Due chiacchiere sul Bon Ton

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Due chiacchiere sul bon ton

 

Apericena ( Donna Letizia, su Grazia 1956, avrebbe detto Cocktail) .

Villa dell’onorevole Prènsile, h 19. Bella gente, un parterre di tutto rispetto, direi: manager in rigorosamente Armani, modelleindossatriciconduttrici TV tutte rigorosamente scosciate su un fianco, sinistro direi…Senza farfallina di Belen, troppo dejavu, patetica ormai…Tanti colori, oro, argento, mirra…Tanti seni, doverosamente resuscitati dalle magiche mani del professor Rinvengo….Tanti politici, preferibilmente in smoking. Camerieri in giacca bianca si aggirano fluidi, come pattinando, con vassoi arditamente in bilico su palmi di mani rialzate. Gli ospiti rapacemente gradiscono:in ogni mano sinistra, con nonchalance, ciascuno stringe in sua balia una flùte alcolica, d’obbligo come lo scettro per la regina Elisabetta… Tutto un “Ciaocarissimotitrovounosplendore”, giustamente declinato al maschile o al femminile. A seconda. E chi non si conosce?. Come diceva Donna Letizia, al secolo Colette Rosselli, moglie di Indro Montanelli, nel fare le presentazioni bisogna tenere a mente le gerarchie. Se tu , padrona di casa, ti trovi di fronte una giovane puledra bionda e un non meglio noto manager di qualche cosa, il bon ton esige che tu presenti lui a lei, superiore in quanto donna e perdipiù per il momento a latere di un supersilvio non sai bene quale. Se viceversa la giovane puledra si trova di fronte un Senatore della Repubblica, allora dovresti presentare lei a lui, superiore per età, prestigio, titoli, visibilità mediatica e così via. E se di fronte al Senatore della Repubblica si trova una signora “bene”, non più giovanissima ma ancora sulla breccia, magari una nota scrittrice, o “moglie di…”? Allora niente dubbi: il Senatore, ancorché uomo prima che istituzione, verrà presentato lui alla signora, cui dovrà fare – visto il prestigio, la signorilità, etc – impeccabile quanto accennato baciamano. Come dire “m’inchino e non m’inchino, a te l’onore, per ora, col tempo si vedrà”.

Così dovrebbero andare le cose: ma siete mai stati oggi a un apericena? Si entra dalla porta già aperta, si gira un rapido colpo d’occhio sul parterre e ci si butta, veleggiando, verso il buffet per afferrare, prima che spariscano del tutto, qualche tartina al caviale iraniano. Poi, masticando, ci si gira verso il vicino di destra, si porge la mano libera e si dice:”Ciao, io sono Elda” e lui, di rimando:”Io Giuseppe” e si comincia a chiacchierare. Altrettanto fa la padrona di casa con il vicino di sinistra, della cui identità è assolutamente ignara, a parte il nome di battesimo,s’intende….

Tutto decostruito, insomma, fluido, come capita. Meglio, no? Colette inorridirebbe, ma noi millennians, senza progetti, senza futuro, tra poco senza pianeta, non abbiamo proprio più tempo per le cerimonie….

 

Greenery Makeup

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Greenery
Colore dell’anno 2017.Una vera ventata di freschezza, impulsi nuovi e costruttivi. Un colore composto da infinite sfumature di verde che accarezzano e risvegliano gli animi. una tonalità composta di verde e giallo per ristabilire l’armonia interiore e sentirsi frizzanti all’esterno. Un colore dedicato alla passioni, gioioso nella vita e fondamentale nel make up dell’estate 2017.
 
 
 
Stendere con un pennello apposito un fondotinta trasparente. Stenderlo dal centro verso l’esterno con movimenti rotatori finché non sarà completamente assorbito. Con un pennello piatto a lingua di gatto applicatelo anche sulle palpebre.
Con un correttore a matita di una tonalità più chiaro del fondotinta, coprite le ombre nella zona oculare. Sfumate il prodotto con un pennello apposito.
Utilizzate un correttore bianco in matita per creare delle zone luminose all’angolo dell’occhio nella parte inferiore e superiore. sfumare accuratamente.
con una matita bianca create un effetto 3d applicandola all’interno della palpebra inferiore, sulla palpebra superiore come fosse un eye-liner, sfumate solo quest’ultima con un pennello piccolo.
applicare la stessa matita sulle ciglia come fosse un mascara, ricopritele totalmente di bianco sia quelle superiori che quelle inferiori. Eliminate con uno scovolino i residui di prodotto.
utilizzate un ombretto in matita verde acido e applicatelo nella parte interna della palpebra superiore creando un semicerchio dalle sopracciglia all'angolo dell'occhio. Con una matita morbida per occhi dello stesso colore tracciate una riga inferiore dell'occhio per tutta la lunghezza . Sfumate con un pennello piccolo a lingua di gatto tutti i prodotti applicati.
 
con una matita più dura e di una tonalità verde mela tracciate la riga infracigliare  per metà occhio.
scurite tutta la rima cigliare con una matita morbida verde bosco come se metteste un eye-liner e con la stessa create la minisfumatura  disegnando un triangolo alla fine dell'occhi. Con un pennello da sfumatura, uniformate il prodotto tirandolo verso l'alto e l'esterno.
applicate un ombretto verde menta iridescente su tutta la palpebra mobile e a metà occhio nella rima pigliare inferiore. Sfumate il prodotto nella parte superiore con un pennello apposito e nella parte inferiore con un pennello piatto. Eviterete così di bistrare eccessivamente l'occhio.
con due eye-liner in crema, verde chiaro e scuro  intensificate il lavoro fatto con le matite: sulla parti chiare applicate l'eye-liner chiaro e successivamente con quello scuro scurite tutta la rima cigliare (superiore ed inferiore).
con un eye-liner grafico nero rendete l'occhio più incisivo. applicate il prodotto solo all'interno delle ciglia. Aiutatevi tirando su l'occhio con le dita.
 formate la banana con un ombretto verde bottiglia più scuro rispetto a tutti quelli utilizzati. Con un pennello grande da sfumatura applicate e sfumate il prodotto tra la palpebra mobile e e quella fissa, esattamente poco sopra la piega palpebrale, facendo un movimento a mezzaluna su tutta la lunghezza dell'occhio.
applicate un mascara verde tu tutte le ciglia (superiori e inferiori). Dovrete ricoprire accuratamente tutta la matita bianca applicata in precedenza.
applicate un ombretto verde chiarissimo irridescente sulla palpebra fissa e all'angolo interno per metà occhio
eliminate i residui di colore, controllate la simmetria delle sfumature e ammirate l'intensità creata da tutte le tonalità di verde che avete utilizzato
con una apposita matita per sopracciglia, infoltitele senza esagerare cercando di alzare l'arco. l'effetto dovrà essere naturale.
avendo dato rilevanza allo sguardo la bocca dovrà essere natural. usate solo un gloss. Rigorosamente trasparente o un gloss rivelatore di colore, ovvero che sia adatta al colore delle labbra.
 
scaldate l'incarnato colorando gli zigomi con un blush aranciato. Se avete dei dubbi sul colore, utilizzate un tris di colore.
con un illuminante create un punto di attenzione sull'osso zigomatico.
il gioco è fatto: il vostro greenery sarà impeccabile.

Credits :

MakeUp: Stefano Bongarzone

Photo By: Ripari Young Group

 

 

Walt Disgay

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Tutti con i forconi a dare addosso al povero Bill Condon che ha osato annunciare che Le Tont è il primo personaggio dichiaratamente omosessuale della storia della Walt Disney.

Io mi arrabbierei perché, se è davvero così, allora è ingiusto che il primo uomo gay della Disney sia brutto e scemo.

Che poi, la vera genialata di quest’uscita, non sta nel dire che sia gay, ma, badate bene, che sia dichiaratamente gay.

Perché diciamocelo chiaro e tondo: la storia dei classici Disney, è tappezzata di personaggi velatamente omosessuali.

A partire dal primo principe, quello di Biancaneve, che si presentava dalla sua bella con i leggins tortora e lintera palette di Mac - Famme Fatale sulla faccia. E con il pugnale molto corto.

Il belloccio blasonato, fiero delle sue cosce ben tornite da estenuanti sessioni di GAG, si innamora di lei sentendola cantare: non per i suoi modi da profumiera e i vestiti da zozzona, no. Per la sua voce intonata. Tanto che si unisce a lei in armonia, come in un musical.

Poi il principe sparisce, per tornare sul finale e baciare Biancaneve nella teca. È chiaro che non è la situazione drammatica a coinvolgerlo, ma la possibilità di avere una principessa Disney, a grandezza naturale, nella confezione originale in vetro temperato. Dai su.

E il principe di Cenerentola? Uno scapolone d’oro che viene costretto dal padre - il quale sa benissimo che alle dame, il suo erede, preferisce di gran lunga i cavalieri - a trovare moglie pur di avere un nipotino. L’interesse del principe, che converge pericolosamente nel feticismo per le scarpe da donna immettibili peggio delle Laboutin, è così inesistente che il ragazzo non mette alcuna specifica nell’invito al ballo: basta che siano in età da marito. Traduzione: basta che respiri senza la bombola d’ossigeno. Non importa che sia un bidone, che sia l’anello di congiunzione tra una donna e un chihuahua - ovvero le sorellastre di Cenerentola - che si sia rifatta le tette o le manchi una gamba o porti la parrucca, purché sia in età da marito e possa fornire una dignitosa copertura dalle malelingue.

Il Principe Filippo? Anche lui amante dei leggins stretti sul cavallo e che si innamora di un’ingenua - molto ingenua - contadina che va per il bosco scalza, con un cesto che era già pieno quando è uscita di casa, e le basti ballare abbarbicata a un gufo col mantello. Il principe avrà pensato sicuramente “questa non ha tante pretese, le basta poco. Può stare in casa a fare i pigiama party con le fatine mentre io me la spasso agli afterhours di Malefica e nelle sue segrete, ristrutturate a Dark Room”.

Lasciamo stare i principi? Ok. Parliamo di coppie di fatto, come i vecchi Fido e Whisky che attendono la dolce Lilly sotto il portico, sonnecchiando e pensando ai bei vecchi tempi in cui si scatenavano al ritmo di YMCA.

C’è un mestiere più gay del direttore di cori femminili? Faccio fatica a immaginarlo. Chi ricopre questo ruolo ne “La Sirenetta”? Sebastian, un granchio travestito da aragosta in umido, dai modi raffinati e la polemica facile. Sebastian sbatte le ciglia, fa la spia a Re Tritone e se la sghignazza con sirenette principesse. Gli manca solo il boa di struzzo e può tranquillamente organizzare un vaudeville a tema fritto misto.

Ma di comprimari con le chiappe chiacchierate ce ne sono in ogni classico Disney, vogliamo parlare di Pena e Panico? Pazzi dei sandaletti di Hercules e dei suoi articoli firmati?

I villain Disney, poi, sono da sempre territorio di apoteosi omosessuale. Come il Governatore Radcliffe, che non disdegna piume, gorgiere e lunghe parrucche boccolose, in pratica un’enorme drag queen seicentesca nel nuovo mondo. Come se non bastasse se ne va in giro con un carlino. Un carlino! Uno di quei cagnetti con l’affanno costante e il muso da meme di Facebook.

Valentino, lo stilista Valentino, ne ha undici, credo. E lui sarebbe un perfetto Governatore Radcliffe, tra l’altro, pronto a coprire i prestanti indiani con pantaloni di gabardine e poncho tricot.

Non parliamo di Frollo! Ne “Il Gobbo di Notre Dame” è la peggior checca isterica con le sopracciglia alla Joan Crawford che si possa incontrare. In pratica Enzo Miccio nella Francia del 1500.

C’è una velata anche nel mio film preferito “Le Follie dell’Imperatore” che, tra l’altro, ha portato sullo schermo una vera icona gay, Izma, doppiata in Italia dalla immensa Anna Marchesini. L’imperatore Kuzco è una super diva che snobba promesse spose bellissime per concentrarsi solo su se stesso, sulla sua musica, sui suoi movimenti sexy e il fatto di non essere abbastanza al centro dell’attenzione, una specie di Tiziano Ferro.

Kuzco, tra l’altro, coglie la prima occasione utile per vestirsi da donna e fare la diva pure in una locanda di quart’ordine.

Insomma, non capisco tutto questo clamore per un personaggio dichiaratamente gay. Anzi, era ora! La Dinsey ha fatto film su gobbi, nani, anziani, burattini, elefanti, cani, gatti, topi, pesci, robot, scimmie, lemuri e facoceri scoreggioni, dinosauri rimbambiti, alieni pestiferi e mucche alla riscossa.

Sta a vedere adesso che un uomo che porta dei leggins con fierezza, vi turba.

 

 

Copper Metal

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Luce calda per illuminare il viso, dinamismo e colore, trasgressione e seduzione nella bocca.

Un colore per accogliere una nuova stagione, tiepida, luminosa ma metallizzata. Un colore per chi non rinuncia alla vivacità cavalcando un trend. Un viso regolare nel suo ovale e uno zigomo prominente. Queste sono le caratteristiche di Giusy che giocando ha interpretato il trucco vivacizzandolo con la sua allegria. Una tecnica elaborata ma realizzabile anche da sole. Vediamo passo passo questo trucco per accogliere la primavera.

scegliete un fondo tinta liquido di un colore vicino all'incarnato. Lo utilizzerete per compattare il colore della pelle.

stendete il fondo con un pennello piatto e sintetico, adatto ad applicare il fondo tinta. Applicatelo in ogni parte del viso, comprese le labbra che si adatteranno al colore scuro del rossetto e alla sua opacità perché preparate con la base il colore iniziale si schiarirá e la parte grassa del rossetto aderirà con facilità.

con un correttore chiaro schiarite la parte interna dell'occhio e sfumatela con un pennello per renderla perfettamente uniformata al colore della base. Questo tipo di correzione creerà una naturale ombra chiara anche alla fine del make Up valorizzando i colori che applicherete successivamente e distanzierà leggermente gli occhi tra loro.

applicate sullo zigomo un fard leggermente aranciato. Lo farete prima di terminare il trucco di base per avere chiari i punti da correggere e le zone da truccare. Un colpo d'occhio durante la realizzazione del make Up é fondamentale, vi aiuta a riconoscere le zone più ampie da quelle più piccole e le truccherete fino a raggiungere le giuste proporzioni.

con una matita bianca ma molto morbida tracciate un punto luce che sfumerete subito nella parte interna dell'occhio, sia nella palpebra superiore che nella palpebra inferiore

rinforzate la zona dello zigomo con un fard aranciato in crema esattamente nella zona dove avete applicato precedentemente il fard in crema compatta.

utilizzate una matita aranciata (corallo)creando un triangolo nella parte finale della palpebra superiore e una linea orizzontale infracigliare nella palpebra inferiore, il tutto da sfumare con un pennello piatto e folto. Questa matita aiuterà la definizione del colore finale dell'occhio e permetterá ai pigmenti degli ombretti di aderire maggiormente nelle zone dove il colore deve risultare compatto e intenso. Il trucco adattandosi alle parti grasse del make Up con le polveri sará più duraturo anche nelle serate più calde.

applicare un ombretto in forma di pigmenti iridescente e metallizzato su tutta la palpebra mobile. Sfumare con un pennello apposito tutta la palpebra facendo salire il colore anche sopra la piega naturale dell'occhio.

applicate un eye liner mantenendovi aderenti alle ciglia. Tracciate una linea sia infracigliare che esterna, per ottenere intensità allo sguardo e allo stesso tempo tracciando un nuovo disegno per l'occhio, più slanciato verso l'alto. Lasciate che la linea non sia troppo presente, l'eye liner non deve essere il protagonista del trucco degli occhi, bensì un coadiuvante alla linea finale.

con una matita marrone, tracciate le profondità del make Up degli occhi. Una linea esterna si congiungerà con un triangolo nella parte interna attraverso la sfumatura dell'arcata della palpebra superiore. Sfumate il tutto fino ad arrivare ad ottenere un colore morbido.

rinforzate la sfumatura con un ombretto marrone e controllate il lavoro ad occhio aperto

utilizzare un ombretto arancio opaco sulla palpebra fissa e nella parte inferiore dell'occhio per intensificare il colore. Fatelo in maniera leggera e sfumate l'eccesso di colore.

applicate un mascara nero per preparare le ciglia naturali all'applicazione di quelle finte. Non abbondate.

applicate l'eye liner anche nella rima ciliare inferiore

con un ombretto sotto forma di pigmento in polvere libera irridescente intensificherete la brillantezza applicandolo nella parte inferiore dell'occhio e al centro della palpebra mobile. Per una maggiore aderenza, sugli spazi ampi potete utilizzare anche i polpastrelli.

utilizzate delle ciglia finte a nastro per intensificare lo sguardo e subito dopo l'asciugatura della colla, ripassate il mascara facendo una leggera pressione affinché le ciglia naturali si uniscano a quelle finte

con una matita marrone intensificate l'interno dell'occhio nella palpebra inferiore.

con una matita bianca formate un punto luce al di sotto del dotto lacrimale per tutto l'angolo interno dell'occhio.

utilizzate una matita apposita per delineare e infoltire le vostre sopracciglia. Sfumate l'eccesso e con uno scovolino pettinatele e fissatele.

creare dei punti luce con un ombretto chiaro iridescente sotto l'arcata sopraccigliare e all'interno dell'occhio.

applicare un fondotinta liquido sulle labbra per preparare la bocca alla stesura dei prodotti

tracciare un contorno labbra con una matita di tonalità marrone freddo facendo attenzione a non ingrandire o rimpicciolire troppo. Le correzioni non dovranno mai essere visibili. Intensificare sempre con la matita i laterali della bocca e sfumare tutto il lavoro.

 

stendete un rossetto dello stesso colore della matita partendo dal centro e stendendo fino agli angoli.

colorate gli zigomi con un blush aranciato applicandolo dal centro verso l'esterno

con delle polveri illuminanti compatte create un effetto glowy. Illuminate quindi l'osso zigomatico fino alle tempie e se siete coraggiose applicatene un po' anche sulla punta del naso e sul l'arco di cupido.

 

 

Facciamolo Nudi

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All’inizio c’era l’Eden e vestirsi era facile. Una foglia di fico e via.
Per alcuni è ancora così, come Lil’ Kim, che mette due stelline sulle tette e va sul Red Carpet.
Però, all’epoca, andarsene in giro nudi era la normalità, fare le cose nudi, era la normalità.
Poi, Eva si è stufata di fare la dieta Dukan ed è voluta venir via, come quando iniziano a mancarti le puntate di Montalbano mentre sei nel bel mezzo di un una gita sull’elefante nella giungla del Myanmar e devi per forza volare a casa.
Oggi, la moda di fare le cose nudi pare sia tornata.
Il primo nella nuova serie di mestieranti accaldati è il cuoco italo-peruviano Franco Noriega. Se non l’avete ancora visto, vi consiglio di recuperarlo e se vi aspettate un imbolsita montagna d’uomo, tutto barba e manone come Cannavacciuolo, resterete piacevolmente sorpresi. Il buon Noriega di Cannavacciuolo ha forse soltanto i denti del giudizio in ritardo. Diciamo che Noriega assomiglia più a un modello che ha scoperto di avere una cucina in casa, che a un cuoco. Infatti, l’unico merluzzo che vedrete nel suo bancone Franco Noriega lo tiene sballonzolante nei boxer, perché lui prepara solo frullati, estratti e bibitoni proteici vegani. Diciamo che ce la mette tutta per distrarti e non farti guardare quello che combina e il risultato finale assomiglia pericolosamente a quello che mia nonna versava nel trogolo dei maiali.
No, gli attrezzi che Franco Noriega usa di più sono quelli della palestra, e, infatti, nei suoi video si vede molto di più la grattugia dei suoi addominali che quella per le scorze di limone, o il tagliere dei suoi pettorali più che quello dove affetta le banane e mescola la quinoa.
Un altro che ha seguito il minimalismo ormonoso dell’abbigliamento è il violinista Matthew Olson, conosciuto su You Tube come Shirtless Violinist. La sua specialità è imbracciare l’elegante strumento e suonarlo egregiamente in location molto suggestive.
Cosa che finisce per fare chiunque lo vede nei suoi video: imbracciare il proprio strumento e suonarlo più o meno elegantemente finché la sonata non arriva al climax, per entrambi.
Sì, perché come la giri la giri, questi qui hanno trovato il modo per attirare l’attenzione su di loro facendo altro, ma con meno vestiti addosso possibile, cavalcando l’onda pruriginosa dei naviganti, sempre affamati di fisici scolpiti, che popolano le fantasie di tutti.
Perché, nelle nostre fantasie, nudi si può fare tutto e appari sempre in splendida forma. Mai una volta che Franco Noriega si schiacci la banana nel cassetto dei mestoli o Matthew Olsen inciampi e faccia disperdere il suo archetto in un orifizio a caso del suo fisico lucido di unto del Signore.
Provateci voi ad apparire sexy mentre mescolate la bernaise che impazzisce a guardarla o ripulite la trippa alla romana. Riuscireste a essere sexy mentre suonate il flauto o il trombone?
Non è così semplice e questo perché i grandi artisti come i succitati, passano molto più tempo dall’estetista che in sala di incisione o ai corsi di cucina.

Nell’attesa che qualcuno trasformi in un tormentone mescolare la burrata in un caseificio con le tette o concimare l’orto con fertilizzante naturale con il birillo di fuori, voi copritevi, che il freschetto marzolino è bastardello assai.

Bye Bye Sanremo

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E pure questo Sanremo ce lo siamo sfangati.

È stata un’edizione contenuta, pur restando in un grosso contenitore. Un po’ come quei grossi sacchetti di patatine che poi hanno all’interno aria fritta e una manciata di petali di patata.

Di patata, in effetti a Sanremo se ne è vista, ma mai abbastanza. Giusto?

Infatti, qualcuno - il solito Adinolfi che, da solo, fa “qualcuno” - ha scritto che è stato un Sanremo troppo gay. Lo dice un po’ tutti gli anni, quindi forse lui è un po’ troppo ripetitivo, così come i suoi valori ematici sono un po’ troppo vicini alla trasformazione del sangue in strutto.

Se dovessi tirare le somme, le tirerei un po’ a caso.

Così ci pago meno tasse.

Avevo ipotizzato che fosse un evento epico la presenza di Maria all’Ariston: è stato un evento etico. Nel senso che ha portato un po’ di C’è Posta per Te, i coriandoli rossi della scelta di Uomini e Donne - che sono finiti in testa alla Mannoia - e tanti Amici di Maria.

Quindi, tutto sommato, è stata contenuta pure lei. I suoi outfit erano un misto tra un quadro antico sulla mensola del Grande Gatsby, ma con un tocco di modernità data dalle maglie della salute sotto le trasparenze, le canotte del nonno a contrasto coi pizzi e il cardigan da divano con pantalone della tuta sopra le perline.

Un po’ Maria, un po’ Zia Maria.

I cantanti? Facciamo un veloce excursus.

Al Bano, tornato al festival dopo numerosi tentativi, ci teneva a non vincere neanche quest’anno, per coerenza. Così ha portato una canzone dal suo repertorio, uno scarto che era finito tra le bottiglie d’olio della sua tenuta nel Salento, il Lambrusco che ha usato come tinta per i capelli e le camicie bianche delle quali non allaccia più il primo bottone dal 1972.

Elodie, ha cantato, posseduta da Emma Marrone, “Tutta colpa mia” e io non riuscivo a non pensare “sì, è tutta colpa tua, ma ce la stai facendo scontare a noi”. Coraggiosi e raffinati gli outfit, non si è spinta molto in là, così come la voce che ha le ottave della pianola Bontempi.

Paola Turci è stata brava, va detto. Vestita elegantissima, bella la canzone, ottima l’interpretazione. Mi tocca essere buono con lei, perché pare lanci scarpe con facilità.

Samuel è stato bravo anche lui, orecchiabile e stiloso il pezzo e i cappelli per coprire la calvizie. Giovane, diciamo. Non sono un fan dei Subsonica, ma mi dicono che lui sia uno che non ha giocato molto fuori dal suo campetto. La canzone si è fatta ascoltare, anche se non ho capito perché si ostinasse a rimanere di profilo come i rilievi degli antichi egizi e Lory Del Santo.

Fiorella Mannoia è quella che, di sicuro, ha osato meno di tutti. Si è presentata da Messia sul palco della musica nazionale con un compitino ben fatto, un pezzo, anche lei, dal suo repertorio e una musica che calzerebbe alla perfezione in un suo album di vent’anni fa. Lei sempre insegnante LIS, che con premura ti indica la terra dove cadere e la direzione in cui risollevarsi. Le mancavano solo le tavole della legge e poi il suo essere profetica l’avrebbe elevata a nuovo salvatore delle anime da benedire.

Nesli e Alice Paba sono durati quanto le patatine del McDonalds, che si sfanno immediatamente tornando alla loro materia d’origine: la plastica. Non ricordo neanche di aver sentito il loro pezzo. Quindi non posso dire nulla, se non che la somma dei loro nomi sembra una strana maledizione vodoo che però si è ritorta loro contro.

Bravo anche Michele Bravi, ma non riesco a giudicare il suo pezzo: continuavo a vedere in lui la trasfigurazione di Tilda Swinton con le sopracciglia di Cicciolina. Era una visione straniante in cui androginia e robotica si fondevano creando un ibrido alla A.I. Intelligenza Artificiale. Ho temuto che da un momento all’altro la faccia gli si smontasse rivelando i circuiti sottopelle. Bravo il make-up artist, quindi. Un’altro po’ di fondotinta e il povero Michele sembrava il fratello maggiore di Super Vicky.

Di Fabrizio Moro posso dire che il suo pezzo non era poi così male, solo mi ha infastidito quel graffiato nella voce che andava e veniva, un graffiato furbo diciamo, il raspo che ti viene quando hai la tosse secca. Portatelo via.

Giusy Ferreri si era fumata se stessa, tagliando la sua voce con l’Idraulico Liquido. Fastidiosa, un po’ come il suo outfit finale di animalier e catene dorate. Lo stile e la classe di una milf in disco, che entra fingendo di cercare la figlia e poi si struscia ai cubisti.

Gigi D’Alessio si è presentato con una canzone triste e malinconica, sperando di far emozionare il pubblico, finendo invece per far emozionare solo le ascelle. Il pezzo era triste e fin troppo lucido. Ah, no, scusate, quella era la sua fronte. Comunque ha preso con sportività la sua eliminazione, mi hanno detto. So che Sky ha mandato di corsa una troupe a Sanremo per girare alcune scene dello speciale su Gomorra con lui protagonista.

Raige e Giulia Luzi: a parte l’oufit che sembrava l’esame finale dell’Accademia di Belle Arti sezione Fashion, non ricordo molto. Bella la chimica fra loro due. La chimica aiuta sempre. Magari quella farmacologica, chissà.

Anche Ron si è presentato con un compitino ben fatto e una buona nuance del parrucchino che si mixava bene con i laterali. La canzone era buona, ma c’era posto solo per un primo della classe coi capelli rossi e hanno dato la precedenza alla donna con più ricci.

Ermal Meta ha portato un pezzo sulla violenza struggente, drammatico. Tematiche trattate con classe sulle quali non si scherza. Quindi non ho niente da scrivere in merito.

Un altro con un compito ben svolto era Michele Zarrillo, la canzone non era niente di innovativo, ma era arrangiata ed eseguita con classe e precisione. Lui si conserva bene e si veste con gusto. Non era un insieme da vincitore, ma un piatto di trofie al pesto al tavolo dei Big se l’è meritato tutto.

Lodovica Comello ha cantato una sigla di una trasmissione di Disney Channel, vestita con abiti fabbricati direttamente da Muciaccia durante Art Attack. C’è poco da dire, e molto da fare ancora. O magari anche basta.

Sergio Sylvestre, secondo me, ha cantato la canzone sbagliata. Sbagliato spingere così tanto sul range alto per la sua voce, sbagliato fargli cantare una canzone così pietista - sono brutto e piango perché mi hai lasciato - e un po’ da vecchio. Lo avrei preferito su sonorità più funky, magari azzeccando il tempo, non come disastrosamente ha fatto nella serata delle cover.

Clementino: ma che vuoi dire di Clementino? Povero.

Alessio Bernabei ha avuto la sua stoccata dal cameraman, che quasi gli estirpava il mento, e dalla classifica che lo ha bastonato. Direi che è abbastanza. Le sue giacche lo rendono piuttosto indifendibile, ma ci provo lo stesso: il pezzo in versione studio (perché lui dal vivo ha guaito) non è male. Anzi, visto che è il secondo anno che prova a infilare una canzone al Festival, nella speranza che la Vodafone gliela prenda in uno spot, facciamogli questo contratto telefonico così magari l’anno prossimo porta qualcosa di diverso, ma se pure non si ripresenta, ce ne faremo una ragione.

Chiara si è presentata dimagrita e terrorizzata. Belli gli abiti, forse troppo casti e misurati per la sua personalità. Così come questo look sbiadito da madonna pentita e la canzone che non decolla mai.

Di Bianca Atzei riesco a ricordare solo le lacrime, Max Biagi che veniva inquadrato più spesso di lei, le faccette di ceramica sui denti e la canzone che sembrava un pezzo di Orietta Berti con un arrangiamento moderno. Credo sia abbastanza.

Marco Masini: anche lui un compitino ben fatto e un look hipster che era a un passo minuscolo dal frate di Terracina. Bravo, però. Ma si sa, non si vince Sanremo con un compitino presentato come si deve. Marco, puoi fare di meglio.

Ultimo colui che è arrivato primo, Francesco Gabbani. Non ho fatto mistero della mia adorazione per lui sin dalla prima sera alla vista del maglioncino arancio. Il pezzo è una bomba, radiofonico, colorato e vivace. Lui è un vero animale da palcoscenico, con animale al seguito. Il pezzo tormentone c’era, il balletto pure, la presenza non mancava e anche il carisma. Vittoria meritatissima. Viva la scimmia nuda che balla.

A questo proposito, voglio dire che le polemiche che sono dilagate dopo la sua vittoria, che ha trovato schierati detrattori e sostenitori su barricate alla Miserables, è a dir poco ridicola. Spendere tutto questo tempo su un fatto così poco rilevante per le vite di tutti noi è un modo bieco di investire preziose risorse neurali. Tutte queste disanime un po’ forzate sul suo testo mi sembrano faziose. Mai che si chiami il diretto responsabile e si chieda a lui cosa volesse dire il suo testo. No, bisogna andare a scomodare illustri analisti - maddechè - che a suon di acidate scompongono le liriche e ne tirano fuori chi una boiata, chi un capolavoro.

Assurdo, non trovate? Si va a cercare il bianco e il nero e poi tutti al cinema a bagnarsi con le 50 sfumature di grigio.

Vorrei vedere questa foga da letterati a parafrasare il testo della Mannoia, a dire di molti, scippata del trono.

Ma lei ha avuto i coriandoli rossi della scelta di Uomini e Donne.

Direi che riconoscimento più alto di questo non poteva proprio arrivarle.

E che si accontentasse!

 

La Collezione degli Estratti " PERRIS MONTECARLO"

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La Collezione degli estratti

Perris Monte Carlo

 

Entra nelle collezioni scelte da Stefano Bongarzone la collezione degli estratti di Perris Monte Carlo.

Sei fragranze in estratto legate alla linea black collection di Perris già presenti nel Beauty Concept di Stefano Bongarzone.

Dopo il successo realizzato con materie prime d'eccezione “Perris” si concentra nella formula extrait per avere il massimo della resa olfattiva.

Senza essere aggressive delle cou de profum, L'estratto pur partendo in modo più armonioso garantisce una tenuta nel tempo assai maggiore e una volatizzazione ottimale delle note fin dai primi minuti grazie all'alta concentrazione di profumi.

 

OUD IMPERIAL

L'apertura della fragranza è più sottile, con una nota incessata più mordita; L'oud naturale e di qualità più preziosa ed è dosato al doppiodella concentrazione della formula iniziale

ROSE DE TAIF

Più ricco di olio essenziale di rosa di Taif e di assoluta di rosa Damascena, L'estratto rinuncia all' exploit inziale di note verdi e agrumate in favore di un'apertura più morbida. Già dai primi instanti ci si sente immersi in un giardino di rose, un'esperienza che continua per tutta la durata del profumo sulal pelle.

PATCHOULI NOSY BE

La materia prima d'eccellenza, il Patchouli proveniente da Nosy Be, trova la dimensione perfetta:

l'alta concentrazione permette di goderne le caratteristiche uniche come mai prima d'ora.

 

YLANG YLANG NOSY BE

Ylang Ylang naturale trova ancora più spazio, in uno sposalizio perfetto tra olio essenziale Extra e la più preziosa assoluta di Gelsomino.

 

ABSOLUE D'OSMANTHE

L'estratto è piu raffinato, elegante lussuoso; combina con magnificenza e nobiltà la rose pétale all'Osmanto. Così si afferma ancora di più il suo carattere sensuale ad audace.

 

SANTAL DU PACIFIQUE

Un profumo ipnotico e misterioso le cui note calde di bosco, cremose vellutate sviluppano un carattere caloroso e avvolgente. L'irone naturale accentua questo lato misterioso, inebriante e soave.

 

Il Bello delle Nonne

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Rimettere insieme i Ricchi e Poveri facendo una pera di Atropina al Baffo, sarebbe una dignitosa operazione nostalgia.

Richiamare le ragazze di Non è la Rai: quelle che vestivano Onyx e ora fanno le commesse da Terranova, e, soprattutto, quelle che, a forza di darla via per lavorare, se la sono persa e sono costrette a usare ‘Trova la mia iPhagiana’ per sapere dov’è. Ecco, riunirle tutte in un mandria-show sarebbe un’operazione nostalgia interessante.

Ma riportare in vita il Bello delle Donne è una riuscita operazione tristezza.

 

Ce la caveremo, col nostro impegno, le nostre capacità e… col cuore.”

Ah Luca, ma tte rendi conto d’a situazione? Altro che cuore, qui ce vorebbe ‘na bella botta de cu… [sguardo rimproverante della vecchia phonata] cuore, sì.”

 

Prendiamo in prestito alcune delle più frizzanti battute messe in bocca - soprattutto - alla Arcuri per punteggiare il ritorno de “Il Bello delle Donne - Alcuni (d)anni dopo”. La produzione, il regista e gli sceneggiatori si sono messi d’impegno, sfruttando al minimo le loro capacità e provando a realizzare un prodotto col cuore, sperando proprio in una botta di culo (lo posso dire, non ci sono vecchie phonate - e doppiate male - nei paraggi). Sì, perché, per dare vita a un prodotto così scadente, ti ci devi proprio mettere d’impegno.

 

Ecco qua, er panettone è ’n forno. So dde du mesi. Vado, che me se sta a bruscià ‘na cliente”.

 

Le prime quattro puntate sono andate in onda e la rete non sa se abortire il programma o portare a termine la rischiosa gravidanza. A me, sinceramente, un po’ gli occhi sono “brusciati” a guardare il pilota. Certo, uno passa ore e ore a consumare Netflix, come Cicciolina ai bei tempi da cavallerizza, e poi si ritrova con in mano una carotina baby. Non è esattamente la stessa cosa. A casa, la gente, un po’ il gusto se l’è fatto, non si inganna certo con qualche scintillio qua e là.

 

Tiè, guarda come luccica. Ce vojono l’occhiali da sole pe’ guardallo”.

 

Ma che è vero?”

No, è farzo come ‘r colore che c’hai in testa!”

 

Un po’ te lo chiedi, a un certo punto: sto guardando sul serio questa roba? C’è tanto sbrilluccicare di vetri in questa serie, di pelli diafane bruciate da fari dei naviganti, anche di notte, in una cantina, sottoterra.

Un’operazione quasi kubrickiana in cui l’orrore non è nascosto ma illuminato, un’operazione poco riuscita, come tutte quelle fatte sul viso di Alessandra Martinez, tirata in più direzioni come la pasta per la pizza e infine imbottita di lievito ialuronico.

Anche Anna Galiena non ha rinunciato ai fasci lunari piallanti. La Anna Botoxena è inseguita costantemente da un pallore quasi spiritico e anche un po’ spiritato, che dona alle sue faccette da emoticon uno spessore morbido e raffinato come il nuovo Pan Bauletto di Banderas.

 

Dottò m’ha fatto un regalo bellissimo… ’n confronto Babbo Natale è ’n tirchio eh?!”

 

Non mancano le battute della commedia all’italiana, prese direttamente dal Dizionario Devoto Oli Vanzina, che danno al tutto un’ aura molto più frizzante.

Frizzante come il vento del Polo Nord.

Freddure che farebbero mettere i pinguini in cerchio per scaldarsi a vicenda.

 

Il tuo pistolino è ancora più tirchio di te!”

 

Battute madri, che abbattono le pesanti barriere del maschilismo bieco e arido, che donano al femminismo una nuova coscienza di sé, mirato a denigrare la società patriarcale violenta e femminicida.

Che poi, io a quella Lalla Sciacalla - geni assoluti gli inventori - un pugno in faccia glielo avrei dato solo per l’orrenda pettinatura da strega Elvira, o, peggio, da Lory del Santo dopo un mese all’Isola dei Famosi.

 

Prima te phono, e poi te faccio a messa ’n piega”

Con le tue lacrime risolveresti il problema della sete nel mondo”

 

Paperotto cattivo”.

Paperotta egoista”.

 

Maschi: questi eterni trogloditi, dipinti come i veri nemici delle donne. Il revival di questa serie è fermo in partenza proprio per questo: non ha modernizzato alcun conflitto. Lasciare gli scontri sul piano della lotta fra i sessi - nel quale il cattivo è sempre l’uomo - rende tutto molto più vecchio e stantio, come il nuovo Rischiatutto, dove Fazio riesce ad essere perfino più demodè di Mike Bongiorno.

Un maschilismo che dà modo agli sceneggiatori di sfogare anche l’anima razzista di personaggi macchietta, al cui confronto le parodie della Premiata Ditta sono i Monty Python.

 

Qua o so negri o so rumeni”.

 

Allora nun è vero che i franscesi so tutti stRonzi”

 

Non eri morto te? Una di quelle malattie che vi prendete voialtri”.

 

Certo che so bravo a fa ‘r frocio”.

 

E poi ci sono le boutade che nessuno capisce, che dovrebbero risolvere una scena o darle il picco, ma lasciano solo la fronte aggrottata.

 

Sei solo?”

Come ‘n brocco davanti ar presepe”.

 

Me pare che stamo a fa’ er solletico a ‘na purce”.

 

O quelle non in italiano.

 

Se la signora vuole lasciarlo [il negozio], me lo deve scrivere per iscritto”

 

O quelle scontate.

 

È proprio ‘r caso de dì che non fa ‘na piega”.

 

O quelle profonde, che nascondo grandi verità dentro il crudo realismo.

 

La pagnotta è ‘mportante pe' tutti… ma l’amicizia, allora, che valore ha?”.

 

Rimane poco di questa operazione nostalgia con l’anca in titanio, le rughe spianate dalle luci abbacinanti e la Arcuri con i capelli di Xena.

La vecchia che si guarda il polso senza orologio al grido di “Oddio! Com’è tardi!”, quello della Tisanoreica che fa una battuta autoreferenziale e il romanesco, ripulito così, fa solo colore.

Marrone, solitamente.

Se quanno ve passa ‘a ridarella ve degnate!”.

 

Tranquilli, il problema non sussiste.

 

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