Priscilla e la prima a teatro

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Mi hanno invitato a una prima a Teatro, e se scrivo con la T maiuscola è perché senza far nomi si tratta del più grande e prestigioso teatro della città…

Da ciò tutta una serie di problemi:
1) Cosa mi metto?
2) Dove parcheggio la sera in pieno centro storico?
3) Con chi ci vado, visto che non c’è niente di più triste che presentarsi a un gala in solitario? Comincio dall’ultimo problema e telefono alla mia amica e collega Topazia, che , lo dice il nome, non può non far parte della lista degli invitati. Ci azzecco subito: afflitta dagli stessi problemi, è ben felice di condividere con me la serata, così risolviamo in una botta sola anche il problema n 2, cioè prendiamo insieme il taxi e ci dividiamo la spesa. Ok! Rimane il problema n 1.

Come si va alle prime oggi? Una volta la prima era sinonimo di lusso, pailettes, gioielli, alta moda e gare fra signore a chi sfoggiava le cose più belle. Oggi non più, a meno che non si tratti di opere liriche e Teatro della Scala a Milano: lì ancora qualcosa resiste….

Ma non credo sia opportuno, in giorno lavorativo, in un teatro di prosa sia pure storico, bardarsi di tutto punto per una prima. Sai che ti dico? Tubino nero – non si sbaglia mai - filo di perle,
decolletés a tacco alto, non altissimo, niente pelliccia per carità, solo un cappotto di cammello con ampia sciarpa magari griffata. La borsa? Media, nera, niente pochette o clutch , magari genere “sto uscendo appena adesso dal lavoro”, casual insomma.

E, per finire, un bel rossetto rosso carminio, che ti permette di evitare ogni altro filo di trucco sul viso eburneo. Nella
hall c’è un brulicare di onorevoli meditabondi, attrici in perfetto anonimato tanto che fatichi a identificarle, giornalisti televisivi con squallide mogli appese al braccio, qualche attore, qualche regista. Saluti, discreta, e ti avvii all’ingresso di sala perché hanno suonato la prima campanella.

Nel teatro - tutto frange dorate e sfarzoso velluto rosso - ti defili al tuo solito posto, di sponda, tra le file d’angolo accanto all’uscita laterale, per qualunque tipo di emergenza: che so, una pipì improvvisa oppure un colpo di sonno perché è notorio, il teatro moderno spesso è incomprensibile, ovvero noioso…. Ti guardi intorno, scorgi il tuo professore di letteratura all’Università, candido nei suoi ottant’anni ma ancora dritto come un fuso, gli vai incontro per stringergli la mano, stavolta con gioia reale, ed ecco suona la seconda campanella e tutto piomba nel buio…

Oddio! Ce la farò a riguadagnare la mia postazione di guerra?

Scarpe col tacco: maestre di seduzione

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Sedurre, che passione! Il periodo degli amori è caratterizzato in tutte le specie animali da una frenesia irresistibile che, come un richiamo tanto seducente quanto imperativo, dà irrequietezza, languore, voglia di incontrarsi per poi accoppiarsi. Gli animali per sedurre amano mettersi in mostra, alcune specie di uccelli intonano bellissimi canti, altre specie danzano con grazia attorno alla femmina che hanno scelto, altre ancora si scontrano in duelli mortali per conquistare la loro “preda amorosa”, anche l’essere umano non sfugge a questa logica, anche se i rituali umani sono molto più sofisticati  ed hanno sfumature molto più eleganti.

 

La Donna come parte attiva nella seduzione

Fino a qualche decennio fa, non si è mai parlato della donna come parte attiva nel processo di conquista amorosa, si era dell’idea che la donna dovesse aspettare che fosse l’uomo che la scegliesse e si mettesse d’impegno per sedurla. È possibile che molte donne abbiano accettato per secoli questi precetti, ma si sa anche che alcune non si sono mai rassegnate a questo ruolo così docile. Joséphine, l’amante di Napoleone, ad esempio, è sempre stata molto audace nelle sue conquiste così come la “la Bella Otero”, donne che non solo hanno usato non solo il proprio corpo per ammaliare e sedurre, ma si sono avvalse anche di capi d’abbigliamento tra cui troneggiano: corsetti, mutande di trine e pizzi, giarrettiere, calze di seta con la riga dietro, scarpe col tacco alto.

 

Scarpe col tacco e seduzione

Le scarpe con il tacco alto rappresentano il capo d’abbigliamento femminile più amato, desiderato e collezionato sia da uomini che da donne perché simbolo di fascino e seduzione.

Il tacco alto è un vero  e proprio simbolo sessuale ed aumenta l’attrattività della donna che ne fa uso.

Nel linguaggio dei segni, è più eroticamente intrigante una donna con un bel paio di scarpe con i tacchi alti, che danno spinta, vigore, mettono in evidenza la forma dei glutei, consolidano i polpacci e sottolineano le caviglie, dando al corpo femminile una immagine eterea dove la donna sembra sollevarsi dal suolo per sfidare la forza di gravità, aumentandone il fascino.

L’antropologo David Givens  sostiene “i tacchi alti fanno scivolare i piedi verso la punta, spostando così il centro di gravità del corpo in avanti; fatto che, per compensazione, porta ad un aggiustamento dell’equilibrio, obbligando le donne a tirare il sedere indietro di circa un 25%”,  questa postura dà alle natiche un aspetto più tonico e sessualmente più attraente. Per questo motivo, il tacco alto diventa se sapientemente usato uno “strumento di persuasione sessuale”. Infatti, Christian Louboutin, designer di fama mondiale di scarpe con tacchi alti, sostiene che l’arco del piede di una donna, in una scarpa con tacco alto, assuma la stessa posizione che avrebbe durante l’orgasmo. I tacchi alti diventano un elemento eccitante ed energizzante del piacere. Per questo motivo, è in dubbio il fascino che i tacchi alti esercitano nell’immaginario erotico sia maschile che femminile e rappresentano un irresistibile oggetto del desiderio e uno strumento per avere la preda ai propri piedi. Immaginare di fare l'amore con una donna che indossa soltanto un paio di scarpe con i tacchi a spillo è un pensiero ababstanza comune che appartiene dell'immaginario erotico. Le Donne con le scarpe hanno un rapporto attivo e transitivo, ne sono sedotte e le usano come strumento di seduzione, gli uomini hanno un rapporto passivo, ne restano sedotti.

Marylin Monroe era solita affermare: “Non so chi abbia inventato i tacchi alti, ma tutte le donne gli devono molto”, mentre l’attrice americana Bette Midler  “Date ad una donna la scarpa appropriata e conquisterà il mondo”. Sì! La donna con i tacchi alti conquisterà il mondo, perché potrà innalzarsi sulle altre donne, elevare la propria statura e autorità, diventando dominante non solo sulle altre donne ma anche sugli uomini. Da preda diventa cacciatrice. La tigre mostra gli artigli e ruggisce. L’uomo cacciatore si fa preda di fronte ad una donna dai tacchi alti.

 

Non bisogna mai  dimenticare la metafora uomo-scarpa con i tacchi di Carrie in Sex and the City:  “gli uomini sono come le scarpe col tacco. Ci sono quelli belli che fanno male, quelli che non ti piacciono fin dall’inizio, quelli irraggiungibili che non potranno mai essere tuoi, quelli che affascinano in partenza ma poi capisci che non sono niente di speciale e infine quelli che non ti stancherai mai di avere con te”. E voi uomini, siete in grado di capire se una donna, guardando le sue scarpe, potrà essere attratta da un tipo come voi?

Le interviste di Priscilla

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Gulp, ho il cuore in gola, anzi, no, direttamente in bocca: la prima intervista che mi tocca nel nuovo corso è niendimenoché a….arf,arf…arf,arf…Richard Gere!
È di passaggio in Italia per un concerto…non suo, poverino, l’hanno invitato, lui è un buono, un buddista, si sa, accontenta tutti, .…arf,arf…

Caninamente ansimo mentre controllo gli strumenti del mestiere (se continuo ad ansimare così non mi resterà neanche una lacrima di saliva in bocca): registratore, pile di riserva qualora si scarichino quelle montate, anche se le ho montate appena adesso, mai usate, direttamente dalla confezione, bloc-notes e almeno sei tra penne e matite di riserva, qualora si scarichi lo scaricabile e sia costretta a procedere a mano, (detto tra noi, comunque per sicurezza mentre registro, prendo appunti)... arf,arf... Controllo per la centesima volta la sistemazione estetica che mi sono inventata (pantaloni a sigaretta di pelle nera, stivaletti neri, pull lungo color fumo di Londra con scollatura morbida che all’occorrenza scivola di lato scoprendo appena una bretellina di
lingerie rigorosamente nera, trucco tutt’occhi - eyeliner, kajal, ombretto e matita scura sfumata, sopra e sotto la palpebra- capelli radiosamente lunghi e sciolti, trattati dall’incomparabile mano di Stefano).

Arf…arf…arf sono ormai caninamente isterica, suonano al citofono, è la macchina, della troupe che mi passa a prendere; afferro la borsa di pelle nera, la sacca con gli strumenti e mi precipito. In macchina trovo il regista, l’operatore, un simpatico ragazzo di madrelingua inglese da me richiesto, nonostante i traduttori in cuffia, per "Diosaquali" intoppi nel mio non fluentissimo english language. Parlano tutti del più e del meno sereni come mare in bonaccia, io non ansimo per decenza, nel senso che non si vede e non si sente, ma dentro ansimo con tutta l’anima.

Finiamo in uno studio di via Teulada.

Ci attrezziamo, io ripasso sul foglio le domande preparate, gli altri sistemano macchine, luci, microfoni. All’improvviso la porta si apre e, introdotto da un oggi timidissimo e tiratissimo autore, eccolo là, Richard, in tutto il suo fulgore di anziano maschio bellissimo, candida chioma al vento, occhi gitani sulla pelle scura: adeguatamente acconciato, potrebbe fare il saggio antico Sioux di una tribù remota. Invece indossa un italianissimo Armani blu, è elegantissimo e felino nei movimenti come nei film che l’hanno reso celebre, e sorvola poi umanità con gli occhi come se non guardasse nessuno.

L’autore ci presenta, io tremo ma come posso gli stringo la mano, e poi ci sediamo su due poltrone bianche. Ci corredano di microfoni, auricolari, e lui gentilissimo lascia fare con regale
nonchalance, chiede solo umilmente un bicchiere d’acqua che gli viene subito recapitato con relativa bottiglietta. Siamo pronti, silenzio. L’autore fa il cenno del “via” e io comincio. D’improvviso non ansimo più, sfodero sicura la mia bella voce professionale mentre lo saluto e lo ringrazio per aver accettato il nostro invito. Lui ricambia assentendo con un sorriso prezioso che gli increspa gli occhi malandrini di sexyssime rughe d’espressione: è bello da morire, ma io sto lavorando e in queste occasioni non esiste niente e nessuno tranne quello che devo fare. Potrebbe essere lo yety, o il Papa, per me è uguale, non vedo che il mio lavoro. Con la sua voce morbida e velata risponde alle mie domande: noto una certa evasività, o dovrei dire leggerezza? Vorrei incalzarlo più a fondo ma lui non si lascia incastrare: sempre sorridendo, con gli occhi da sciamano e la classe di un redivivo Luigi XIV, sguscia tra le parole come un’anguilla e io mi rendo conto che è proprio questo il suo fascino, la distanza, l’inafferrabilità…..

Il tempo vola, l’intervista è finita. Ci liberano dagli orpelli tecnici, lui si alza, saluta, sorride a tutti e a nessuno e, guidato da un sempre più timido autore, svanisce attraverso la porta. Non c’è più. Solo allora mi rendo conto. Vorrei corrergli dietro, dirgli:”Ancora un momento, Richard, facciamo due chiacchiere. Perché non scendiamo a prendere un caffè?” Ma lui non c’è, si è smaterializzato, è come un sogno da cui ti svegli troppo presto….o troppo tardi.

Meraviglia di un lavoro, che ti fa annusare l’illusione ma non la trasforma mai in realtà!

La bellezza e le curve: Donne Curvy alla riscossa

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Che cosa è la bellezza?

Da questi scottanti ed antichi interrogativi parte una dotta riflessione sulla bellezza che attraversa secoli e coinvolge studiosi ed artisti di tutti i tempi. Tutto comincia con il pittore William Hogarth che nel 1752 pubblicò un trattatello dall'ambizioso titolo “L'analisi della bellezza”, con il quale cercava di dimostrare attraverso “esperimenti estetici” e rigorosi ragionamenti che la bellezza non fosse altro che una combinazione di “linee curve ed armoniche”, seducenti per l'occhio e per la mente.

Infatti, le prime rappresentazioni scultoree femminili, si pensi alla Venere di Willendorf o alla Venere di Kostineki,  mettono in bella mostra curve, curve, curve: ventri, seni, cosce e natiche generose. Questo stesso ideale di bellezza, attraversando secoli, viene molto ben delineato dagli artisti rinascimentali, che rappresentano  figure femminili con un seno ampio, un addome arrotondato e i fianchi larghi, abbondanti, morbidi, burrosi e così tremendamente sexy, in una sola parola: “Donne Curvy”. La“Venere allo specchio” di Tiziano, celebre  dipinto del 1555, riporta in auge il modello di bellezza delle veneri greche dalle forme rotondeggianti con fianchi larghi, ventre pronunciato, seno abbondante, ciò che si intende rappresentare è la bellezza “piena” della donna adulta, intensa e sensuale. Esattamente quella trasmessa ancora oggi da tutte le donne con un fisico curvy. Un corpo curvy chiaramente non va confuso con corpo obeso, ma rappresenta un corpo morbido, giunonico, in cui potersi perdere.

 

Essere curvy ai nostri tempi

Le donne curvy non sono, quindi, un’invenzione dei nostri tempi, ma sono sempre esistite, anche se, oggi giorno, dopo anni di un modello femminile androgino, riacquisiscono una loro dignità. Sempre più articoli sottolineano come la donna “in carne” o meglio la donna “curvy”   sia tornata di moda. Artefice di tale rivoluzione è stata soprattutto la rivista patinata Vogue che “coraggiosamente”  ha proposto nel giugno 2011 una “copertina curvy”, immortalando Tara Lynn, Candice Huffine e Robyn Lawley, tre morbide modelle, mentre siedono a una ricca tavola imbandita, vestite solo con una accattivante lingerie. Da allora Vogue Italia, visto il successo curvy, ha dedicato una sezione del proprio prestigioso sito a donne dalle curve morbide, intitolandola VCurvy, dove è possibile trovare tutte le ultime novità in tema di moda curvy.

 

Donne curvy alla riscossa

Grazie ad una rivista patinata, vi è stata una riscossa di linee morbide, generose e burrose che hanno caratterizzato, sin dalla notte dei tempi, il corpo femminile. E di donne curvy ne è sempre stato pieno il mondo, probabilmente l’idea che siano tornate di moda nasce dal fatto che ormai abbiamo bisogno di trovare etichette per catalogare le realtà da cui siamo circondati.

Essere curvy, però, non è solo burrosità nelle forme ma è una condizione che va al di là dell'aspetto fisico e racconta di donne che non hanno paura di mostrare il proprio corpo, anche se non è uguale a quello delle modelle degli annunci pubblicitari, perché hanno raggiunto la consapevolezza che il vero segreto della bellezza femminile non  è riconducibile solo al numero segnalato dalla bilancia ma sta nel sentirsi soddisfatta ed essere in armonia con il proprio corpo. Il messaggio che inviano le donne curvy è  accettarsi per quello che si è, apprezzando ogni singolo centimetro del proprio corpo e imparando a valorizzarsi.




Uomini e curve

La scienza dice che gli uomini sono più felici con una donna curvy. Una ricerca scientifica, condotta in Messico dal Dipartimento di Psicologia della UNAM, ha dimostrato come le donne più formose possano rendere i loro compagni 10 volte più felici rispetto alle magre, spiegandone anche il motivo: le curvy sono più comunicative e amichevoli, hanno meno complessi e sono più adattabili nel risolvere i problemi. Secondo questa ricerca le curvy migliorano la vita perché sorridono di più e sono più positive, sempre pronte ad affrontare con grinta la vita senza lasciarsi abbattere. Merito del loro corpo? Per gli studiosi in parte sì, visto che le donne più in carne avrebbero una maggiore empatia e, proprio per il loro fisico, avrebbero imparato ad accettarsi e a porsi sempre in modo positivo nei confronti degli altri.

 

In conclusione, si sa che è facile guidare sul rettilineo, ma è in curva che si provano le emozioni più forti e ci si diverte di più!
Sfido chiunque a darmi torto. Parola di curvy!

Priscilla va in Grecia

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Due chiacchiere di Bon ton

Carissime, questa volta la proposta è seria, si va in Grecia!

La mia amica Caterina, la cui nonna è greca, precisamente dell’isola di Samos, mi ha invitato ad andarla a trovare insieme con lei. Sono pronta in un fiat, ho gettato in un sacco costumi da bagno e pareo, non serve altro , pare. Per il viaggio indosso una canottiera bianca e un paio di shorts di jeans, più le infradito capresi. E’ tutto. Raggiungiamo insieme in treno Ancona, dal cui porto un mastodontico traghetto greco bianco e rosso ci accoglie nel suo ventre brulicante e misterioso. Ci sistemiamo sul ponte e mangiamo i panini che abbiamo preparato. E’ il tramonto, seta rosa su sfondo azzurro il mare, nel cielo lunghi stracci di nubi di soffice garza rosa. Un trionfo di colori preziosi e sfumati. Già godo, come sono felice! Recintiamo coi parei le nostre postazioni e ci facciamo un giretto all’interno. C’è un micro casinò, con tanto di croupié, e io vengo risucchiata dal fascino irresistibile delle macchinette. Mi accomodo davanti a una, non dopo aver cambiato pochi euro per il golosissimo secchiello trabordante di gettoni. Caterina mi segue esitante con sguardo critico, lei non ama il gioco ma mi lascia fare, e infatti, dopo qualche giro un po’ si’ e un po’no, eccoti là che ti becco i tre cocomeri allineati e contenti, cui segue lo scroscio inarrestabile delle monetine. La macchina vomita, vomita vittoria e io ballo da sola pazza di gioia. Da sola perché Caterina non mi offre né aiuto nella raccolta delle vincite né alcuna espressione di partecipazione alla mia contentezza.

Carico ben tre secchielli di vincite e vado a riscuotere.”Sono ottocento euro”, mi fa la contabile senza una piega. Sto per partire per un altro sirtaki di gioia, ma la mano gelida di Caterina si posa ferma sul mio braccio:”La Grecia è un paese povero!”, mi soffia sottovoce ma con grande severità. La guardo e capisco cosa mi sta chiedendo. Lo trovo ingiusto e fuori luogo, non rinuncerò alla vincita, chissà quanto hanno guadagnato prima con le perdite degli altri. L’impiegata continua senza una piega a trasformare la mia vincita in euro. Un bel mucchio. Mi sembra un sogno, non ho mai vinto al gioco.

Invito subito Caterina al bar per brindare, ma lei declina gentilmente e si dice preoccupata per le nostre postazioni, abbandonate da molto tempo. Torniamo sul ponte. E’ scesa la notte: il cielo è uno spettacolo incredibile, tutto stelle, e il fruscio delle onde contro la chiglia della nave rende l’atmosfera magica, anzi mitica. Ci sdraiamo a terra sui pareo, poggiamo la testa sullo zaino, e restiamo lì a farci portare dal cielo, dal mare, dalle stelle,dal silenzio, nel buio sacro della dea della notte. Nessuno parla, stiamo tutti intenti a resistere al sonno per goderci lo spettacolo il più a lungo possibile: e quando ti ricapita? Alla prossima, amiche care…….

 

Hippie chic? Come la cultura Hippie ha cambiato... La cultura di sempre.

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Chi più chi meno, tutti sappiamo che il '68 è stato un anno cruciale per quanto riguarda la storia e lo stile, un periodo che in tanti ricordano come un momento di forte tensione e che i più giovani, invece, vedono come un periodo magico che ha rivoluzionato il modo di pensare comune.

Di fatto, però, il '68 non ha solo dato inizio ad una rivalsa sociale che ha influenzato le generazioni di tutto il mondo, ma i suoi colori ed abiti, così particolari e riconoscibili anche a distanza di anni, hanno davvero segnato e cambiato lo stile di tutti i decenni successivi.



Tu cosa pensi se ti nomino il 1968?

Io alla
minigonna, un indumento così carico di libertà, autodeterminazione e voglia di esprimere se stessi che mi ha sempre affascinato.

A proposito, sapete come è nata la minigonna?

La minigonna nasce nel 1963 e questa invenzione è associata all'inglese Mary Quant, una famosa stilista che già dagli anni '50 iniziò ad accorciare gli orli dei suoi abiti, rendendoli sempre più corti, una vera rivoluzione che avrebbe influenzato tutte le mode degli anni a venire.



Bisogna ammettere, comunque, che noi siamo abituati a seguire le mode dettate delle dive di tutto il mondo, sempre pronte ad indossare l'abito del più gettonato stilista del momento, all'epoca le tendenze venivano dettate proprio da chi scendeva in piazza, creando così un vero e proprio streetstyle che avrebbe poi influenzato tutti i designer futuri.

Perchè gli hippie formarono una cultura a sé, andando contro l'establishment dell’industria della moda e quindi creando loro in prima persona uno stile che cambiava in base ai gusti personali, mantenendo comunque un tratto distintivo e involontariamente (o forse no) uniformato.



Di fatto l'ondata hippie nacque per contrastare le guerre e chi le faceva nascere, con l'intento di portare un messaggio di pace e fratellanza ispirato a quei popoli che trascorrevano la propria vita nella serenità più totale; i colori usati, proprio per questo motivo, erano sempre vivaci e allegri, passando dalle
righe al floreale fino allo stile optical, un modo per sfogare la propria creatività ma anche dimostrare il proprio pensiero ed orientamento.



Grande rilevanza avevano poi le
frange, legate alla cultura dei Pellerossa, le gonne ad A, morbide e facilmente indossabili, e la tecnica del Tie Dye (letteralmente “Annoda e tingi”), usata in particolare sulle t shirt per ricreare un'esplosione psichedelica di colori.



Ma nella meravigliosa follia degli hippie ha trovato spazio anche anche lo stile “
Spaziale”, ispirato anche da film cult dell'epoca con “2001 Odissea nello spazio” e “Barbarella”, creando così una serie di pinze, bracciali, occhiali e via dicendo metallizzati o plastificati.



Forse non tutti se ne sono accorti, ma una particolarità dello stile hippie è che ha sempre evitato di esporre loghi, proprio per specificare la propria battaglia contro tutto ciò che rappresentava la borghesia; unico simbolo usato era quello della pace, ovviamente per il suo significato, che nel tempo è diventato un vero e proprio must.



Parlare però dei capi hippie più usati, vista la loro varietà, non è facile: i
pantaloni a zampa, le fasce e le coroncine di fiori, gli orecchini ornati di piume, i top leggeri e trasparenti, i giacchetti jeans e gli occhiali da sole dalle lenti molto grandi (ma anche molto strette), una quantità indefinita di accessori ed abiti che venivano accostati tra loro creando un effetto unico.
E nei 50 anni successivi, inevitabilmente, queste influenze si sono fatte vedere in tutta la moda, partendo dal pret-a-porter, nato proprio nel '66 per mano di
Yves Saint Lauren con la linea “Rive Gauche”, fino all'alta moda.



Ne è un esempio la donna di
Versace per la collezione autunno couture del 2015, con capelli disfatti e onde bohémien avvolti da delicate corone di fiori, le frange di Alberta Ferretti, le proposte gonna color rosa cipria di Adam Lippes o il completo da viaggiatore azzurro polvere di Chloè.



Insomma, ora avete capito quanto la cultura hippie ha modificato la moda e la sua concezione? Ancora no?

Bè, rileggete da capo questo articolo e fate attenzione a tutto ciò che abbiamo nominato; possedete o avete mai avuto nell'armadio uno di questi indumenti o accessori?

Ecco, ora sicuramente avete meglio capito di cosa parliamo.

Priscilla va in weekend

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Due chiacchiere di bon ton

Carissime, che emozione! La mia amica Ippolita, da tutti corteggiatissima in quanto per qualche quarto discendente dalla nobile stirpe dei Pizzuti del Gallo, proprietaria di un’antica torre nella bassa Toscana, mi ha invitata a trascorrere questo weekend nella sua torre, appunto, nella Toscana bassa.
Che dire? Ippo non è tra le mie amiche del cuore, è appena un tantino snob e un sacco scassabottoni, ma come dimenticare che in fondo è contessa e l’aristocrazia - tutti abbiamo amato le favole, non raccontassero balle sul fascino che ancora oggi esercita un bel titolo - se ti sceglie, ti impreziosisce….

La tua immagine pubblica viene immediatamente potenziata.

E infatti, quando ho messo la notizia in rete, dopo cinque minuti ero sommersa di auguricongratulazionicomplimentimessaggi di ogni tipo con offerte di fedeltà pura e imperitura…

Chi ci troverò, laggiù?

È ben noto che Ippo frequenta la Real Casa
in quanto amica da tempo della dama di compagnia di Kate Middleton, ma non oso sperare…..

Ippo cavalca, gioca a polo e a tennis da Dio, e naturalmente parla un inglese
fluently. Io no, ma vedrò come cavarmela. Quanto a guardaroba, ho il costume da cavallerizza opportunamente acquistato al mercatino di via Sannio per una festa in maschera anni fa, e l’abito da sera. Sono scarsina invece nelle tenute intermedie – cocktail, brunch – ma chiederò a mia cugina Isa, che ha la mia stessa taglia, di prestarmi qualcosa. Riesco a ottenere due abitucci Prada solo dietro prostrate suppliche e la promessa di fare a casa mia al più presto un nutrito cocktail per presentare Ippo agli amici. Accetto torva il bieco ricatto, e comunque, per ogni evenienza, non si sa mai, aggiungo al trolley i miei vecchi jeans e un paio di magliette, carico la mia macchinetta verde zucchina puro vintage anni ’70 , e go !

Bordesando bordesando lungo la vecchia Aurelia, raggiungo Ansedonia, come indicatomi, poi percorro dieci km e svolto a destra. La macchina comincia a zampettare su una sterrata piuttosto accidentata nel sottobosco della campagna selvaggia e sterminata, dove non vedesi anima creata né manufatto d’uomo. Avanzo imperterrita per oltre venti chilometri, poi svolto a sinistra e secondo Ippo già dovrei vedere la torre. Non vedo nulla ma non mi perdo d’animo, so che devo percorrere ancora due km, avanzo fiduciosa e per poco non ci sbatto contro nella torre, che mi si para davanti all’improvviso sulla destra tra un confuso starnazzare di oche, galline e un rabbioso abbaiar di cani. Inchiodo immediatamente e mi domando perché nessun cartello avvisi il viaggiatore dell’approssimarsi del maniero….Scendo, irritata e confusa. Non compare nessuno. Poi facendo attenzione scorgo, seduta vicino a un portale di legno con un grande chiavistello di ferro arrugginito, una vecchina candida, una contadina che preparara il becchime per i pollami in una ciotola di ferro…

Mi avvicino, con educazione chiedo della contessa Ippolita Pizzuti del Gallo e preciso che sono attesa, sono sua ospite. La vecchietta s’illumina in viso: “Ah! E’ lei! L’Ippolita m’ha detto di non preoccuparsi, di salutarla e di scusarla. Non c’è!” “Come non c’è?” la voce di Priscilla è esile come il più diafano dei cristalli. “Oggi stava appunto cogliendo i fiori per la sua camera, quando hanno chiamato dalla segreteria di Lapo Elkann per un invito al Teatro dell’Opera di Verona.
Naturalmente è dovuta partire di corsa, povero angelo. 
Mi ha detto però di dirle che, se le fa piacere, può restare, può visitare la torre…” .

Ma io ho già le mani sul volante e sto facendo velocissima manovra in retromarcia, mentre grido alla vecchietta dal finestrino aperto:
”Non importa, me la saluti, sarà per un’altra voltaaaaaaa……….”

Prima colazione

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Due chiacchiere di Bon Ton

Priscilla, ragazza single di -anta anni, su poche cose è intransigente come sulla prima colazione.
A tale nobile scopo sacrifica mezz'ora del suo prezioso sonno mattutino, convinta che nulla propizi una buona giornata quanto un buon inizio.

Di solito consuma in cucina – preparare in sala le sembra macchinoso – purché questa sia in perfetto ordine già dalla sera precedente. Ciò che ritiene irrinunciabile alla riuscita dell’impresa è avere tempo a disposizione: mai trangugiare in piedi robe bollenti mentre con la mano libera si sfilano i beccucci dai capelli e il cuore batte follie d’angoscia al timore di un possibile ritardo. Priscilla detesta la fretta.                                                                       

Così con calma, dispone su un tavolino rotondo una tovaglietta immacolata fresca di stiro (ne esiste un’apposita pila nella credenza, che la colf controlla ogni giorno) e apparecchia con cura, non senza prima aver acceso la fiamma sotto la caffettiera già montata, in attesa sul fornelletto.

Dispone il pacchetto dei biscotti integrali senza zuccheri aggiunti, la marmellata di arance amare/pompelmo/limone, la scatola dei Kellog’s, ovviamente integrali, la caraffa del latte, ovviamente scremato e senza lattosio, la ciotola di riferimento e due tazzine di caffè, una davanti alla sua postazione di consumo e una più indietro, vedremo poi perché.

A questo punto l’ambiente è inondato dal profumo incomparabile del caffè che esce, e l’ora è giunta. Munita di presina al silicone, dispone la macchinetta su anatrella di ferro battuto già predisposta, e siede.

Ecco, il rito ha inizio.

Priscilla afferra la caffettiera con già citata presina al silicone, ne aspira ancora voluttuosamente il profumo, poi la inclina con grazia e sapienza sull’apposita tazzina: il liquido si riversa, nero e spumoso, fino a formare sulla superficie una cremina chiara e uniforme. Diligentemente, Priscilla strappa il bordo della bustina del dolcificante e lo versa nel caffè. Rimescola col cucchiaino, sempre aspirando voluttuosamente, poi deposita il cucchiaino e si concede il primo sorso, a occhi chiusi.

Niente può equiparare quel momento di paradiso: la giornata è benedetta.                                                                                                        

Lentamente, Priscilla trangugia il suo caffè, poi passa alla ciotola di latte freddo coi Kellog’s, poi a due – non di più, ha prescritto la sua nutrizionista – biscotti integrali spalmati di un velo di marmellata.

Sbocconcella distesa, senza fretta, a occhi chiusi: vorrebbe che quel momento non finisse mai… Purtroppo non è così, tutte le cose belle hanno una fine. Ma Priscilla ha predisposto perché anche questa sia dolce.

Afferra la tazzina vuota di caffè col suo piattino e cucchiaino e ne arretra la posizione sulla tavola, fino a lasciare libera la sua postazione. Poi porta avanti con civetteria la tazzina ancora intonsa, fino ad ora nelle retrovie, fino a trovarsela davanti. La caffettiera è ancora calda, meglio munirsi di presina. E così gloriosamente termina la prima colazione di Priscilla, con il secondo caffè del congedo, che, quanto a bontà non è proprio come il primo, ma fa sperare che tutto, prima o poi, ricominci.

Domani è un altro giorno…..

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