I suoi secondi…anta anni

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Due chiacchiere di Bon ton


Priscilla ha deciso. Vuol degnamene festeggiare i suoi …anta anni, perché col cavolo che vuol dare a intendere ad amici e parentado che ormai si è arresa, o che di anni ne ha molti di più di quanto comunemente si pensi. Ha optato per una cena in piedi – che poi di lì a qualche giro di danza post-champagne il passo è breve e così, senza parere, viene una bella festa – con piatti regionali e patriottici, visto l’andazzo che tira.

Ha pensato a un risottino allo zafferano, che poi cospargerà di striscioline rosse di peperoni arrosto e tritato verde di pistacchi di Bronte, così da onorare la nostra bandiera. Ha qualche dubbio sul risultato gastronomico finale, ma la scenografia merita il rischio! Poi farà seguire un fegato rigorosamente alla veneta e un baccalà rigorosamente alla vicentina, per non far torto a nessuno. Contorni di insalate fresche e crude e niente, neanche l’ombra di kartoffen, per carità, onde non si pensi a un omaggio di sudditanza all’imperio di Frau sappiamo tutti chi… .

Per finire, frutta di stagione opportunamente tagliata e composta in un lungo piatto ovale a mo’ di stivale, con isole annesse, naturalmente, soprattutto Lampedusa, che si presenta circondata da un punto interrogativo di fragoline rosse: e chi vuol intendere intenda!
Ha già diffuso un sottofondo di opera lirica e si accinge a ricevere gli ospiti , paludata in uno svolazzante abito di chiffon azzurro, che, si sa, è il colore del Mare nostrum, e ben si intona alla zampillante cascata di riccioli rossi stile “tardo impero romano” che, con natri e forcine, è riuscita a costruirsi in testa in non più di due ore.

Gli ospiti cominciano ad arrivare, ciascuno col suo pacchetto regalo, bevono, spiluzzicano, conversano: tout va bien, madame, la rassicura il cameriere, un cristone in giacca bianca e alamari d’oro, reclutato per l’occasione. Giunge l’ora della torta: un mausoleo a più piani, glassa bianca e niente candeline. Anzi no, una c’è; ma è piccola, biancoglassata,quasi indistinguibile sul tetto del mausoleo, se non fosse per la lucina che il cameriere, con scatto preciso del pollice destro, ha fatto scoccare proprio ora. Tutti si accalcano, applaudono, cantano, si spengono le luci e con un robusto soffio - meritevole di ben più nutrita squadra di candele– Priscilla finalmente spegne. Cala il buio, insieme con un brivido di orrore chiaramente proveniente dalle balze di chiffon azzurro mare.

Un attimo di silenzio….poi si leva, eroica, la temuta voce anonima che formula la temutissima , ineludibile domanda: “A Prisci’! Ma quanti so’
st’anni che compi?” Silenzio di ghiaccio. Ma l’ufficiale in giacca bianca Priscilla non lo paga mica per niente: gli alamari scintillano improvvisamente vicini al
giradischi, mentre, senza sapere come né perché, nell’aria esplode il più clamoroso, bailoso, samba brasiliano, che tutto tacita e pietosamente
ricopre….

L’assemblea di condominio

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Due chiacchiere di Bon Ton

Carissime, qui è la vostra Priscilla, che ha un consiglio urgente da chiedervi. Oggi pomeriggio alle 18 c’è assemblea di condominio. Non sto neanche a chiedervi se conoscete il format, sono convinta che sia universale: stanza squallida, tavolone anonimo al centro, intorno sedie spaiate con sopra condomini di vario tipo, tutti attempati per lo più, ma caspita che strozza che ti tiran fuori se si tratta di difendere il loro millesimo quadrato da un’ombra di aumento!

Di una noia, di un deprimente…..

Non crediate che di questi attempati io voglia sedurne neanche mezzo, sfasciati come sono. Ma sento che per bon ton, per dignità, per me stessa insomma, sia giusto portare in quell’ambiente una nota di colore, chessò, quel frin frin di eleganza, che solo una donna ancora quasi giovane come me può suggerire.

Non trovate? Sì?

E allora mi metto davanti allo specchio e mi studio. Capelli rossotiziano e ricci fanno allegria da sé, ma il rossetto deve essere rigorosamente in tinta. Butto all’aria il contenuto dei cassettini della toilette alla ricerca del ruggine perfetto - tubetti, stick, matite, dischetti – e finalmente eccolo!!!L’ho trovato!
Inciprio le labbra, ne disegno accuratamente il contorno con una matita appena un po’ più scura. Poi, con il pennellino, tubetto alla mano, stendo il colore con tocchi sapientemente preraffaelliti. Perfetto. Con la stessa matita accentuo il colore di qualche lentiggine sul naso, anche quelle sono divertenti, non trovate? Aggiungo sulle guance un soffio di fard e mi pare che, quanto a trucco, possa bastare.

Poi parto alla ricerca dell’abito. Cosa si indossa a una riunione di condominio delle ore 18? Un abito da cocktail? Mmmm….Eccessivo, temo, anche perché siamo in assoluta assenza di cocktail, ma che dico? Anche di un bicchier d’acqua, nel caso qualcuno soffocasse. I jeans? Troppo ragazzina, non mi prendono sul serio, anche se qualche occhio lubrico sono sicura inseguirà con nostalgia e golosità le curve aderenti del tessuto…. Opto alla fine per una gonnellina blu a pieghe, che abbino a una camicina color rosa cipria, in armonia con tutto il ruggine che mi ritrovo.

Tacchi? Senza meno!! Non vertiginosi, per carità: una cosa media, ma adeguatamente stilettata, sotto scarpine blu, classiche ma ampiamente scollate sulle dita dei piedi: fanno chic da impazzire, impongono deferenza al solo guardarle. Ma a questo punto, allora, le perle della nonna alle orecchie, quanto a eleganza, ci cascan da Dio! Eseguo, mi guardo, mi piaccio. Mmm…C’è ancora qualcosa che non va. Tutti questi riccioli rossi disordinati….troppo estrosi? Forse casual? Addirittura HIPPY?
Afferro di corsa il pettine col manico a punta, m’impegno a fondo, ed ecco che in poco tempo e due forcine riesco a ricavare un perfetto chignon a banana, stile Audrey Hepburn..

Ooooooh! Ora mi sento proprio in tono! A la page, come si dice. A proposito, non ho chiesto. Chissà se all’assemblea parteciperà il nuovo condomino!? Sì, quel giovane manager single, come si chiama? L’ingegner Riccobono, ecco, che non si riesce mai, dico mai, a incrociare per le scale o sul
portone di casa…

Ultimissime da Capri

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Due chiacchiere di Bon ton

 

Carissime, sto poggiando il mio delizioso piedino seminudo – come vuole la buona tradizione – sulle pietre del porto di Capri, l’isola più glamour del mondo.
Avete presente?

Sono le tre del pomeriggio, il sole scotta. Io indosso un paio di pantaloni di popeline rosso ciliegia a sigaretta  lunghi al polpaccio,  una canottiera bianca senza maniche, al polso una miriade di cerchietti multicolori tintinnanti, al gomito la mia Vuitton d’ordinanza.

I lobi delle orecchie e  le loro campanine Chantèclair , ritmano esultanti la mia marcia trionfale mentre incedo fatale sulle vecchie pietre, strascicando i miei sandali infradito capresi doc, di piatto cuoio vecchio, e il mio trolley rosa  da weekend  puro Samsonite. Perfetto,  no? rendo l’idea?

Finalmente mi sento a casa, tutto è comme il faut.                                                    
Mi faccio agganciare da un tassinaro con la macchina tranciata e la vela al vento. Sì lo so, chérie, che mi costa venti euro solo per due tornanti fino alla piazzetta, potrei prendere la funicolare che me ne costa sei, ma vuoi mettere? Il vento nei capelli, il mento in alto a sogguardare la plebe marciante e schiattante, perché tutti vorrebbero essere al mio posto, non credi? Chissà poi perché non lo fanno, boh!...

Sono arrivata, scendo con dovuta scioltezza ed eleganza, pago con nonchalance - il  guaglione tassinaro sgancia un sorriso  a cinquanta denti mentre mi regge lo sportello - e mi avvio verso la mia adorata piazzetta, dove mi schianto su una sedia del mio storico bar d’elezione, arrivando  a sinistra, tanto per capirci.

Devo pur riposarmi del viaggio, no?                                                                                                             

Mi faccio portare dal festante cameriere – bentornata, signurì, siete arrivata con l’aliscafo delle tre?, sorriso sempre a cinquanta denti -  un bel   Daiquiri ghiacciato e comincio a sorseggiarlo lentamente mentre,  senza parere,  mi osservo intorno.                                                                          

Davanti a me sta passando, fichissimo, Alessandro Preziosi, camicia e chioma al vento. Tiene per mano Elena, la delizia di ragazzina che ha avuto da Vittoria Puccini…che poi perché mai si sono lasciati? Belli, ricchi, innamorati… Facevano già coppia perfetta in "Elisa di Rivombrosa", poi nella vita, che altro vuole la gente non lo so…

Ausilia, la proprietaria della libreria La Conchiglia, sta passando di corsa con uno dei suoi camicioni raso terra di lino bianco, su cui spicca la coda di capelli neropece, seguita dal marito Riccardo ma senza affannarsi, lento pede, il sigaro in bocca. Entrambi mi riconoscono e mi fanno ciaociao con la manina, ricambio sorridente poi punto una chioma biondo-cenereoramaiquasibianca inconfondibile: Luca di Montezemolo si sta avvicinando, sciarpina, giornale ripiegato sotto l’ascella, maglioncino négligé buttato di traverso sulle spalle…                   
Non mi muovo, anzi trascino lo sguardo altrove, non sia mai si dovesse pensare che mi sono seduta qui apposta per guardare i vip…

Sono io la Vip, che degno questo micro mondo di eleganza della mia presenza che più caprese, più puro stile Jackiekennedy, non si può!

Fiera, chiedo il conto al cameriere. Me lo porta veloce, sempre sorridendo a cinquanta denti…

Eccheccapperiperò!!! Trenta euro per un aperitivo e du’ patatucce fritte?! A Roma me ce sarei fatta pizza , birra, supplì e pure er dolce, volendo!

Le festine dei diciott’anni

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LADY ORNY

Due chiacchiere di Bon ton

Le festine dei diciott’anni

C’era una volta….un tempo lontanto in cui nelle case, non più tardi delle h 16 del pomeriggio, genitoribus vegliantibus,  ragazzi e ragazze  s’incontravano per le festa dei diciott’anni  di qualcuno di loro. Suonavi alla porta, accompagnata dal tuo genitore personale per il quale era riservato apposito salottino dei vegliardi.                                        Veniva ad aprirti una giovane donna, capelli cotonati e poi ripiegati in un tiratissimo chignon a forma di banana, occhi truccatissimi con eyeliner nero, mascara e abbondante ombretto azzurro o grigio, rossetto-non rossetto perlaceo, fondotinta scuro e fard, abitino di cady di seta affusolato , color pastello , scollo a barchetta e niente maniche, orecchini di perle, spilla di strass e perle appuntata sulla spalla a destra, unghie curatissime con smalto perlaceo (vedi rossetto), tacchi alti su elegantissime décolletés. Chi era? La padrona di casa, la regina madre? Niente affatto. Era la diciottenne di turno che festeggiava. Anche se di anni, a una prima occhiata, sembrava ne festeggiasse il doppio.

Cortese, sorridente, ti accoglieva guidandoti verso  il  salotto opportunamente sgombrato dei mobili al centro, mentre su un cassettone incollato al muro un giradischi singhiozzava con la voce di Rita Pavone  “Mio cuore…tu stai soffrendo…cosa posso fare per te….”    

Un gruppo di coppie continuava a ballare, ignorandoti, come fluttuando da fermi – le ragazze simili alla festeggiata, qualcuna coi capelli sciolti, lisci, trattenuti da un cerchietto, i ragazzi in blu, camicia Oxford, colletto stretto  sulle punte da una barretta d’oro, cravatta blu regimental  o simili. Impeccabili.  

Festa mascherata? Ragazzine mascherate da donne e/o ragazzini mascherati da uomini, che giocavano agli adulti? Niente affatto. Solo giovani borghesi che si esibivano al meglio delle performances consentite dalla loro epoca, non poi lontanissima: niente femminicidi, niente pulp, niente horror, niente rap, solo un pizzico di esistenzialismo, fluenti lunghe chiome nere,  Francoise Hardy  e“Tous le garçons e le fillles de mon àge…” e  altre canzoni francesi, qualche volta.

Ma soprattutto tantissime pomiciate e tantissimo twist. Ma niente paura: il Sessantotto era alle porte , e snodandosi nei decenni, avrebbe portato i figli dei fiori, i capelli afro o rasta, i jeans strappati al ginocchio, teschi, creste punk verde pisello, droghe subdole e letali, piercing e tatuaggi a gogo. Buon gusto allora, cattivo gusto oggi? Borghesia vincente un tempo, ora sconfitta da un sottoproletariato a sua volta sconfitto e in miseria? Non andiamo sul difficile….Limitiamoci a prendere atto di quanto sia relativo e variabile il configurarsi dei trend  secondo le epoche in  cui viviamo…E il bon ton ? Morto? Non preoccupatevi, gode ottima salute, è un po’ cambiato ed è pure un tantinello ipocrita, ma vive solo negli spazi dei pochissimi  ricchissimi rimasti sulla terra. Oppure, allora autentico stile, nei cuori di chi lo ama davvero.

La tavola di Pasqua

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Due chiacchiere di Bon ton

Immagino che a Pasqua, come a Natale, si riuniscano a pranzo truppe multiculturali di famiglie accorpate. Immagino menù deliziosi e abbondanti, a base di sfizi  e specialità locali, agnello, uova colorate, salami, culatelli, olive, formaggi, torte pasqualine, torte rustiche, pastiere e pecorelle di zucchero.
Naturalmente, non mancheranno colombe dolci e uova di cioccolato.

Bene. È la festa della primavera, del sole, dei colori. Perciò stenderei sulla tavola di Pasqua una tovaglia quadrettata, bianca e rossa come quelle delle antiche osterie. Di lino o di cotone non importa, basta che il tessuto sia fitto e spesso. I tovaglioli bianchi, di grosso lino bianco, a triangolo sul lato sinistro dei piatti, bianchi.
Quattro posate a destra e quattro a sinistra (se bastano), nell’ordine d’impiego. Poi bicchieri, uno per l’acqua, il più grande, quasi davanti al piatto e, a seguire verso destra, vino bianco, vino rosso, champagne. E poi fiori, ovunque: sul bordo di ogni piatto e nei vasetti, margheritine bianche o gialle, papaveri, fresie profumate cosparse sulla tovaglia, magari intervallate da verdissimi tralci di limone con tanto di frutti.

Fuori, si spera, il sole splenderà gioioso e aspetterà la nostra passeggiata del dopopranzo, immancabile dovere di un cuore saggio e salutista. 
Fa bene alla digestione, diciamo, per tacitare il senso di colpa di essersi, come ogni volta, abboffati.                                                                                                    

Il sole splende e ghigna ironico sulle nostre pance rigonfie, sui nostri passi pesanti, sul nostro fiatone.

Ma chi ce lo fa fare?

L’erbetta nuova, carezzata dal vento, è incantevole:
Dai, che sarà mai, solo un minuto” sussurra.      
       
E noi cediamo - al diavolo i sensi di colpa! - e ci abbandoniamo tra le sue braccia nel più tenero e fresco dei sonnellini.

Epifania

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Epifania tutte le feste porta via, si dice. Con malinconia. Dopo il 6 gennaio si ritorna al grigio lavoro quotidiano, sveglia al mattino presto, freddo , buio, strade  rigorosamente incolori, la tua sedia o bottega che ti aspetta… Mentalmente si fa il conto di quanto manchi alla prossima festa, che è Carnevale. Intanto si affronta di nuovo la routine: stessi pranzi, stesse cene, stessi giorni, stesse pene.
Insomma basta! Ci si può rallegrare la vita anche senza i bagliori natalizi: basta reinventarsela ogni giorno!

Certo, il lavoro è quello che è, ma se lo firmi con la tua originalità e la tua passione può essere anche gratificante.

E poi al mattino, basta con la solita tazza di caffè trangugiata in piedi in pigiama per fare più in fretta! Anche se sei da solo, appena alzato vai a lavarti e, se puoi, prima di vestirti, prepara la tavola o un angolino piacevole con il  bricco del latte, del caffè, la scatola di latta antica provenzale coi biscotti, la tua tazza preferita e un vasetto di ceramica con qualche fiore colorato, magari di quelli della piantina sul davanzale. Poi corri a vestirti – sempre al meglio in relazione al luogo e alle persone che devi incontrare - guardati allo specchio, fatti un bel sorriso. Ti piaci?                                                                                                                                
E olè….la colazione ti aspetta. Goditela, ascoltando alla radio musica e notizie, e intanto pensa che hai davanti un nuovo giorno: chissà cosa potrà portarti!...
Conservati questo pensiero in fondo all’anima fino a sera, perché ogni minuto è buono per svoltare l’angolo.

Uscendo compra il giornale – non hai idea quanto faccia bene sentirsi parte dei fatti e dei pensieri del mondo, per brutti che siano, anche questo ti farà compagnia tutta la giornata - e fatti regalare dal fioraio una foglia, un fiore, un rametto da infilare ovunque tu voglia, purché visibile: ti guarderanno tutti interrogativi, e tu sorridi e saluta  chi conosci e chi non conosci.

Fai una puntata al bar per comprare un biglietto del superenalotto e approfittane per degustare  la tua ultima chicca : un ottimo espresso, con la sua morbida schiuma ,  siglerà il tuo primo mattino.    
                                                                                                                                  
Entrando in ufficio, mi raccomando, continua a sorridere e a salutare chi conosci e chi non conosci, tanto ti guarderanno tutti,  se hai ancora il fiore all’occhiello.
E sorridi: il tuo buon umore si spanderà e autoricaricherà, accompagnandoti alla tua scrivania.

L’allegria è contagiosa, la gentilezza anche: saranno la tua forza per creare intorno a te un’atmosfera di leggerezza che farà bene a tutti, te compreso.

Tu insinui che io abbia l’anima di Walt Disney o di Frank Capra?

Può darsi. Ma chi ha detto che siano anime sbagliate?

È Natale

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Comincia sul finire del mese di Novembre, quando per le strade balugina una luminosità diversa e tu ancora non capisci.
Poi stani la prima vetrina inghirlandata di led bianchi, e capisci: è Natale. No, ancora ce ne vuole, per carità.
Ma ti stupisci che ci risiamo. Che, nonostante gli attentati, i femminicidi, i lanci del ciccione dell’Est,  le minacce  del biondone dell’Ovest, i migranti , la povertà assoluta, ci risiamo!

Per un mese e passa vedremo il mondo a colori, le vetrine ricche di addobbi, le strade piene di gente alla ricerca del regalo più bello (e possibilmente cheap), il mondo contento, che prepara nelle case alberi decorati d’oro e d’argento, Babbi Natali rossi che passeggiano bonari, e musiche di Dean Martin, Frank Sinatra e zampognari nostrani, sotto megamazzini imprigionati in cubiche corazzate di lucine violette, che, chissà come, ti fanno pensare ad Alcatraz, Sing Sing o a una misteriosa, agghiacciante astronave aliena di cui, chissà perché, nessuno si preoccupa!

Eccoci, dunque, che la festa cominci: tutti obbligati, nonostante non ci sia un beneamato nulla da festeggiare. Abito nuovo? Non ci sono soldi.
Si va a cercare tra i vecchi abiti quello che, magari rinfrescato da un  qualcosa con paillettes alla scollatura, si indosserà per il cenone. Si strombazzeranno tra famiglie irrinunciabili inviti a destra e a manca, esortazioni a riunirsi, a ritrovare l’amore dimenticato – e  anche le liti e i nodi psicologici irrisolti - e chi se ne importa se nessuno ci crede e alla sola idea di rivedere lo zio Michele ci si appalla. È il Natale!

Per più di un mese reciteremo un copione vecchio di secoli, una finzione scenica di gioia e d’amore, di luce e colore che  resiste in cartellone più di qualunque altra pièce generata da mente umana.

Ma perché, dico perché, ci siamo inventati questa festa della pace?

Pensa e ripensa, eccola la risposta: ma perché è il gesto più antico di bon ton della storia!

Dobbiamo, almeno una volta ogni tanto, presentarci come festanti ed eleganti agnellini  al salotto della vita. Se per tutto l’anno siamo egoisti, noncuranti, cinici e cattivi, dobbiamo pure far vedere che le buone maniere le conosciamo e che, come ci si comporta nelle grandi occasioni, lo sapremmo, e alla grande.

Fare i buoni non ci piace, non sempre, almeno.
Ma sappiamo cos’è l’amore: e allora via con la recita annuale, che dimostri a noi e al Padreterno che  la bontà ci appartiene!

Ipocrisia? No, perché?

Come ogni gesto di bon ton, esibisce il desiderio disperato di bellezza che, in fondo in fondo, cova per davvero  in ognuno di noi….

Auguri!

Quando la barca va...

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Due chiacchiere di Bon ton

“Quando la barca va...”

Così teneramente cinguettava, decenni fa, una cantante a pagnottella: piaceva tanto ai nostri nonni, che noi – sprezzanti ragazzi di allora - definivamo “matusa”. I matusa erano fans accaniti anche di un altro cantante, ugualmente a pagnottella, che sbracciandosi gorgheggiava “Binariooooooooooo”: in fondo in fondo un tenerone anche lui... A noi, adolescenti o poco più, duri e puri, da poco folgorati dalla rivelazione rock, i cantanti piacevano magri, anzi tutt’ ossa, sgraziati, dinoccolati e disarticolati, disordinati e malvestiti, con vaghe suggestioni di non lavato.

Gli originali venivano dagli USA e dall’Inghilterra, e si chiamavano Elvis Presley, Rolling Stones. Ne avevamo di nostrani, si chiamavano Celentano, Rita Pavone.. Noi, che i matusa definivano con disprezzo “ capelloni”, (perché a quei tempi un ragazzo col capello corto e scalatura a macchinetta non lo trovavi manco all’Equatore) noi li chiamavamo “urlatori” e andavamo in delirio , dimenandoci in twist e rock e shake, per i loro gridatissimi e trapananti deliri. Eravamo in divisa: le ragazze in minigonna e lunghi lisci capelli, i ragazzi in jeans-maglietta e capelli lunghi, fino alle spalle e oltre, non importa come, ricci, lisci, arruffati, a onde, purché spettinati.

In Italia ci fu la guerra civile: da una parte i giovani armati di chitarra, dall’altra i matusa in per noi ridicoli gessati grigi e capelli freschi di barbiere, o abitini blu - le femmine- col giro di perle e gli orecchini a clips ugualmente di perle, i capelli corti a laccatissime impeccabili ciocchine. Mamme e nonne contro figlie, padri e nonni contro figli. Generazioni in lotta, insomma. Per ragioni di look? Non solo: dietro c’era tutta una rivendicazione sociale, politica, ideologica. Cosa volevano i capelloni? “Un mondo migliore...”, cantavano: un mondo senza formalità , senza ipocrisia, senza guerra, solo “peace and love”, pace e amore, un mondo libero e buono, insomma. “Figli dei fiori”, li chiamavano. Perché s’identificavano con la natura tutta, vegetale, animale, umana: pensate che suggerivano di mettere i fiori pure nei cannoni....

Oggi - sono passati quasi cinquant’anni – non ci sono più matusa e capelloni. Sono tutti giovani, anche i matusa , colorati e ritoccati come si deve e straordinariamente longevi . Solo che camminiamo tutti su cocci di vetro, o, se preferite, su una bolla di sapone, pronta a disfarsi e a esplodere in qualsiasi momento. Nessuno contesta più nessuno perché nessuno ci crede più. A cosa? Ma a un mondo migliore, no?

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