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La truccoterapia

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Quando anni fa, in un mio momento di riflessione professionale, mi chiesi perchè avevo scelto un lavoro che agli occhi di tutti potesse sembrare futile - e nella mia personale ricerca confesso di averlo visto anch'io qualche volta futile, leggero e troppo esteriore -, mi resi conto che così non era, in particolare quando ho valutato che ogni donna mi permetteva di poterla vedere struccata, dandomi così una confidenza tale da riconoscere la vita senza una facciata e senza maschere.



Di conseguenza ne veniva fuori quella che io definirei una “Potente fragilità”, ed è proprio da quella fragilità che ogni donna trae un punto di forza; da lì sono nati quelli che io considero i mille volti di ogni donna dove nulla può essere messo in atto se non viene richiesto, perchè scoprire se stessi è un lavoro che deve essere fatto attraverso un lungo percorso, un percorso di scoperta che il viso ci racconta attraverso geometrie, profondità e dettagli. Insomma, una vera e propria cura alla ricerca di se stessi e alla ricerca del rapporto con gli altri



Trucco letteralmente vuol dire illusione, ma non con accezione negativa, anzi, nel senso adatto a nascondere quel senso di fragilità che può diventare un punto di forza. Conoscere la tecnica del make up - e per conoscere non intendo studiare tutte le tecniche, ma studiare la propria tecnica per mettere in risalto i punti di forza di un viso - è da considerarsi una vera e propria cura.



Da qui nasce il concetto di “Truccoterapia”, nient'altro che un vero e proprio percorso da svolgere con un programma studiato. Guardare la propria immagine riflessa allo specchio non è sufficiente per arrivare ad essere autocritici; l'immagine riflessa, infatti, viene tradotta dal nostro cervello in modo bonario, ma per imparare a guardarsi profondamente bisogna farsi una fotografia e riguardarla con attenzione, come se fossimo degli estranei a noi stessi.

Questo è il vero inizio di un viaggio attraverso una conoscenza profonda che ha come mezzo principale il gioco. Questo viaggio, comunque, non deve assolutamente essere messo in atto da soli, ma bisogna essere aiutati da una consulente nel quale riponiamo tutta la nostra fiducia che ci insegna e ci accompagna a vivere il make up come un accessorio comportamentale.



Quando non ci sentiamo a nostro agio spesso decidiamo di tagliarci i capelli, acquistiamo un nuovo abito, ci stordiamo guardando un film o facendo una vacanza, ma la vera ricerca della realtà è quella di poter indossare una maschera invisibile che non è un accessorio da considerare esterno, bensì uno degli altri 1000 volti che ci appartengono.

Priscilla attende...

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Da che ho richiuso la porta di casa dietro le mie spalle, saranno passati dieci minuti.

Gliene concedo ancora cinque per il doveroso squillo di ringraziamento…..Ancora non ve l’ho detto, ma tra le pieghine del tovagliolo di pizzo ho infilato il mio biglietto da visita, per rendergli i movimenti più facili: altrimenti, povero Cristo, come avrebbe fatto a rintracciarmi? Perciò mi accomodo sul divano, posiziono il cellulare vicino al cordless del telefono fisso (non si può sapere cosa riterrà più appropriato, se chiamarmi a casa o al cellulare), allungo le gambe in posizione di apparente distensione, e attendo… In casa impera un silenzio sfondato, i telefonini sono vicinissimi, io sono prontissima per il balzo di acchiappo al primo segnale. Dimenticavo! Mi sgancio dal polso l’orologio e lo depongo in grembo, per una più immediata visibilità delle lancette. Cinque minuti, ho detto. Passano. Il silenzio perdura. Un vago presagio di allarme comincia a insinuarsi tra il diaframma e la bocca dello stomaco, come un senso di vuoto… Non avrà gradito? Tremo. Ma subito il mio “salvapriscillla” personale nervosamente si attiva. “Insomma – mi rimbrotta- come fai a essere così cretina? Ti telefonerà certamente, ma solo d
opo averlo gustato, il ciambellone. Se no come fa a dirti che sapore ha e come mai quel retrogusto di zenzero, e come mai sei così brava e dove hai imparato, etc…?” Il mio prezioso “salvapriscillla” ha proprio ragione! Il tremito si placa, il senso di vuoto anche…

Divinamente serena, mi alzo dal divano, dove lascio religiosamente al loro posto i due telefoni e anche l’orologio, per scaramanzia.

Metto musica? No, potrebbe coprire la suoneria. Televsione? Idem.

Ripiego su un libro che ho in cominciato a leggere da qualche giorno, uno dei finalisti all’ultimo Premio Strega, che ti racconta come vivevano gli intellettuali ai tempi del fascismo…Interessante. Mi risvacco sul divano, a debita vicinanza nei confronti dell’area telefonica, e mi lascio prendere dal racconto…per un po’ leggo senza distrarmi, anzi dimenticandomi del contesto. Per un po’.

Dopo circa mezzora – così dicono le lancette del mio orologio – di nuovo un presagio di allarme comincia a insinuarsi tra il diaframma e la bocca dello stomaco … Stop lettura. Sono deconcentrata. Sto calcolando quanto mai ci può volere a mangiare una fetta, anche grande, di ciambellone. Che diamine! Mezzora!? Ma allora se lo è mangiato tutto! Non è possibile! Mi riprende il tremito, anche il languore. In più sudo freddo e un orribile pensiero si fa strada tra le mie ansie: si sarà offeso!!! In fondo lui mi ha fatto una visita medica, seppure veloce, e mi ha anche dato da bere la medicina.

Coi prezzi correnti, vogliamo dire centocinquanta euro? Duecento? E io con cosa ho pagato? Con un dolce fatto in casa del valore materiale di venti euro al massimo? Venticinque? Dio! Come ho potuto? Disperata, affondo nel silenzio sempre più sfondato dei sensi di colpa. A fatica, ormai tra le lacrime, odo il mio “salvapriscillla” personale. “E quanto sei fifona! – sbuffa – ma come fa uno a mangiare un dolce a quest’ora senza un tè, un caffè? Ci vuole più tempo per prepararsi una merenda!” Mi rianimo un poco. “ E se poi avesse deciso di mangiarselo dopocena, il tuo dolce, eh?”incalza ultra seccato.

Ha ragione lui! Mi placo di nuovo. Per quanto?

 

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