IL RITARDARIO, L’ANTICIPANTE, IL PUNTUALISTA

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Due chiacchiere sul Bon Ton Lady Orny

IL RITARDARIO, L’ANTICIPANTE, IL PUNTUALISTA

Trattasi di tre tipologie antropologiche molto diffuse. Si distinguono, per l’approccio con modalità diverse al grande e unico tiranno della nostra era tecnologica, Monsignor Tempo. Sacro è. Intoccabile, indiscutibile, capace di catastrofi inenarrabili, qualora non lo si rispetti a dovere. Tutti a Lui ci inchiniamo. Naturalmente, come sempre davanti ai tiranni, differenziate sono le reazioni della razza umana all’approccio: paura, ansia di non soddisfarlo, sudori freddi qualora all’appuntamento della vostra vita già siate in ritardo di dieci minuti, diarree e coliche se l’appuntamento vi sia stato personalmente richiesto dal grande Capo, oppure confusione mentale, lettura traballante e distratta, perciò errata, dell’orologio, oppure ancora concentrazione esistenziale su quelle benedette lancette affinché esse abbiano a coincidere senza fallo con l’ora richiesta.

Prendiamo quest’ultimo caso. Il tizio comincia a controllare le lancette un’ora prima, alle 15: bene, il caffè dopo pranzo ci sta, 7 minuti dopo faccio in tempo ad acchiappare la circolare Est, che mi lascia in mezzora a quindici minuti a piedi (cronometrati, cosa credete) dalla meta, meta raggiunta, 5 minuti per varcare il portone, infilarsi nell’ascensore e premere III piano. Ecco che il magico campanello viene premuto esattamente alle ore 16. Questa tipologia è molto diffusa tra i lavoratori doveristi e i giocatori di burraco perfezionisti: chi vi appartiene è un “puntualista”, e non fa una piega quando l’inserviente lo fa accomodare con un Prego,il dottore non ha ancora finito, dovrà attendere 10 minuti.

Poi c’è il “ritardatario”: come definirlo? Un irresponsabile? Un peccatore cronico? Non è che egli non conosca l’ora della convocazione : è che nel

percorso per giungere alla meta c’è sempre una telefonata di troppo, un casuale incontro con l’amico che non vedeva da due giorni e che insiste per una caffè veloce veloce al primo bar (+ irresistibile confessione degli accadimenti dei due giorni ignoti a entrambi), poi c’è la vecchietta sorda – ma tanto a modo, come si fa a dirle di no?- che vuol sapere l’ora e gliela devi urlare dieci volte nell’orecchio prima che percepisca. Il ritardatario è colui per il quale ogni occasione è buona per caricarsi d’ansia istantanea e rimuovere la memoria dell’ ansia regina.

E che dire dell’ “anticipante”? Pratica col tempo uno strano gioco.....Ricorda benissimo data e ora dell’appuntamento. Ma saggiamene teme: chessò, che nel percorso per giungere alla meta s’interpongano una telefonata di troppo; un casuale incontro con un amico, che insista per una caffè veloce veloce al primo bar; una vecchietta sorda che voglia sapere l’ora ....e via dicendo. Cosa fa allora, furbo, l’anticipante? Comincia le operazioni di preparazione con mezzora di anticipo sul tempo necessario. Lui è uno che prevede : perciò spegne il telefonino, per strada cambia marciapiede quando intravede da lontano parvenze di amici scassapalle, e, quanto alla vecchietta sorda - chi te conosce? - picche!!!!!!!

Così arriva sotto il fatidico portone con una buona mezzora di anticipo. Guarda l’orologio, come se non lo sapesse, mentre un fine sottile sorriso gli increspa le labbra : “Tempo, tiè!!!!!” Già. Ma ora il tempo avanza....Che fare della mezzora vuota che gli resta da riempire prima di bussare al fatidico campanello?

E saranno cavoli suoi, nooo?

Bye Bye Sanremo

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E pure questo Sanremo ce lo siamo sfangati.

È stata un’edizione contenuta, pur restando in un grosso contenitore. Un po’ come quei grossi sacchetti di patatine che poi hanno all’interno aria fritta e una manciata di petali di patata.

Di patata, in effetti a Sanremo se ne è vista, ma mai abbastanza. Giusto?

Infatti, qualcuno - il solito Adinolfi che, da solo, fa “qualcuno” - ha scritto che è stato un Sanremo troppo gay. Lo dice un po’ tutti gli anni, quindi forse lui è un po’ troppo ripetitivo, così come i suoi valori ematici sono un po’ troppo vicini alla trasformazione del sangue in strutto.

Se dovessi tirare le somme, le tirerei un po’ a caso.

Così ci pago meno tasse.

Avevo ipotizzato che fosse un evento epico la presenza di Maria all’Ariston: è stato un evento etico. Nel senso che ha portato un po’ di C’è Posta per Te, i coriandoli rossi della scelta di Uomini e Donne - che sono finiti in testa alla Mannoia - e tanti Amici di Maria.

Quindi, tutto sommato, è stata contenuta pure lei. I suoi outfit erano un misto tra un quadro antico sulla mensola del Grande Gatsby, ma con un tocco di modernità data dalle maglie della salute sotto le trasparenze, le canotte del nonno a contrasto coi pizzi e il cardigan da divano con pantalone della tuta sopra le perline.

Un po’ Maria, un po’ Zia Maria.

I cantanti? Facciamo un veloce excursus.

Al Bano, tornato al festival dopo numerosi tentativi, ci teneva a non vincere neanche quest’anno, per coerenza. Così ha portato una canzone dal suo repertorio, uno scarto che era finito tra le bottiglie d’olio della sua tenuta nel Salento, il Lambrusco che ha usato come tinta per i capelli e le camicie bianche delle quali non allaccia più il primo bottone dal 1972.

Elodie, ha cantato, posseduta da Emma Marrone, “Tutta colpa mia” e io non riuscivo a non pensare “sì, è tutta colpa tua, ma ce la stai facendo scontare a noi”. Coraggiosi e raffinati gli outfit, non si è spinta molto in là, così come la voce che ha le ottave della pianola Bontempi.

Paola Turci è stata brava, va detto. Vestita elegantissima, bella la canzone, ottima l’interpretazione. Mi tocca essere buono con lei, perché pare lanci scarpe con facilità.

Samuel è stato bravo anche lui, orecchiabile e stiloso il pezzo e i cappelli per coprire la calvizie. Giovane, diciamo. Non sono un fan dei Subsonica, ma mi dicono che lui sia uno che non ha giocato molto fuori dal suo campetto. La canzone si è fatta ascoltare, anche se non ho capito perché si ostinasse a rimanere di profilo come i rilievi degli antichi egizi e Lory Del Santo.

Fiorella Mannoia è quella che, di sicuro, ha osato meno di tutti. Si è presentata da Messia sul palco della musica nazionale con un compitino ben fatto, un pezzo, anche lei, dal suo repertorio e una musica che calzerebbe alla perfezione in un suo album di vent’anni fa. Lei sempre insegnante LIS, che con premura ti indica la terra dove cadere e la direzione in cui risollevarsi. Le mancavano solo le tavole della legge e poi il suo essere profetica l’avrebbe elevata a nuovo salvatore delle anime da benedire.

Nesli e Alice Paba sono durati quanto le patatine del McDonalds, che si sfanno immediatamente tornando alla loro materia d’origine: la plastica. Non ricordo neanche di aver sentito il loro pezzo. Quindi non posso dire nulla, se non che la somma dei loro nomi sembra una strana maledizione vodoo che però si è ritorta loro contro.

Bravo anche Michele Bravi, ma non riesco a giudicare il suo pezzo: continuavo a vedere in lui la trasfigurazione di Tilda Swinton con le sopracciglia di Cicciolina. Era una visione straniante in cui androginia e robotica si fondevano creando un ibrido alla A.I. Intelligenza Artificiale. Ho temuto che da un momento all’altro la faccia gli si smontasse rivelando i circuiti sottopelle. Bravo il make-up artist, quindi. Un’altro po’ di fondotinta e il povero Michele sembrava il fratello maggiore di Super Vicky.

Di Fabrizio Moro posso dire che il suo pezzo non era poi così male, solo mi ha infastidito quel graffiato nella voce che andava e veniva, un graffiato furbo diciamo, il raspo che ti viene quando hai la tosse secca. Portatelo via.

Giusy Ferreri si era fumata se stessa, tagliando la sua voce con l’Idraulico Liquido. Fastidiosa, un po’ come il suo outfit finale di animalier e catene dorate. Lo stile e la classe di una milf in disco, che entra fingendo di cercare la figlia e poi si struscia ai cubisti.

Gigi D’Alessio si è presentato con una canzone triste e malinconica, sperando di far emozionare il pubblico, finendo invece per far emozionare solo le ascelle. Il pezzo era triste e fin troppo lucido. Ah, no, scusate, quella era la sua fronte. Comunque ha preso con sportività la sua eliminazione, mi hanno detto. So che Sky ha mandato di corsa una troupe a Sanremo per girare alcune scene dello speciale su Gomorra con lui protagonista.

Raige e Giulia Luzi: a parte l’oufit che sembrava l’esame finale dell’Accademia di Belle Arti sezione Fashion, non ricordo molto. Bella la chimica fra loro due. La chimica aiuta sempre. Magari quella farmacologica, chissà.

Anche Ron si è presentato con un compitino ben fatto e una buona nuance del parrucchino che si mixava bene con i laterali. La canzone era buona, ma c’era posto solo per un primo della classe coi capelli rossi e hanno dato la precedenza alla donna con più ricci.

Ermal Meta ha portato un pezzo sulla violenza struggente, drammatico. Tematiche trattate con classe sulle quali non si scherza. Quindi non ho niente da scrivere in merito.

Un altro con un compito ben svolto era Michele Zarrillo, la canzone non era niente di innovativo, ma era arrangiata ed eseguita con classe e precisione. Lui si conserva bene e si veste con gusto. Non era un insieme da vincitore, ma un piatto di trofie al pesto al tavolo dei Big se l’è meritato tutto.

Lodovica Comello ha cantato una sigla di una trasmissione di Disney Channel, vestita con abiti fabbricati direttamente da Muciaccia durante Art Attack. C’è poco da dire, e molto da fare ancora. O magari anche basta.

Sergio Sylvestre, secondo me, ha cantato la canzone sbagliata. Sbagliato spingere così tanto sul range alto per la sua voce, sbagliato fargli cantare una canzone così pietista - sono brutto e piango perché mi hai lasciato - e un po’ da vecchio. Lo avrei preferito su sonorità più funky, magari azzeccando il tempo, non come disastrosamente ha fatto nella serata delle cover.

Clementino: ma che vuoi dire di Clementino? Povero.

Alessio Bernabei ha avuto la sua stoccata dal cameraman, che quasi gli estirpava il mento, e dalla classifica che lo ha bastonato. Direi che è abbastanza. Le sue giacche lo rendono piuttosto indifendibile, ma ci provo lo stesso: il pezzo in versione studio (perché lui dal vivo ha guaito) non è male. Anzi, visto che è il secondo anno che prova a infilare una canzone al Festival, nella speranza che la Vodafone gliela prenda in uno spot, facciamogli questo contratto telefonico così magari l’anno prossimo porta qualcosa di diverso, ma se pure non si ripresenta, ce ne faremo una ragione.

Chiara si è presentata dimagrita e terrorizzata. Belli gli abiti, forse troppo casti e misurati per la sua personalità. Così come questo look sbiadito da madonna pentita e la canzone che non decolla mai.

Di Bianca Atzei riesco a ricordare solo le lacrime, Max Biagi che veniva inquadrato più spesso di lei, le faccette di ceramica sui denti e la canzone che sembrava un pezzo di Orietta Berti con un arrangiamento moderno. Credo sia abbastanza.

Marco Masini: anche lui un compitino ben fatto e un look hipster che era a un passo minuscolo dal frate di Terracina. Bravo, però. Ma si sa, non si vince Sanremo con un compitino presentato come si deve. Marco, puoi fare di meglio.

Ultimo colui che è arrivato primo, Francesco Gabbani. Non ho fatto mistero della mia adorazione per lui sin dalla prima sera alla vista del maglioncino arancio. Il pezzo è una bomba, radiofonico, colorato e vivace. Lui è un vero animale da palcoscenico, con animale al seguito. Il pezzo tormentone c’era, il balletto pure, la presenza non mancava e anche il carisma. Vittoria meritatissima. Viva la scimmia nuda che balla.

A questo proposito, voglio dire che le polemiche che sono dilagate dopo la sua vittoria, che ha trovato schierati detrattori e sostenitori su barricate alla Miserables, è a dir poco ridicola. Spendere tutto questo tempo su un fatto così poco rilevante per le vite di tutti noi è un modo bieco di investire preziose risorse neurali. Tutte queste disanime un po’ forzate sul suo testo mi sembrano faziose. Mai che si chiami il diretto responsabile e si chieda a lui cosa volesse dire il suo testo. No, bisogna andare a scomodare illustri analisti - maddechè - che a suon di acidate scompongono le liriche e ne tirano fuori chi una boiata, chi un capolavoro.

Assurdo, non trovate? Si va a cercare il bianco e il nero e poi tutti al cinema a bagnarsi con le 50 sfumature di grigio.

Vorrei vedere questa foga da letterati a parafrasare il testo della Mannoia, a dire di molti, scippata del trono.

Ma lei ha avuto i coriandoli rossi della scelta di Uomini e Donne.

Direi che riconoscimento più alto di questo non poteva proprio arrivarle.

E che si accontentasse!

 

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