LA VENDETTA DI PRISCILLA

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Ci credereste? Nemmeno un biglietto di ringraziamento ho avuto, per il mio magnifico ciambellone marmorizzato!
Bifolco di un cardiologo!!                                                                                                 
Ho atteso tutto il pomeriggio - sera un segno di vita da parte sua, senza bere , senza mangiare, intorcinata negli spasmi interni della mia ansia.
A mezzanotte ho deciso che non se ne parlava più, e ho spento la luce.

Il mattino dopo, un imbarazzatissimo Benedetto, il portiere, mi consegna un pacchettino avvolto in un sacchetto di carta bianca. Senza l’ombra di un’illusione – e bene faccio - scarto il pacchetto e trovo il piattino, pulitissimo, con annesso tovagliolino di pizzo. Punto. Basta. Poco a poco la belva feroce che è in me si scuote dal suo letargo: ma vogliamo scherzare?  La sottoscritta Priscilla, giornalista di vaglia, che mai sporca le sue manine se non per i tasti del computer in vista della produzione dell’articolo Pulitzer – che non mi hanno ancora dato solo  perché a Roma non c’è  ‘sto  benedetto Premio Pulitzer, bisognerebbe andare a New York e allora ti farei vedere io…- dico, la sottoscritta Priscilla ha impiegato ben mezzora del suo preziosissimo tempo per impastare il più buon ciambellone della terra. In più, ha atteso un’altra  mezzora perché debitamente si dorasse in forno. E tu cosa fai?  COSA FAI? Ti mangi il dolce e buonanotte al secchio?chi s’è visto s’è visto, e mi rimandi indietro le stoviglie intonse (senza ombra di briciole, naturalmente)? Ora debbo andare al lavoro, ma attento, caro mio, ti si prepara la vendetta del secolo!! Architetterò! Ti stenderò!                                                                                                       

Imbufalita, mi faccio un doccia sfogliapelle con la spugna  più ruvida che ho, mi asciugo, mi avvolgo nel balsamo più profumato che conosca, quindi indosso la mia microlingerie supersexy (tu non sai ancora con chi hai a che fare, bbbello mio!), e sopra un golfino di cachemire a un filo, di quelli leggerissimi, che tutto lasciano indovinare, e anche intravedere, color cipria perdipiù. Aggiungo una minigonna a corolla color vinaccia, con calze coprenti in tinta e le Louboutin color pervinca  tacco dodici. Rovescio la testa all’ingiù e spettino vigorosamente i miei capelli ramati, lucidissimi e magnifici, freschi di shampooig.

Un colpo di collo all’indietro, secco e deciso, e voilà: ecco la criniera possente della leonessa de Trastevere, ovvero me, la regina delle donne in carriera, la più fica delle produzioni Rai di via Teulada, Roma. Altro che pizzi e cucina! Quello s’è fatto proprio male i conti! Oppure, poraccio!, se deve rifa’ l’occhiali, ce vede poco.

Afferro il mio amato chiodo di pelle nera, la mia Prada d’ordinanza, la shopping da lavoro, e via, sul tic-tac dei miei tacchi dodici.

Mica ho calcolato d’incontrarlo, vi giuro: mi sono messa così d’istinto, tanto  per indossare la mia divisa di guerra!!!! E invece, i casi della vita… Mentre giro le chiavi nella toppa, lo vedo scendere gli ultimi gradini  del mio pianerottolo. Mi guarda!

A bocca aperta! Come uno scemo, s’impietra sull’ultimo gradino e si blocca.                                                 

Sono bellissima? lo so, lo so! Strepitosa anzi, caro mio, non trovi? Ti avevo lanciato un  amo e hai trascurato… Mal te ne incoglie, ora, a cecato!!!! 

Buonaaa  giornataaa…                                                                           

Tutto questo lo dico tra me e me, in profondo silenzio, mentre il viso sfodera il più ambiguo dei sorrisi e le spalle s’inarcano alla ricerca di una postura altera come quella di Charlize Teheròn . Come lei, lo sguardo belluino, ticchettando e dondolando su  tacco dodici, mi avvio  all’uscita, passandogli davanti  senza salutare. Lentamente evaporo, come una visione, mentre tutta la mia tifoseria interiore (frattaglie al completo) urla un silenziosissimo: “TIE’ !!!!”

Priscilla attende...

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Da che ho richiuso la porta di casa dietro le mie spalle, saranno passati dieci minuti.

Gliene concedo ancora cinque per il doveroso squillo di ringraziamento…..Ancora non ve l’ho detto, ma tra le pieghine del tovagliolo di pizzo ho infilato il mio biglietto da visita, per rendergli i movimenti più facili: altrimenti, povero Cristo, come avrebbe fatto a rintracciarmi? Perciò mi accomodo sul divano, posiziono il cellulare vicino al cordless del telefono fisso (non si può sapere cosa riterrà più appropriato, se chiamarmi a casa o al cellulare), allungo le gambe in posizione di apparente distensione, e attendo… In casa impera un silenzio sfondato, i telefonini sono vicinissimi, io sono prontissima per il balzo di acchiappo al primo segnale. Dimenticavo! Mi sgancio dal polso l’orologio e lo depongo in grembo, per una più immediata visibilità delle lancette. Cinque minuti, ho detto. Passano. Il silenzio perdura. Un vago presagio di allarme comincia a insinuarsi tra il diaframma e la bocca dello stomaco, come un senso di vuoto… Non avrà gradito? Tremo. Ma subito il mio “salvapriscillla” personale nervosamente si attiva. “Insomma – mi rimbrotta- come fai a essere così cretina? Ti telefonerà certamente, ma solo d
opo averlo gustato, il ciambellone. Se no come fa a dirti che sapore ha e come mai quel retrogusto di zenzero, e come mai sei così brava e dove hai imparato, etc…?” Il mio prezioso “salvapriscillla” ha proprio ragione! Il tremito si placa, il senso di vuoto anche…

Divinamente serena, mi alzo dal divano, dove lascio religiosamente al loro posto i due telefoni e anche l’orologio, per scaramanzia.

Metto musica? No, potrebbe coprire la suoneria. Televsione? Idem.

Ripiego su un libro che ho in cominciato a leggere da qualche giorno, uno dei finalisti all’ultimo Premio Strega, che ti racconta come vivevano gli intellettuali ai tempi del fascismo…Interessante. Mi risvacco sul divano, a debita vicinanza nei confronti dell’area telefonica, e mi lascio prendere dal racconto…per un po’ leggo senza distrarmi, anzi dimenticandomi del contesto. Per un po’.

Dopo circa mezzora – così dicono le lancette del mio orologio – di nuovo un presagio di allarme comincia a insinuarsi tra il diaframma e la bocca dello stomaco … Stop lettura. Sono deconcentrata. Sto calcolando quanto mai ci può volere a mangiare una fetta, anche grande, di ciambellone. Che diamine! Mezzora!? Ma allora se lo è mangiato tutto! Non è possibile! Mi riprende il tremito, anche il languore. In più sudo freddo e un orribile pensiero si fa strada tra le mie ansie: si sarà offeso!!! In fondo lui mi ha fatto una visita medica, seppure veloce, e mi ha anche dato da bere la medicina.

Coi prezzi correnti, vogliamo dire centocinquanta euro? Duecento? E io con cosa ho pagato? Con un dolce fatto in casa del valore materiale di venti euro al massimo? Venticinque? Dio! Come ho potuto? Disperata, affondo nel silenzio sempre più sfondato dei sensi di colpa. A fatica, ormai tra le lacrime, odo il mio “salvapriscillla” personale. “E quanto sei fifona! – sbuffa – ma come fa uno a mangiare un dolce a quest’ora senza un tè, un caffè? Ci vuole più tempo per prepararsi una merenda!” Mi rianimo un poco. “ E se poi avesse deciso di mangiarselo dopocena, il tuo dolce, eh?”incalza ultra seccato.

Ha ragione lui! Mi placo di nuovo. Per quanto?

 

Priscilla e i primi passi

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Io ero tachicardica, ricordate? Ho suonato al cardiologo, ho spiegato, mi ha fatto entrare, mi ha auscultato e concluso: “Stia tranquilla. E’ solo un po’ d’ansia!” Ha riempito a metà un bicchiere d’ acqua, Vi ha versato due goccine . Mi ha fatto trangugiare il tutto. Sto meglio. Sorrido. Chiedo : ”Quanto debbo?” e lui “ Assolutamente nulla”, sorride. Poi mi porge il suo biglietto da visita, e fa “ Mi chiami, se ha bisogno di qualcosa!”, l’incauto. Io arpiono come nulla fosse, infilo in tasca e sorridendo esco dalla porta che lui mi ha prontamente spalancato, alitando: “Allora a presto, grazie…” Mi sembra che la sua espressione si sia fatta perplessa, ma io sono lungi dal capire alcunché. Mentre riguadagno il mio appartamento, odo suon di campane e cinguettii d’uccelli, che manco nel bosco di Biancaneve. I miei passi gravitano a una decina di centimetri dagli scalini che via via perigliosamente discendo. Apro la porta di casa ed entro danzando, nella testa questa volta il valzer della Bella Addormentata, per poi abbattermi sul divano in un’estasi sognante…Vedo azzurro ( è il colore dei suoi occhi). Dura un bel po’. Quando finalmente mi riprendo, comincio a pensare a come fare per incontrarlo di nuovo. Mi apposto sulle scale per vedere a che ora esce e a che ora rientra? Mi faccio riprendere da un altro attacco di urgentissima tachicardia? Oppure?…ma sì! Se uno ti fa un favore, si ringrazia, no? Con nonchalance, è questione di bon ton… Due salti, e sono in cucina: riunisco farina, zucchero, uova, cioccolato, lievito, lavoro il tutto quanto serve, Faccio colare l’impasto nella formina “ciambellone per single” che un’amica non so se proprio spiritosa mi ha regalato tempo fa. Sempre a passo di valzer, apro lo sportello del forno già caldo, faccio scivolare all’interno lo stampo,
chiudo, carico il timer e poi.. ( misteri della psiche) mi scateno sulle note di “Mamma mia”, che per me è il più bel ritmo per danzare che esista! Gli Abba sì che sapevano il fatto loro!! A proposito, vi ho già detto che ho visto il film e il suo sequel non meno di una decina di volte, di cui due al cinema e il resto a casa, con liberatorio scatenamento danzante davanti alla TV??? Che esperienza, ragazze!

Posso consigliarvela? Meglio della migliore benzodiazepina mai inventata! Ballando ballando, il tempo passa e il timer trilla. Mi precipito,apro il forno, ne tiro fuori il dolce, che mi sembra dorato al punto giusto, e lo pongo a riposare su un piano di marmo. Che fare? Recapitarglielo così rovente? E’ eccessivo, temo, anche se testimonierebbe al meglio la pronta fattura casereccia del dono. Aspetto che s’intiepidisca, lo sformo su un bel piattino bianco adorno di un tovagliolino di pizzo, e parto.

Chissà se sono le scale in salita? mi è tornata la tachicardia… Arrivo al piano giusto, suono il campanello ed eccolo lì, il mio dio greco, questa volta in maniche di camicia e ancora più sexy , che spalanca la porta e rimane stupefatto, imbolsito, di fronte alla mia immagine di signora con dolcetto…
”Ancora lei?”, fa con tonalità indecifrabile. E io, sapientemente timida, sbatto le ciglia e mormoro :” Dovevo pur ringraziare…”, mentre gli tendo il piatto che lui prende con movimenti al rallentatore, senza una parola, continuando a fissarmi ipnotizzato. “Arrivederci a presto!”, gli dico, con un sorrisino di devastante innocenza, accompagnato da plurimi batter di ciglia. Volto le spalle e mi avvio a scendere. Non si è mosso. Sono già davanti alla mia porta e non ho ancora udito chiudersi la sua! Sarò stata troppo precipitosa? Forse inopportuna? Mah!!!

Sai che ti dico? Come diceva quella gran fica di Rossella ‘O Hara in “Via col vento”, “Domani è un altro giorno!”

Priscilla tachicardica

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Carissime, forse non ve l’ho ancora detto, ma io vivo in  un piccolo appartamento di uno dei quartieri più antichi della capitale, ex pop, oggi rivalutatissimo sul mercato internazionale. Un mix di anziani d’epoca, dialetto genuino e menefreghismo imperiale, e giovani e meno giovani d’oltralpe, d’oltreoceano, ansiosi di farsi stregare dal fascino della storia. Mah!

A me piace molto, tutto movida la notte, tutto parolacce di giorno. Nel mio palazzo abitano in gran parte vecchietti simpaticissimi e veraci, più il portinaro Benedetto, novantenne, che, se vuoi, ti racconta di quando i tedeschi, durante l’ultima guerra, sono entrati armati a razziare ebrei o a stanare cospiratori antiregime… E proprio mentre sono lì che converso con Benedetto su quest’ultimo argomento, vedo entrare dal portone un tizio alto, biondo, spalle erette e petto in fuori, molto style, sul metro e novanta, giornale sotto il braccio e occhialini da intellettuale. Non giovanissimo, abbastanza giovane, diciamo. Mai visto prima. Aplomb impeccabile in abito fumo di Londra. Armani? Forse…                                                                

Si avvicina, saluta e passa oltre, imboccando le scale. Non posso non riconoscere di essere rimasta un tantino stranita, straniata, stupita e soprattutto incuriosita: mai avevo visto una genìa così compatibile coi miei gusti sul portone di casa mia. Ed ecco che mi scopro tachicardica. Che sarà mai? Non mi preoccupo, ma non perdo tempo a rifilare all’orecchio di Benedetto l’irrinunciabile domanda sull’identità  del distinto signore: “E’ un medico, un cardiologo mi pare. Si è trasferito qua da pochi giorni”.

La tachicardia aumenta, ma non mi trattengo dall’imperversare: “Famiglia?”, esalo, sempre nell’orecchio di Benedetto, mentre sento che da questa risposta dipende la trasformazione da tachicardia a infarto del mio povero cuore impazzito… ”No!Solo”, fa secco Benedetto, con la sicurezza dell’informatore, pardon, portiere navigato. Sento che la notizia fa bene alla tachicardia, che rallenta un attimo per poi riprendere più vivacetta quando saluto Benedetto e, avviandomi  per le scale, constato che non c’è più ombra di lui davanti a me!  

E che è?  Vola? La tachicardia non accenna a placarsi, Nonostante tutto - abito al primo piano -  apro, mi precipito in cucina e mi verso una tazza di caffè ancora caldo dalla moka di stamattina, svaccata su sedia e ancora fibrillante. Contrariamente a ogni logica, mi sento meglio, e comincio a ragionare: “Dunque abbiamo un nuovo condomino, bello, intellettuale, cardiologo, solo!!!”                                                                              
Poi cambio obbiettivo del mio ragionamento: “Cosa sarà stato questo attacco di cuore, così, all’improvviso?”, mi preoccupo.                          

“E’ un cardiologo, ergo , bisogna che mi faccia immediatamente controllare!” Deduco con lucida logica cartesiana. Un attimo, e sono sulle scale, salendo di piano in piano a controllare le etichette dei portoni. Eccolo qua, dott Eraldo Soffiati, cardiologo, III piano.

Mi butto? Non mi butto? Decido: mi butto, anche se la diagnosi la so già: colpo di fulmine fu!

Priscilla e la prima a teatro

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Mi hanno invitato a una prima a Teatro, e se scrivo con la T maiuscola è perché senza far nomi si tratta del più grande e prestigioso teatro della città…

Da ciò tutta una serie di problemi:
1) Cosa mi metto?
2) Dove parcheggio la sera in pieno centro storico?
3) Con chi ci vado, visto che non c’è niente di più triste che presentarsi a un gala in solitario? Comincio dall’ultimo problema e telefono alla mia amica e collega Topazia, che , lo dice il nome, non può non far parte della lista degli invitati. Ci azzecco subito: afflitta dagli stessi problemi, è ben felice di condividere con me la serata, così risolviamo in una botta sola anche il problema n 2, cioè prendiamo insieme il taxi e ci dividiamo la spesa. Ok! Rimane il problema n 1.

Come si va alle prime oggi? Una volta la prima era sinonimo di lusso, pailettes, gioielli, alta moda e gare fra signore a chi sfoggiava le cose più belle. Oggi non più, a meno che non si tratti di opere liriche e Teatro della Scala a Milano: lì ancora qualcosa resiste….

Ma non credo sia opportuno, in giorno lavorativo, in un teatro di prosa sia pure storico, bardarsi di tutto punto per una prima. Sai che ti dico? Tubino nero – non si sbaglia mai - filo di perle,
decolletés a tacco alto, non altissimo, niente pelliccia per carità, solo un cappotto di cammello con ampia sciarpa magari griffata. La borsa? Media, nera, niente pochette o clutch , magari genere “sto uscendo appena adesso dal lavoro”, casual insomma.

E, per finire, un bel rossetto rosso carminio, che ti permette di evitare ogni altro filo di trucco sul viso eburneo. Nella
hall c’è un brulicare di onorevoli meditabondi, attrici in perfetto anonimato tanto che fatichi a identificarle, giornalisti televisivi con squallide mogli appese al braccio, qualche attore, qualche regista. Saluti, discreta, e ti avvii all’ingresso di sala perché hanno suonato la prima campanella.

Nel teatro - tutto frange dorate e sfarzoso velluto rosso - ti defili al tuo solito posto, di sponda, tra le file d’angolo accanto all’uscita laterale, per qualunque tipo di emergenza: che so, una pipì improvvisa oppure un colpo di sonno perché è notorio, il teatro moderno spesso è incomprensibile, ovvero noioso…. Ti guardi intorno, scorgi il tuo professore di letteratura all’Università, candido nei suoi ottant’anni ma ancora dritto come un fuso, gli vai incontro per stringergli la mano, stavolta con gioia reale, ed ecco suona la seconda campanella e tutto piomba nel buio…

Oddio! Ce la farò a riguadagnare la mia postazione di guerra?

Le interviste di Priscilla

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Gulp, ho il cuore in gola, anzi, no, direttamente in bocca: la prima intervista che mi tocca nel nuovo corso è niendimenoché a….arf,arf…arf,arf…Richard Gere!
È di passaggio in Italia per un concerto…non suo, poverino, l’hanno invitato, lui è un buono, un buddista, si sa, accontenta tutti, .…arf,arf…

Caninamente ansimo mentre controllo gli strumenti del mestiere (se continuo ad ansimare così non mi resterà neanche una lacrima di saliva in bocca): registratore, pile di riserva qualora si scarichino quelle montate, anche se le ho montate appena adesso, mai usate, direttamente dalla confezione, bloc-notes e almeno sei tra penne e matite di riserva, qualora si scarichi lo scaricabile e sia costretta a procedere a mano, (detto tra noi, comunque per sicurezza mentre registro, prendo appunti)... arf,arf... Controllo per la centesima volta la sistemazione estetica che mi sono inventata (pantaloni a sigaretta di pelle nera, stivaletti neri, pull lungo color fumo di Londra con scollatura morbida che all’occorrenza scivola di lato scoprendo appena una bretellina di
lingerie rigorosamente nera, trucco tutt’occhi - eyeliner, kajal, ombretto e matita scura sfumata, sopra e sotto la palpebra- capelli radiosamente lunghi e sciolti, trattati dall’incomparabile mano di Stefano).

Arf…arf…arf sono ormai caninamente isterica, suonano al citofono, è la macchina, della troupe che mi passa a prendere; afferro la borsa di pelle nera, la sacca con gli strumenti e mi precipito. In macchina trovo il regista, l’operatore, un simpatico ragazzo di madrelingua inglese da me richiesto, nonostante i traduttori in cuffia, per "Diosaquali" intoppi nel mio non fluentissimo english language. Parlano tutti del più e del meno sereni come mare in bonaccia, io non ansimo per decenza, nel senso che non si vede e non si sente, ma dentro ansimo con tutta l’anima.

Finiamo in uno studio di via Teulada.

Ci attrezziamo, io ripasso sul foglio le domande preparate, gli altri sistemano macchine, luci, microfoni. All’improvviso la porta si apre e, introdotto da un oggi timidissimo e tiratissimo autore, eccolo là, Richard, in tutto il suo fulgore di anziano maschio bellissimo, candida chioma al vento, occhi gitani sulla pelle scura: adeguatamente acconciato, potrebbe fare il saggio antico Sioux di una tribù remota. Invece indossa un italianissimo Armani blu, è elegantissimo e felino nei movimenti come nei film che l’hanno reso celebre, e sorvola poi umanità con gli occhi come se non guardasse nessuno.

L’autore ci presenta, io tremo ma come posso gli stringo la mano, e poi ci sediamo su due poltrone bianche. Ci corredano di microfoni, auricolari, e lui gentilissimo lascia fare con regale
nonchalance, chiede solo umilmente un bicchiere d’acqua che gli viene subito recapitato con relativa bottiglietta. Siamo pronti, silenzio. L’autore fa il cenno del “via” e io comincio. D’improvviso non ansimo più, sfodero sicura la mia bella voce professionale mentre lo saluto e lo ringrazio per aver accettato il nostro invito. Lui ricambia assentendo con un sorriso prezioso che gli increspa gli occhi malandrini di sexyssime rughe d’espressione: è bello da morire, ma io sto lavorando e in queste occasioni non esiste niente e nessuno tranne quello che devo fare. Potrebbe essere lo yety, o il Papa, per me è uguale, non vedo che il mio lavoro. Con la sua voce morbida e velata risponde alle mie domande: noto una certa evasività, o dovrei dire leggerezza? Vorrei incalzarlo più a fondo ma lui non si lascia incastrare: sempre sorridendo, con gli occhi da sciamano e la classe di un redivivo Luigi XIV, sguscia tra le parole come un’anguilla e io mi rendo conto che è proprio questo il suo fascino, la distanza, l’inafferrabilità…..

Il tempo vola, l’intervista è finita. Ci liberano dagli orpelli tecnici, lui si alza, saluta, sorride a tutti e a nessuno e, guidato da un sempre più timido autore, svanisce attraverso la porta. Non c’è più. Solo allora mi rendo conto. Vorrei corrergli dietro, dirgli:”Ancora un momento, Richard, facciamo due chiacchiere. Perché non scendiamo a prendere un caffè?” Ma lui non c’è, si è smaterializzato, è come un sogno da cui ti svegli troppo presto….o troppo tardi.

Meraviglia di un lavoro, che ti fa annusare l’illusione ma non la trasforma mai in realtà!

Priscilla incontro all’autunno

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Due chiacchiere di Bon Ton

Allora, carissime! 

Splendida splendente, ho deciso che ricomincio da tre, e non solo per citare il mai dimenticato Massimo Troisi.

Tre sono le priorità irrinunciabili (dopo il coiffeur, il solarium, la palestra che non si mettono nemmeno in conto, senza non vai da nessuna parte).

Perciò: 1) Boutique, 2) Borsa e 3) Scarpe.
Bisogna che m’inventi un look adeguato a questo autunno che arriverà (prima o poi), tale da non disperdere gli splendidi risultati estetici conseguiti da Samos in poi.                                                                                           
Boutique significa abiti, pull, cardigan, gonne, pantaloni, sciarpe, da scegliere, secondo me, in maniera spiritosa e originale.

Non classica, buona per tutte e d’effetto per nessuna, ma efficace per te: provare e riprovare, fino ad azzeccare l’effetto KO, quello che stende e sorprende.

Perciò metto a punto un piano.

Prima tappa: dal giornalaio, dove compro le più belle e aggiornate riviste di moda, italiane e francesi con le ultime tendenze di stagione. Passo quindi un’intera domenica a studiare: concentratissima, attenzione al 100%, occhio vigile al minimo dettaglio. Mi faccio un’idea precisa di ciò che farà belle le donne quest’autunno.                  

Indi programmo una giornata “Grandi Firme”: ossia una lunga passeggiata con visita guidata a tutte le griffes più accreditate allocate nel centro storico, Fendi, Gucci, Dolce e Gabbana, Ferragamo, Prada e via elencando… Non compro nulla, guardo soltanto, continuo a studiare.

Ora che mi sono chiarita le idee, so dove andare.

C’è una stupenda boutique, sempre in centro ma molto appartata, che vende di tutto, dalle scarpe ai cappelli , inventati ogni volta con rispetto religioso delle raffinate tendenze della stagione. Niente griffe, tutto creato e costruito da loro. Originalissimo. Lì puoi trovare capi introvabili altrove, personalizzati da dettagli impercettibili ma significativi. A un primo sguardo anonimi. A prezzi non proprio minimi, ma accessibili.

Ho stanziato un budget, mi sono fatta una cultura su ciò che va e non va, e su ciò che può valorizzare al massimo i miei colori e la mia silhouette. Perciò capirete la mia gioia quando, scelti i capi, passo un’intera giornata a provare questo e quello, o quello con quell’altro, davanti allo specchio…..Che goduria, ragazze, ogni volta che faccio centro!

Questa è vita!

Quando esco di lì, sfiancata ma vittoriosa, mi sento la regina di Saba: con il mio sistema, mi sono conquistata l’impero dell’eleganza e della bellezza almeno fino a Natale!

Priscilla va in Grecia #4

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Ragazze mie, questa vacanza in Grecia è stata proprio tonica.

Sono tornata da due giorni e ogni volta che mi guardo allo specchio sobbalzo: chi è quella?
Ma sono io, sono io, quella sconosciuta!

Sottile come una silfide, nera come cioccolato fondente al 90%, con i capelli più biondi che rame, un color Tiziano insomma. Manco avessi fatto una settimana in una SPA…E certo: stavo in acqua tutto il giorno nuotando come una dannata, in tutti gli stili possibili e immaginabili, poi mi buttavo al sole senza fiato sulla battigia perché sulla sabbia si cuoceva. Sia in acqua, sia fuori, il sole si lavorava pelle e capelli, aiutato dalle mie sceltissime creme balsamiche.

Alle ore dei pasti la nonna di Caterina ci ammanniva insalata greca con la feta, pesce arrostito, pane, melanzane, niente dolci e niente gelati: una dieta ferrea che nessun  nutrizionista a Roma sarebbe mai riuscito a farmi fare, e che dovevo per forza ingurgitare perché non c’era altro.

Il fatto è che il nuoto mi affamava, i profumi di menta, timo, finocchiello, origano sul cibo, dentro e fuori casa, mi davano un’ebbrezza sensuale e perciò mangiavo in uno stato di pura beatitudine e trovavo tutto buonissimo.

La sera, io e Caterina, sedute sulla sabbia, dopo aver contemplato il cielo carico di miliardi di stelle sbrilluccicanti, tante quante si riflettevano nelle ondine gentili del mare, e dopo aver goduto a lungo del freschetto della brezza marina, cascavamo felici sulle lenzuola croccanti di lino grezzo annientate da un sonno profondo.

Risultato? Mai nella vita sono stata bella come in questo momento, pelle di seta, capelli d’angelo, occhi come acqua chiara.                                                          

Considerazioni? Priscilla, allora puoi, ancora puoi…. ( sedurre un maschio piacente) . Palestra, lettino solare, dieta strettissima, cambio del parrucchiere, per esempio andare da uno bravissimo, tipo Stefano, che ti fa i capelli color tiziano, sani e luminosi….

Il giorno dopo sono al telefono e già mi intrigo in un garbuglio di appuntamenti per la prossima settimana, per questa dovrebbe bastare l’effetto Samos. Tanto, prima di tornare al lavoro, mancano ancora quindici giorni…Già mi immagino la faccia delle colleghe, giallo limone, e quella dei colleghi, rosso di fuoco, all’apparire della rinata Venere di Milos….

Che lavoro faccio? Un bel lavoro, sono giornalista Rai, collaboro a un programma molto popolare, naturalmente dietro le quinte.

Un bel lavoro, e un ambientino….Vi racconterò.

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