Priscilla va in Grecia

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Due chiacchiere di Bon ton

Carissime, questa volta la proposta è seria, si va in Grecia!

La mia amica Caterina, la cui nonna è greca, precisamente dell’isola di Samos, mi ha invitato ad andarla a trovare insieme con lei. Sono pronta in un fiat, ho gettato in un sacco costumi da bagno e pareo, non serve altro , pare. Per il viaggio indosso una canottiera bianca e un paio di shorts di jeans, più le infradito capresi. E’ tutto. Raggiungiamo insieme in treno Ancona, dal cui porto un mastodontico traghetto greco bianco e rosso ci accoglie nel suo ventre brulicante e misterioso. Ci sistemiamo sul ponte e mangiamo i panini che abbiamo preparato. E’ il tramonto, seta rosa su sfondo azzurro il mare, nel cielo lunghi stracci di nubi di soffice garza rosa. Un trionfo di colori preziosi e sfumati. Già godo, come sono felice! Recintiamo coi parei le nostre postazioni e ci facciamo un giretto all’interno. C’è un micro casinò, con tanto di croupié, e io vengo risucchiata dal fascino irresistibile delle macchinette. Mi accomodo davanti a una, non dopo aver cambiato pochi euro per il golosissimo secchiello trabordante di gettoni. Caterina mi segue esitante con sguardo critico, lei non ama il gioco ma mi lascia fare, e infatti, dopo qualche giro un po’ si’ e un po’no, eccoti là che ti becco i tre cocomeri allineati e contenti, cui segue lo scroscio inarrestabile delle monetine. La macchina vomita, vomita vittoria e io ballo da sola pazza di gioia. Da sola perché Caterina non mi offre né aiuto nella raccolta delle vincite né alcuna espressione di partecipazione alla mia contentezza.

Carico ben tre secchielli di vincite e vado a riscuotere.”Sono ottocento euro”, mi fa la contabile senza una piega. Sto per partire per un altro sirtaki di gioia, ma la mano gelida di Caterina si posa ferma sul mio braccio:”La Grecia è un paese povero!”, mi soffia sottovoce ma con grande severità. La guardo e capisco cosa mi sta chiedendo. Lo trovo ingiusto e fuori luogo, non rinuncerò alla vincita, chissà quanto hanno guadagnato prima con le perdite degli altri. L’impiegata continua senza una piega a trasformare la mia vincita in euro. Un bel mucchio. Mi sembra un sogno, non ho mai vinto al gioco.

Invito subito Caterina al bar per brindare, ma lei declina gentilmente e si dice preoccupata per le nostre postazioni, abbandonate da molto tempo. Torniamo sul ponte. E’ scesa la notte: il cielo è uno spettacolo incredibile, tutto stelle, e il fruscio delle onde contro la chiglia della nave rende l’atmosfera magica, anzi mitica. Ci sdraiamo a terra sui pareo, poggiamo la testa sullo zaino, e restiamo lì a farci portare dal cielo, dal mare, dalle stelle,dal silenzio, nel buio sacro della dea della notte. Nessuno parla, stiamo tutti intenti a resistere al sonno per goderci lo spettacolo il più a lungo possibile: e quando ti ricapita? Alla prossima, amiche care…….

 

Priscilla va in weekend

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Due chiacchiere di bon ton

Carissime, che emozione! La mia amica Ippolita, da tutti corteggiatissima in quanto per qualche quarto discendente dalla nobile stirpe dei Pizzuti del Gallo, proprietaria di un’antica torre nella bassa Toscana, mi ha invitata a trascorrere questo weekend nella sua torre, appunto, nella Toscana bassa.
Che dire? Ippo non è tra le mie amiche del cuore, è appena un tantino snob e un sacco scassabottoni, ma come dimenticare che in fondo è contessa e l’aristocrazia - tutti abbiamo amato le favole, non raccontassero balle sul fascino che ancora oggi esercita un bel titolo - se ti sceglie, ti impreziosisce….

La tua immagine pubblica viene immediatamente potenziata.

E infatti, quando ho messo la notizia in rete, dopo cinque minuti ero sommersa di auguricongratulazionicomplimentimessaggi di ogni tipo con offerte di fedeltà pura e imperitura…

Chi ci troverò, laggiù?

È ben noto che Ippo frequenta la Real Casa
in quanto amica da tempo della dama di compagnia di Kate Middleton, ma non oso sperare…..

Ippo cavalca, gioca a polo e a tennis da Dio, e naturalmente parla un inglese
fluently. Io no, ma vedrò come cavarmela. Quanto a guardaroba, ho il costume da cavallerizza opportunamente acquistato al mercatino di via Sannio per una festa in maschera anni fa, e l’abito da sera. Sono scarsina invece nelle tenute intermedie – cocktail, brunch – ma chiederò a mia cugina Isa, che ha la mia stessa taglia, di prestarmi qualcosa. Riesco a ottenere due abitucci Prada solo dietro prostrate suppliche e la promessa di fare a casa mia al più presto un nutrito cocktail per presentare Ippo agli amici. Accetto torva il bieco ricatto, e comunque, per ogni evenienza, non si sa mai, aggiungo al trolley i miei vecchi jeans e un paio di magliette, carico la mia macchinetta verde zucchina puro vintage anni ’70 , e go !

Bordesando bordesando lungo la vecchia Aurelia, raggiungo Ansedonia, come indicatomi, poi percorro dieci km e svolto a destra. La macchina comincia a zampettare su una sterrata piuttosto accidentata nel sottobosco della campagna selvaggia e sterminata, dove non vedesi anima creata né manufatto d’uomo. Avanzo imperterrita per oltre venti chilometri, poi svolto a sinistra e secondo Ippo già dovrei vedere la torre. Non vedo nulla ma non mi perdo d’animo, so che devo percorrere ancora due km, avanzo fiduciosa e per poco non ci sbatto contro nella torre, che mi si para davanti all’improvviso sulla destra tra un confuso starnazzare di oche, galline e un rabbioso abbaiar di cani. Inchiodo immediatamente e mi domando perché nessun cartello avvisi il viaggiatore dell’approssimarsi del maniero….Scendo, irritata e confusa. Non compare nessuno. Poi facendo attenzione scorgo, seduta vicino a un portale di legno con un grande chiavistello di ferro arrugginito, una vecchina candida, una contadina che preparara il becchime per i pollami in una ciotola di ferro…

Mi avvicino, con educazione chiedo della contessa Ippolita Pizzuti del Gallo e preciso che sono attesa, sono sua ospite. La vecchietta s’illumina in viso: “Ah! E’ lei! L’Ippolita m’ha detto di non preoccuparsi, di salutarla e di scusarla. Non c’è!” “Come non c’è?” la voce di Priscilla è esile come il più diafano dei cristalli. “Oggi stava appunto cogliendo i fiori per la sua camera, quando hanno chiamato dalla segreteria di Lapo Elkann per un invito al Teatro dell’Opera di Verona.
Naturalmente è dovuta partire di corsa, povero angelo. 
Mi ha detto però di dirle che, se le fa piacere, può restare, può visitare la torre…” .

Ma io ho già le mani sul volante e sto facendo velocissima manovra in retromarcia, mentre grido alla vecchietta dal finestrino aperto:
”Non importa, me la saluti, sarà per un’altra voltaaaaaaa……….”

Prima colazione

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Due chiacchiere di Bon Ton

Priscilla, ragazza single di -anta anni, su poche cose è intransigente come sulla prima colazione.
A tale nobile scopo sacrifica mezz'ora del suo prezioso sonno mattutino, convinta che nulla propizi una buona giornata quanto un buon inizio.

Di solito consuma in cucina – preparare in sala le sembra macchinoso – purché questa sia in perfetto ordine già dalla sera precedente. Ciò che ritiene irrinunciabile alla riuscita dell’impresa è avere tempo a disposizione: mai trangugiare in piedi robe bollenti mentre con la mano libera si sfilano i beccucci dai capelli e il cuore batte follie d’angoscia al timore di un possibile ritardo. Priscilla detesta la fretta.                                                                       

Così con calma, dispone su un tavolino rotondo una tovaglietta immacolata fresca di stiro (ne esiste un’apposita pila nella credenza, che la colf controlla ogni giorno) e apparecchia con cura, non senza prima aver acceso la fiamma sotto la caffettiera già montata, in attesa sul fornelletto.

Dispone il pacchetto dei biscotti integrali senza zuccheri aggiunti, la marmellata di arance amare/pompelmo/limone, la scatola dei Kellog’s, ovviamente integrali, la caraffa del latte, ovviamente scremato e senza lattosio, la ciotola di riferimento e due tazzine di caffè, una davanti alla sua postazione di consumo e una più indietro, vedremo poi perché.

A questo punto l’ambiente è inondato dal profumo incomparabile del caffè che esce, e l’ora è giunta. Munita di presina al silicone, dispone la macchinetta su anatrella di ferro battuto già predisposta, e siede.

Ecco, il rito ha inizio.

Priscilla afferra la caffettiera con già citata presina al silicone, ne aspira ancora voluttuosamente il profumo, poi la inclina con grazia e sapienza sull’apposita tazzina: il liquido si riversa, nero e spumoso, fino a formare sulla superficie una cremina chiara e uniforme. Diligentemente, Priscilla strappa il bordo della bustina del dolcificante e lo versa nel caffè. Rimescola col cucchiaino, sempre aspirando voluttuosamente, poi deposita il cucchiaino e si concede il primo sorso, a occhi chiusi.

Niente può equiparare quel momento di paradiso: la giornata è benedetta.                                                                                                        

Lentamente, Priscilla trangugia il suo caffè, poi passa alla ciotola di latte freddo coi Kellog’s, poi a due – non di più, ha prescritto la sua nutrizionista – biscotti integrali spalmati di un velo di marmellata.

Sbocconcella distesa, senza fretta, a occhi chiusi: vorrebbe che quel momento non finisse mai… Purtroppo non è così, tutte le cose belle hanno una fine. Ma Priscilla ha predisposto perché anche questa sia dolce.

Afferra la tazzina vuota di caffè col suo piattino e cucchiaino e ne arretra la posizione sulla tavola, fino a lasciare libera la sua postazione. Poi porta avanti con civetteria la tazzina ancora intonsa, fino ad ora nelle retrovie, fino a trovarsela davanti. La caffettiera è ancora calda, meglio munirsi di presina. E così gloriosamente termina la prima colazione di Priscilla, con il secondo caffè del congedo, che, quanto a bontà non è proprio come il primo, ma fa sperare che tutto, prima o poi, ricominci.

Domani è un altro giorno…..

I suoi secondi…anta anni

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Due chiacchiere di Bon ton


Priscilla ha deciso. Vuol degnamene festeggiare i suoi …anta anni, perché col cavolo che vuol dare a intendere ad amici e parentado che ormai si è arresa, o che di anni ne ha molti di più di quanto comunemente si pensi. Ha optato per una cena in piedi – che poi di lì a qualche giro di danza post-champagne il passo è breve e così, senza parere, viene una bella festa – con piatti regionali e patriottici, visto l’andazzo che tira.

Ha pensato a un risottino allo zafferano, che poi cospargerà di striscioline rosse di peperoni arrosto e tritato verde di pistacchi di Bronte, così da onorare la nostra bandiera. Ha qualche dubbio sul risultato gastronomico finale, ma la scenografia merita il rischio! Poi farà seguire un fegato rigorosamente alla veneta e un baccalà rigorosamente alla vicentina, per non far torto a nessuno. Contorni di insalate fresche e crude e niente, neanche l’ombra di kartoffen, per carità, onde non si pensi a un omaggio di sudditanza all’imperio di Frau sappiamo tutti chi… .

Per finire, frutta di stagione opportunamente tagliata e composta in un lungo piatto ovale a mo’ di stivale, con isole annesse, naturalmente, soprattutto Lampedusa, che si presenta circondata da un punto interrogativo di fragoline rosse: e chi vuol intendere intenda!
Ha già diffuso un sottofondo di opera lirica e si accinge a ricevere gli ospiti , paludata in uno svolazzante abito di chiffon azzurro, che, si sa, è il colore del Mare nostrum, e ben si intona alla zampillante cascata di riccioli rossi stile “tardo impero romano” che, con natri e forcine, è riuscita a costruirsi in testa in non più di due ore.

Gli ospiti cominciano ad arrivare, ciascuno col suo pacchetto regalo, bevono, spiluzzicano, conversano: tout va bien, madame, la rassicura il cameriere, un cristone in giacca bianca e alamari d’oro, reclutato per l’occasione. Giunge l’ora della torta: un mausoleo a più piani, glassa bianca e niente candeline. Anzi no, una c’è; ma è piccola, biancoglassata,quasi indistinguibile sul tetto del mausoleo, se non fosse per la lucina che il cameriere, con scatto preciso del pollice destro, ha fatto scoccare proprio ora. Tutti si accalcano, applaudono, cantano, si spengono le luci e con un robusto soffio - meritevole di ben più nutrita squadra di candele– Priscilla finalmente spegne. Cala il buio, insieme con un brivido di orrore chiaramente proveniente dalle balze di chiffon azzurro mare.

Un attimo di silenzio….poi si leva, eroica, la temuta voce anonima che formula la temutissima , ineludibile domanda: “A Prisci’! Ma quanti so’
st’anni che compi?” Silenzio di ghiaccio. Ma l’ufficiale in giacca bianca Priscilla non lo paga mica per niente: gli alamari scintillano improvvisamente vicini al
giradischi, mentre, senza sapere come né perché, nell’aria esplode il più clamoroso, bailoso, samba brasiliano, che tutto tacita e pietosamente
ricopre….

L’assemblea di condominio

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Due chiacchiere di Bon Ton

Carissime, qui è la vostra Priscilla, che ha un consiglio urgente da chiedervi. Oggi pomeriggio alle 18 c’è assemblea di condominio. Non sto neanche a chiedervi se conoscete il format, sono convinta che sia universale: stanza squallida, tavolone anonimo al centro, intorno sedie spaiate con sopra condomini di vario tipo, tutti attempati per lo più, ma caspita che strozza che ti tiran fuori se si tratta di difendere il loro millesimo quadrato da un’ombra di aumento!

Di una noia, di un deprimente…..

Non crediate che di questi attempati io voglia sedurne neanche mezzo, sfasciati come sono. Ma sento che per bon ton, per dignità, per me stessa insomma, sia giusto portare in quell’ambiente una nota di colore, chessò, quel frin frin di eleganza, che solo una donna ancora quasi giovane come me può suggerire.

Non trovate? Sì?

E allora mi metto davanti allo specchio e mi studio. Capelli rossotiziano e ricci fanno allegria da sé, ma il rossetto deve essere rigorosamente in tinta. Butto all’aria il contenuto dei cassettini della toilette alla ricerca del ruggine perfetto - tubetti, stick, matite, dischetti – e finalmente eccolo!!!L’ho trovato!
Inciprio le labbra, ne disegno accuratamente il contorno con una matita appena un po’ più scura. Poi, con il pennellino, tubetto alla mano, stendo il colore con tocchi sapientemente preraffaelliti. Perfetto. Con la stessa matita accentuo il colore di qualche lentiggine sul naso, anche quelle sono divertenti, non trovate? Aggiungo sulle guance un soffio di fard e mi pare che, quanto a trucco, possa bastare.

Poi parto alla ricerca dell’abito. Cosa si indossa a una riunione di condominio delle ore 18? Un abito da cocktail? Mmmm….Eccessivo, temo, anche perché siamo in assoluta assenza di cocktail, ma che dico? Anche di un bicchier d’acqua, nel caso qualcuno soffocasse. I jeans? Troppo ragazzina, non mi prendono sul serio, anche se qualche occhio lubrico sono sicura inseguirà con nostalgia e golosità le curve aderenti del tessuto…. Opto alla fine per una gonnellina blu a pieghe, che abbino a una camicina color rosa cipria, in armonia con tutto il ruggine che mi ritrovo.

Tacchi? Senza meno!! Non vertiginosi, per carità: una cosa media, ma adeguatamente stilettata, sotto scarpine blu, classiche ma ampiamente scollate sulle dita dei piedi: fanno chic da impazzire, impongono deferenza al solo guardarle. Ma a questo punto, allora, le perle della nonna alle orecchie, quanto a eleganza, ci cascan da Dio! Eseguo, mi guardo, mi piaccio. Mmm…C’è ancora qualcosa che non va. Tutti questi riccioli rossi disordinati….troppo estrosi? Forse casual? Addirittura HIPPY?
Afferro di corsa il pettine col manico a punta, m’impegno a fondo, ed ecco che in poco tempo e due forcine riesco a ricavare un perfetto chignon a banana, stile Audrey Hepburn..

Ooooooh! Ora mi sento proprio in tono! A la page, come si dice. A proposito, non ho chiesto. Chissà se all’assemblea parteciperà il nuovo condomino!? Sì, quel giovane manager single, come si chiama? L’ingegner Riccobono, ecco, che non si riesce mai, dico mai, a incrociare per le scale o sul
portone di casa…

Ultimissime da Capri

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Due chiacchiere di Bon ton

 

Carissime, sto poggiando il mio delizioso piedino seminudo – come vuole la buona tradizione – sulle pietre del porto di Capri, l’isola più glamour del mondo.
Avete presente?

Sono le tre del pomeriggio, il sole scotta. Io indosso un paio di pantaloni di popeline rosso ciliegia a sigaretta  lunghi al polpaccio,  una canottiera bianca senza maniche, al polso una miriade di cerchietti multicolori tintinnanti, al gomito la mia Vuitton d’ordinanza.

I lobi delle orecchie e  le loro campanine Chantèclair , ritmano esultanti la mia marcia trionfale mentre incedo fatale sulle vecchie pietre, strascicando i miei sandali infradito capresi doc, di piatto cuoio vecchio, e il mio trolley rosa  da weekend  puro Samsonite. Perfetto,  no? rendo l’idea?

Finalmente mi sento a casa, tutto è comme il faut.                                                    
Mi faccio agganciare da un tassinaro con la macchina tranciata e la vela al vento. Sì lo so, chérie, che mi costa venti euro solo per due tornanti fino alla piazzetta, potrei prendere la funicolare che me ne costa sei, ma vuoi mettere? Il vento nei capelli, il mento in alto a sogguardare la plebe marciante e schiattante, perché tutti vorrebbero essere al mio posto, non credi? Chissà poi perché non lo fanno, boh!...

Sono arrivata, scendo con dovuta scioltezza ed eleganza, pago con nonchalance - il  guaglione tassinaro sgancia un sorriso  a cinquanta denti mentre mi regge lo sportello - e mi avvio verso la mia adorata piazzetta, dove mi schianto su una sedia del mio storico bar d’elezione, arrivando  a sinistra, tanto per capirci.

Devo pur riposarmi del viaggio, no?                                                                                                             

Mi faccio portare dal festante cameriere – bentornata, signurì, siete arrivata con l’aliscafo delle tre?, sorriso sempre a cinquanta denti -  un bel   Daiquiri ghiacciato e comincio a sorseggiarlo lentamente mentre,  senza parere,  mi osservo intorno.                                                                          

Davanti a me sta passando, fichissimo, Alessandro Preziosi, camicia e chioma al vento. Tiene per mano Elena, la delizia di ragazzina che ha avuto da Vittoria Puccini…che poi perché mai si sono lasciati? Belli, ricchi, innamorati… Facevano già coppia perfetta in "Elisa di Rivombrosa", poi nella vita, che altro vuole la gente non lo so…

Ausilia, la proprietaria della libreria La Conchiglia, sta passando di corsa con uno dei suoi camicioni raso terra di lino bianco, su cui spicca la coda di capelli neropece, seguita dal marito Riccardo ma senza affannarsi, lento pede, il sigaro in bocca. Entrambi mi riconoscono e mi fanno ciaociao con la manina, ricambio sorridente poi punto una chioma biondo-cenereoramaiquasibianca inconfondibile: Luca di Montezemolo si sta avvicinando, sciarpina, giornale ripiegato sotto l’ascella, maglioncino négligé buttato di traverso sulle spalle…                   
Non mi muovo, anzi trascino lo sguardo altrove, non sia mai si dovesse pensare che mi sono seduta qui apposta per guardare i vip…

Sono io la Vip, che degno questo micro mondo di eleganza della mia presenza che più caprese, più puro stile Jackiekennedy, non si può!

Fiera, chiedo il conto al cameriere. Me lo porta veloce, sempre sorridendo a cinquanta denti…

Eccheccapperiperò!!! Trenta euro per un aperitivo e du’ patatucce fritte?! A Roma me ce sarei fatta pizza , birra, supplì e pure er dolce, volendo!

Le festine dei diciott’anni

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LADY ORNY

Due chiacchiere di Bon ton

Le festine dei diciott’anni

C’era una volta….un tempo lontanto in cui nelle case, non più tardi delle h 16 del pomeriggio, genitoribus vegliantibus,  ragazzi e ragazze  s’incontravano per le festa dei diciott’anni  di qualcuno di loro. Suonavi alla porta, accompagnata dal tuo genitore personale per il quale era riservato apposito salottino dei vegliardi.                                        Veniva ad aprirti una giovane donna, capelli cotonati e poi ripiegati in un tiratissimo chignon a forma di banana, occhi truccatissimi con eyeliner nero, mascara e abbondante ombretto azzurro o grigio, rossetto-non rossetto perlaceo, fondotinta scuro e fard, abitino di cady di seta affusolato , color pastello , scollo a barchetta e niente maniche, orecchini di perle, spilla di strass e perle appuntata sulla spalla a destra, unghie curatissime con smalto perlaceo (vedi rossetto), tacchi alti su elegantissime décolletés. Chi era? La padrona di casa, la regina madre? Niente affatto. Era la diciottenne di turno che festeggiava. Anche se di anni, a una prima occhiata, sembrava ne festeggiasse il doppio.

Cortese, sorridente, ti accoglieva guidandoti verso  il  salotto opportunamente sgombrato dei mobili al centro, mentre su un cassettone incollato al muro un giradischi singhiozzava con la voce di Rita Pavone  “Mio cuore…tu stai soffrendo…cosa posso fare per te….”    

Un gruppo di coppie continuava a ballare, ignorandoti, come fluttuando da fermi – le ragazze simili alla festeggiata, qualcuna coi capelli sciolti, lisci, trattenuti da un cerchietto, i ragazzi in blu, camicia Oxford, colletto stretto  sulle punte da una barretta d’oro, cravatta blu regimental  o simili. Impeccabili.  

Festa mascherata? Ragazzine mascherate da donne e/o ragazzini mascherati da uomini, che giocavano agli adulti? Niente affatto. Solo giovani borghesi che si esibivano al meglio delle performances consentite dalla loro epoca, non poi lontanissima: niente femminicidi, niente pulp, niente horror, niente rap, solo un pizzico di esistenzialismo, fluenti lunghe chiome nere,  Francoise Hardy  e“Tous le garçons e le fillles de mon àge…” e  altre canzoni francesi, qualche volta.

Ma soprattutto tantissime pomiciate e tantissimo twist. Ma niente paura: il Sessantotto era alle porte , e snodandosi nei decenni, avrebbe portato i figli dei fiori, i capelli afro o rasta, i jeans strappati al ginocchio, teschi, creste punk verde pisello, droghe subdole e letali, piercing e tatuaggi a gogo. Buon gusto allora, cattivo gusto oggi? Borghesia vincente un tempo, ora sconfitta da un sottoproletariato a sua volta sconfitto e in miseria? Non andiamo sul difficile….Limitiamoci a prendere atto di quanto sia relativo e variabile il configurarsi dei trend  secondo le epoche in  cui viviamo…E il bon ton ? Morto? Non preoccupatevi, gode ottima salute, è un po’ cambiato ed è pure un tantinello ipocrita, ma vive solo negli spazi dei pochissimi  ricchissimi rimasti sulla terra. Oppure, allora autentico stile, nei cuori di chi lo ama davvero.

La tavola di Pasqua

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Due chiacchiere di Bon ton

Immagino che a Pasqua, come a Natale, si riuniscano a pranzo truppe multiculturali di famiglie accorpate. Immagino menù deliziosi e abbondanti, a base di sfizi  e specialità locali, agnello, uova colorate, salami, culatelli, olive, formaggi, torte pasqualine, torte rustiche, pastiere e pecorelle di zucchero.
Naturalmente, non mancheranno colombe dolci e uova di cioccolato.

Bene. È la festa della primavera, del sole, dei colori. Perciò stenderei sulla tavola di Pasqua una tovaglia quadrettata, bianca e rossa come quelle delle antiche osterie. Di lino o di cotone non importa, basta che il tessuto sia fitto e spesso. I tovaglioli bianchi, di grosso lino bianco, a triangolo sul lato sinistro dei piatti, bianchi.
Quattro posate a destra e quattro a sinistra (se bastano), nell’ordine d’impiego. Poi bicchieri, uno per l’acqua, il più grande, quasi davanti al piatto e, a seguire verso destra, vino bianco, vino rosso, champagne. E poi fiori, ovunque: sul bordo di ogni piatto e nei vasetti, margheritine bianche o gialle, papaveri, fresie profumate cosparse sulla tovaglia, magari intervallate da verdissimi tralci di limone con tanto di frutti.

Fuori, si spera, il sole splenderà gioioso e aspetterà la nostra passeggiata del dopopranzo, immancabile dovere di un cuore saggio e salutista. 
Fa bene alla digestione, diciamo, per tacitare il senso di colpa di essersi, come ogni volta, abboffati.                                                                                                    

Il sole splende e ghigna ironico sulle nostre pance rigonfie, sui nostri passi pesanti, sul nostro fiatone.

Ma chi ce lo fa fare?

L’erbetta nuova, carezzata dal vento, è incantevole:
Dai, che sarà mai, solo un minuto” sussurra.      
       
E noi cediamo - al diavolo i sensi di colpa! - e ci abbandoniamo tra le sue braccia nel più tenero e fresco dei sonnellini.

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