senso che non si vede e non si sente, ma dentro ansimo con tutta l’anima.

Finiamo in uno studio di via Teulada.

Ci attrezziamo, io ripasso sul foglio le domande preparate, gli altri sistemano macchine, luci, microfoni. All’improvviso la porta si apre e, introdotto da un oggi timidissimo e tiratissimo autore, eccolo là, Richard, in tutto il suo fulgore di anziano maschio bellissimo, candida chioma al vento, occhi gitani sulla pelle scura: adeguatamente acconciato, potrebbe fare il saggio antico Sioux di una tribù remota. Invece indossa un italianissimo Armani blu, è elegantissimo e felino nei movimenti come nei film che l’hanno reso celebre, e sorvola poi umanità con gli occhi come se non guardasse nessuno.

L’autore ci presenta, io tremo ma come posso gli stringo la mano, e poi ci sediamo su due poltrone bianche. Ci corredano di microfoni, auricolari, e lui gentilissimo lascia fare con regale
nonchalance, chiede solo umilmente un bicchiere d’acqua che gli viene subito recapitato con relativa bottiglietta. Siamo pronti, silenzio. L’autore fa il cenno del “via” e io comincio. D’improvviso non ansimo più, sfodero sicura la mia bella voce professionale mentre lo saluto e lo ringrazio per aver accettato il nostro invito. Lui ricambia assentendo con un sorriso prezioso che gli increspa gli occhi malandrini di sexyssime rughe d’espressione: è bello da morire, ma io sto lavorando e in queste occasioni non esiste niente e nessuno tranne quello che devo fare. Potrebbe essere lo yety, o il Papa, per me è uguale, non vedo che il mio lavoro. Con la sua voce morbida e velata risponde alle mie domande: noto una certa evasività, o dovrei dire leggerezza? Vorrei incalzarlo più a fondo ma lui non si lascia incastrare: sempre sorridendo, con gli occhi da sciamano e la classe di un redivivo Luigi XIV, sguscia tra le parole come un’anguilla e io mi rendo conto che è proprio questo il suo fascino, la distanza, l’inafferrabilità…..

Il tempo vola, l’intervista è finita. Ci liberano dagli orpelli tecnici, lui si alza, saluta, sorride a tutti e a nessuno e, guidato da un sempre più timido autore, svanisce attraverso la porta. Non c’è più. Solo allora mi rendo conto. Vorrei corrergli dietro, dirgli:”Ancora un momento, Richard, facciamo due chiacchiere. Perché non scendiamo a prendere un caffè?” Ma lui non c’è, si è smaterializzato, è come un sogno da cui ti svegli troppo presto….o troppo tardi.

Meraviglia di un lavoro, che ti fa annusare l’illusione ma non la trasforma mai in realtà!

Subscribe to this RSS feed

Log In or Register