Elsa frustami tu

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C'è a chi piace essere frustato e a chi essere frustrato.

Massimo rispetto per chi ama le scudisciate sui monti dell'amore e negli angoli difficili, chi gode nel farsi legare a mo' di arrosto e risultare come Nadia Rinaldi con le calze a rete, chi scambia i propri capezzoli per fili da bucato pronti per essere mollettati tra le lenzuola.

Ma per i frustrati, no. Per quelli ho massimo rimbrotto.

Sì dà il caso che il direttore d'orchestra Giacomo Loprieno, sia proprio uno frustrato con substrato acido a lunga conservazione. Un uomo che, a googlarlo - rigorosamente a stomaco vuoto - ti viene fuori con la faccia che sembra uno di quei montaggi mostruosi di Buona Domenica, con lo sguardo da ex bagnino ripulito, l'occhio lungo di Marco Liorni, l'attaccatura dei capelli del Signor Spock, il naso numero 3 di Mickey Rourke (quello vinto al Luna Park, probabilmente) e la carnagione cinerea di Samara di The Ring.

Ecco, proprio lui, chiamato a dirigere l'orchestra per il Disney’s Frozen Live all'Auditorium Parco della Musica di Roma, ha deciso, senza che nessuno glielo avesse chiesto, di dire a fine spettacolo, al microfono: "Babbo Natale non esiste", gettando i genitori nel panico e i bambini presenti - moltissimi - nella disperazione.

Come se non bastasse questa inutile dimostrazione di appartenenza alla categoria degli escrementi, il fattaccio ha suscitato numerosi attestati di stima sul web da cinici sostenitori che "stronzo è bello".

Probabilmente, il buon Loprieno non voleva far mistero della sua miserabile infanzia, fatta di adulti che, mentre lui sudava sugli spartiti, non facevano che ripetergli che non ce l'avrebbe mai fatta o che tanto quella gustosa torta di compleanno che gli avevano comprato, sarebbe diventato materiale di varie sfumature di marrone e ruzzolato giù per lo scarico.

Avrei voluto anche la sua ex-fidanzata lì, a prendere il microfono e dire a tutti che "la bacchetta è l'unica cosa lunga in possesso del direttore" o che magari "sa dirigere decine di strumenti ma col suo non riesce neanche a centrare il buco del water".

Perché non dire alle bambine presenti che la maggior parte dei principi azzurri coi leggins che incontreranno nella loro vita preferiranno il cavallo di altri principi azzurri, piuttosto che cavalcare la loro zucca magica, o ai maschietti che IronMan è un alcolizzato e tossicodipendente ex carcerato con l’armatura laccata di vodka?

Tanto sono bambini, che ti fanno? Al massimo piangono.

Avrei voluto proprio vedere, se Loprieno fosse stato il direttore di una favolosa orgia da film porno e, sul più bello, prendesse il microfono e molto seraficamente dicesse “Ehi regaz, vi divertite eh? Be’ sappiate che questo era un test medico, stasera forse tornerete a casa con la gonorrea”. Forse in quel caso, spezzare la magia, l’avrebbe ridotto a dirigere la coda alle casse automatiche della Coop, al massimo.

Eh no, perché è più facile colpire e affondare l'innocenza, che non ha strumenti di difesa; è più facile dare la nostra stima a un Giacomo Scroto Loprieno qualsiasi per una trovata da cattivo dei cartoni che ha avuto il coraggio di fare al microfono, pur di non ammettere che la nostra innocenza è colpita e affondata da tempo.

Che poi, questi qui sono gli stessi che piangono la scomparsa dell'inventore dell'Ovetto Kinder, come se da domani smettessero di produrlo per rispetto al creatore, come se gli togliessero la sorpresa dall'interno e la sostituissero con la lanugine dall'ombelico di Mario Adinolfi.

Che è sempre una figata fare il guastafeste finché non rovinano la tua di festa, finché quella che spacci per ironia e sarcasmo, non fa da finestra al vuoto che hai dentro per la magia che hanno rotto a te e che tu ora vuoi rompere a noi. E non solo la magia.

C'è stato un tempo in cui il cinismo era controcorrente, in cui schifare il contingente e le persone felici, faceva parecchio figo.

Erano gli anni novanta, forse, e sono passati da un bel pezzo.

Ora, per essere davvero controcorrente, bisogna esprimere massimo rispetto per le dolci speranze e le cose belle che sono passate e non tornano più.

 

Selezione all'ingresso del 2017

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Ogni fine anno che si rispetti, vuole che si tirino le somme.

Un po’ come quando a fine serata, dopo che a casa hai speso ore per fare un ingresso in disco degno di Amanda Lear, non hai tirato su neanche un drink gratis e, per non rimetterci neanche la tara - visto che non hai portato a casa il netto - speri ancora nel lordo, anzi nel lardo, ovvero che il tipo o la tipa che è rimasto in disparte per tutta la sera, nascosto nella penombra, l’abbia fatto soltanto per scrupolo sugli abbinamenti azzardati e non perché il suo indice di massa grassa schizza alle stelle come le quotazioni della Apple al rilascio di un nuovo I-Phone.

Cosa lasciamo nel 2016 e cosa portiamo nel 2017?

Visto che se ne è parlato tanto, portiamo nel nuovo anno il trono gay?

Nì.

Lo portiamo se Maria De Lourdes decide al prossimo giro di mettere sullo scranno non la fotocopia omosessuale dei corteggiatori etero (tutti rigorosamente phonati, coi denti finti, i risvoltini e le docce solari) ma qualcuno un po’ più alla mano, magari pure bruttino, tiè, che ce ne sono di gay brutti eh! Ce ne sono eccome, solo che per la vergogna di non beccare niente si spacciano etero e gli etero li additano come gay.

Nel 2017 voglio ancora Mentana su Facebook che blasta gli idioti e Michela Murgia che vendica gli alberi sacrificati per stampare i libri di Fabio Volo.

Lascio volentieri nel 2016 tutto il torrone del referendum costituzionale, che ha scombinato le carte in tavola chiudendo con esito incerto tutte le partite che si stavano giocando allo stesso tavolo.

Nella tomba dell’anno che si chiude sigilliamo, vi prego, i risvoltini che evidenziano la caviglia nuda anche in inverno, gli spacchi ascellari che lasciano intravedere mutande post-it e disastri della ceretta, le tute oversize che non stanno bene a nessuno e le frange, che hanno fatto capolino e, per fortuna, si sono immediatamente ritirate, come capezzoli col freddo.

Avrei voluto portare nel 2017 molte delle leggende che invece hanno terminato la loro staffetta nei mesi passati. Anna Marchesini è stata il mito comico della mia vita, una donna dal talento straordinario, madre della comicità al femminile made in Italy degli ultimi trent’anni, nessuna come lei.

E poi George Michael, lo consideravo già dei nostri e invece mi tocca di aggiornare questo articolo a ridosso della pubblicazione. Un altro grande della musica se n’è andato, a Natale. Qui non c’è molto spazio per le battute, c’è solo da ringraziare per tutte le belle canzoni che ci ha lasciato e l’insegnamento prezioso di scegliere bene i posti dove appartarsi per fare sesso senza farsi beccare.

Be’, è pur sempre il Pomo della Discordia, contraddirmi è il minimo.

Spererei di lasciare nel 2016 gli stronzi, ma quelli, si sa, galleggiano oltre ogni barriera e si nascondono perché tu li pesti quando meno te lo aspetti.

E allora il Pomo della Discordia vi augura di individuarli subito, calciarli nelle terga e rispedirli nel passato, zona grigia dal quale spesso provengono e guardare avanti, verso 365 nuovi giorni di radiose opportunità.

 

Gayo Natale

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 Poteva mancare un post discordante sul Natale? Ma certo che no!

Che poi, a dirla tutta, a voler essere proprio controcorrente, dovrei promuovere lo spirito natalizio, visto che tutti si danno un tono denigrandolo. Dovrei vestirmi direttamente da Babbo Natale - ma con il costume di Angel in Rent - e andare in giro a lanciare neve finta come una qualsiasi drag-queen che fa la parodia di Frozen.
Invece, mi conformo, e parlo dei gay che fanno regali gay per un Natale rigorosamente gay.
Ma cosa fanno gli omosessuali cresciuti in una favolosa cattività in concomitanza delle festività comandate? Si adattano e addobbano la tana. Ma la abbelliscono sul serio! Diventano come quelle nonne gelose della casa che mettono centrini anche sotto il bicchiere della dentiera.
Entrando a casa loro trovi il camino acceso con le calze natalizie appese alla mensola e sopra il fotoritratto gigante di famiglia alla Desperate Houswives, incorniciato d'oro, con lui seduto e lui in piedi, dietro, con la mano sulla sua spalla. E il gatto o il cane rigorosamente trovatelli in posa scherzosa ma di classe.
A terra ci sono puff bassi Poltrona Frau, per sedersi di fronte al focolare e raccontarsi storie, come in Piccole Donne. Con la differenza che le storie di Jo sono tratte dai fratelli Grindr, la sorella malaticcia Beth, in questa versione, si cura con le bacche di Goji; Amy, quella che si metteva la molletta per correggere il naso, è andata direttamente dal chirurgo di Belen e Maggie, la maggiore, è una matrona ultracinquantenne con i jeans stretti e il poncho di Hermes elegantemente appoggiato sulle spalle.
Loro indossano maglioni in tricot natalizi coordinati con le renne e il grembiule ricamato, in bagno trovi la candela al pan di zenzero, sul corrimano sono cresciuti rampicanti d’abete e nelle camere ha nevicato porporina.
L'albero è talmente lussuoso che quello del Rockfeller Center a confronto è l'abete finto sul bancone accanto alla cassa dall'estetista.
Sotto cotanta pomposità ci sono i regali.
Regali per tutti, perché i gay sono una specie socievole che fa torte per i vicini e la differenziata. Sostengono l'ambiente, soprattutto quello gay, e la natura, soprattutto le pinete di fusti massicci con chiome selvagge, cespugli rasati e lunghe radici nodose.
Cosa regalano i gay? Innanzitutto il regalo di un gay è sempre molto gay, perché è convinto che a tutti piacciano regali ragionati, raffinati e di tendenza.

Non sentirai mai un gay dire "ti ho preso un pensierino", perché il "pensierino" il gay lo fa al massimo sul bono in coda all'Apple Store. Sembra sempre che il regalo fatto da un gay sia stato pensato per mettervi in difficoltà. Ed è così. Nelle confezioni elaborate troverete candele chicchissime realizzate da monache svizzere senza pollici opponibili a base di cera d'ape suicida all'assenza di stella alpina e curcuma, pacchetti viaggio in un resort dentro un igloo, riscaldati da un vero orso bianco (e non un omaccione brizzolato e peloso) e con la voce di Licia Coló che ti canta la ninna nanna; ingresso per due esclusivo alla collezione privata dei Caravaggio della Contessa Vacca Scafati Tortini Friarielli con brindisi e buffet di stuzzichini sugli scogli dove si è gettata per la disperazione di aver scoperto che i suoi quadri sono tutte repliche. E ancora una collezione di DVD di Sex and The City - Deluxe Edition con l'unghia rotta di Samantha e il cerotto coi punti neri di Charlotte, uno spremiagrumi di design a forma di Vergine di Norimberga che si può usare soltanto dopo che hai fatto l'antitetanica e un workshop apposito del quale hai, compreso nel regalo, gli ingressi omaggio.

Oppure ti becchi una cosa da farti da solo, un lavoro, un kit artistico che richiede l'apertura di un laboratorio artigiano per creare le tue statuette personalizzate alla lavanda per profumare i cassetti, così quando cerchi le mutande hai l'impressione di mettere la testa nel fustino del Dash.

Se il regalo è tecnologico, per ricambiare devi firmare una cambiale, perché sarà sicuramente l'ultimo I-Pad Pro Plus, 3000 di cilindrata, che fa anche le lastre ed è in grado di localizzare anche l'omosessualità repressa dentro Giovanardi.

Insomma, non si può competere con un Natale Gayo perché bisogna avere la capacità di vedere oltre le cose, essere favolosamente visionari in un universo di stereotipi sempre nuovi e che richiedono la versatilità di Maryl Streep e la tenuta sotto stress di Barbara D'Urso.

 Fabio Cicolani

 

Lo Stesso Si

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Lo stesso sì” recitava uno degli slogan più efficaci della campagna a favore delle Unioni Civili.

Io l’ho vissuto, questo stesso sì. Ero lì, seduto accanto ad amici che rivedi solo in occasioni speciali, in una sala con il camino acceso, il parquet e le capriate lignee. Un violino e un piano si sono tenuti per mano tutto il tempo, accompagnando una cerimonia ben architettata, che ha alternato la lettura degli articoli ad altri tipi di letture, più sentite, bagnate dalla commozione, scritte su fogli stropicciati dalle troppe riletture che non arrivavano mai in fondo, perché quelle parole spezzavano la voce e facevano tracimare l’emozione oltre le ciglia.

Una mamma limpida e tersa ha scritto una lettera da strappare il cuore. C’era tutto quello che un ragazzo gay, magari cresciuto in provincia, con genitori dalla corteccia spessa e le fragili certezze, vorrebbe sentirsi dire.

Io l’ho sentito, quello stesso sì.

Un amico speciale ha sposato l’uomo dei suoi sogni e i due principi in blu avio erano davvero una favola, erano felici.

Talmente felici che hanno illuso tutti noi di vivere in una bolla fuori dall’universo, dalle tristezze della vita di tutti i giorni. Per dodici ore, con le scarpe piene di piedi, abbiamo camminato in questa sospensione e nella speranza che forse un giorno capiterà anche a noi.

Non era proprio lo stesso sì, è stato meglio. Perché aveva il sapore dolce della conquista, arrivato perfino in un casale sperduto tra le nebbie della provincia veneta. Un sindaco emozionato di celebrare la prima unione civile nella storia del suo piccolo comune, ha ribadito quanto questa uguaglianza rappresentasse un messaggio d’amore per tutti.

Sembrava di essere di essere a casa loro, nella loro intimità ma dove eravamo i benvenuti.

Con le nostre scarpe lucidate a festa, gli abiti ricchi di drappeggi, pieghe e paillettes, i papillon sfiziosi e i guantini scamosciati abbiamo salito le scale per la cerimonia, siamo scesi per un aperitivo invernale, di roast-beef e battuto di baccalà, polenta bianca e vellutata di zucca. Siamo saliti ancora al primo piano dove le file ordinate di sedie color tortora avevano lasciato il posto a una montagna di cuscini bianchi per far tuffare i bambini in un’atmosfera sicura e confortante, testimonianza che l’amore esiste, ha il parquet d’inverno e ti porge un plaid bianco se devi uscire per fumare.

L’amore ti serve una cena delicata di piccole porzioni e una torta a più piani con crema alla fragola. L’amore è una fontana di cioccolato sempre accesa ed un buffet di dolci e frutta rifornito di continuo.

È lo stesso per tutti, l’amore, ma assume forme diverse per ognuno. Per Mattia e Gregorio era la luce calda e tremolante delle candele nei candelabri d’argento che si rifletteva nelle posate e accendeva le composizioni di abete, melograni e agrifoglio.

Per loro era un pensiero personalizzato al posto dei segnaposti, scritto a mano con grafia deliziosa e la tisana calda a disposizione, alla fine, nelle tazze bianche su un vassoio d’argento.

In quello stesso sì ho conosciuto persone straordinariamente interessanti, prova lampante che gli amici speciali catalizzano altri individui eccezionali e sanno circondarsi solo di chi amano e che ricambiano.

Quello stesso sì lo porterò nel cuore come una giornata da sogno nella vita di qualcun altro. Perché sì, è giusto cercare la felicità per se stessi, ma a volte anche la felicità altrui può essere contagiosa.

   

 

 

Selvaggia, forse...

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Non ho ancora deciso se Selvaggia Lucarelli mi piaccia o no. Essì che di solito sono il tipo dalla ghigliottina facile. Quindi possiamo dire che la Lucarelli è un personaggio controverso? Be' adesso non esageriamo. Controversa è la Fallaci, la Lucarelli è solo fallace. Perché certe volte prende certe cantonate che la mettono in posizioni che Rocco Siffredi non sarebbe in grado di immaginare.

La Lucarelli è controversa come alcune tipologie di scarpe che non tutti mettono, che magari avrebbero anche una sua funzione ma certe volte mancano di stile o sono troppo terra terra per indossarle perfino in casa.

Una ciavatta.

Ecco la Lucarelli è una ciavatta, alla romana proprio.

Apre bocca su tutto, contro tutti e per sfottere tutti e tutto.

Un'amica così ce l'ha ognuno di noi, è quella che interpelli perché dica la cattiveria che tutti stiamo pensando ma non vogliamo metterci in cattiva luce.

È la prima della classe che però andava d'accordo anche con i fattoni e ha messo su le tette per prima, quindi sa che la gente che la odia ma in realtà una bottarella gliela darebbe volentieri.

La Lucarelli è una influencer.

In effetti alcuni suoi post mi fanno salire la temperatura e stancano terribilmente. La ammiri per le sue battaglie femministe, per quelle contro i leoni da tastiera, ma sa essere anche velatamente omofoba quando parla di lobby gay.

È un donnone granitico a metà fra Brigitte Nielsen e Gianni Sperti, ha la lingua velenosa di D'Agostino, è la vicina che non vorresti mai alla riunione di condominio ma che spedisci volentieri a lamentarsi per il cane della signora del terzo piano. Sembra una brava mamma con un figlio che non pare darle troppi problemi, anzi, a volte sembra che sia lui a starle dietro.

Qualcuno dice che è un bulletto che usa il suo potere mediatico per rifarsi sui poveretti che le danno della poco di buono. Io dico che lei ci sguazza nel qualunquismo maschilista, che anche se le danno della "Troia" lei gode, un po' come quelle mogli frustrate che si offendono se il marito le insulta perché flirtano con tutti e loro, per dimostrare che non sono delle sguadrine qualsiasi, si portano a letto il cognato o il migliore amico.

E fanno bene eh! Le donne dovrebbero avere tutte un po' più delle palle di Selvaggia e un po' meno i palloni del chirurgo al posto del seno.

Eppure il suo ex più solido è Laerte Pappalardo, figlio di Adriano, uno al cui confronto l'uomo delle caverne è Enzo Miccio.

Enzo Miccio, un altro uomo che ha dato alla Lucarelli cipria da stendere e pagnotte da blush-are.

Sì, direi che il problema fondamentale, per la Lucarelli, sono gli uomini. Forse per questo Selvaggia Lucarelli non può essere definita un personaggio controverso: perché una donna che ha sempre delle questioni irrisolte con gli uomini non è scomoda, è un clichè che frutta molti follower.

 

 Fabio Cicolani 

La vanità è maschia...

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La vanità è donna.

Dicono.

E sbagliano.

Perché la vanità, è maschia.

Se andate nella Savana, non sono le leonesse a farsi belle tutto il giorno, ma i leoni. Mentre le femmine si fanno il mazzo dietro alle gazzelle, veloci come un paparazzo che insegue Belen - dopo che lei lo ha chiamato - per tutta la sera tra una discoteca e l'altra, i maschi se ne stanno sulla roccia, con la criniera fresca di parrucchiere e la permanente di tutti i Cugini di Campagna messi assieme, a farsi scompigliare la leggera brezza della Savana come una qualsiasi Beyoncé in tutte le sue apparizioni, video e mistiche.

E che dire dei pavoni? Mentre le pavoncelle assomigliano a galline padovane in procinto di tuffarsi nel brodo della domenica, i maschi fanno la ruota, mettendo in bella mostra il loro piumaggio come Renato Zero negli anni ottanta.

La natura, si sa, è maestra di vita.

La natura umana, invece, è maestra nel ridicolo della vita.

Si dà il caso che io viva abitualmente la traumatizzante esperienza dello spogliatoio maschile della palestra.

Lungi da me fare un pezzo pruriginoso sugli scorci falliferi che mi capita di vedere, che quelli, non a caso si chiamano pacchi: finché stanno incartati, posso nascondere la più gradita delle sorprese. Ma certi regali, scartati, non vanno bene manco per l'ambo della Tombola del Riciclone.

No, quello che mi colpisce è proprio la vanità maschile che suggerisce un uomo a portarsi da casa il SUO phon, grosso come la testa di Peppa Pig, attaccarci il diffusore e farsi una testa di ricci-perfetti che neanche Marcella Bella sulle Montagne Verdi.

Se si dice che le donne sono pessime alla guida perché fanno tutto fuorché guidare (cosa sulla quale non sono d'accordo, gli uomini sono convinti di riuscire a tenere contemporaneamente le mani sul volante, sul cambio, sull'autoradio, nel naso e sulle palle) allora posso dire che - a parte il caso succitato della phonata epica - gli uomini col phon, negli spogliatoi, fanno tutto fuorché asciugarsi i capelli. Li vedi sfonarsi le dita dei piedi, le ascelle, le cosce e ovviamente il pube, a volte con due phon, come John Wayne che spara al piccolo indiano.

Oppure c'è quello che fa avanti e indietro dall'armadietto sfilando su e giù per gli spogliatoi neanche fosse nel guardaroba di Vogue. Che tu nel frattempo ti sei allenato, hai fatto la sauna, il bagno turco, l'idromassaggio, il relax nella stanza al sale, la doccia, ti sei asciugato, rivestito e stai per uscire e loro? Sono ancora lì, semi-svestiti, fintamente indaffarati come commesse di Zara durante i saldi che schivano le clienti come rugbisti che vanno a meta.

Che quando li incroci per la decima volta ti verrebbe da placcarli e chiedergli "ma tu abiti qui?" oppure "questo asciugamano ce lo avere anche in color malva?".

E le creme? Spalmate su muscoli di biscotto manco fossimo a Bake Off.

Ma che ve lo sto a raccontare, questa è una storia vecchia come il mondo, la porta il vento del Serengheti che scompiglia le chiome leonine e getta la sabbia negli occhi alle infaticabili leonesse, così, almeno, non si accorgono che i loro devoti compagni, quando loro non guardano, fanno a gara a chi ce l'ha più metrosexual.

 

Forza Lapo

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Dite quello che volete, ma io Lapo Elkan lo trovo esilarante.

Forza Lapo.

Sembra uno di quei cartoni alla South Park, irriverente, spesso sconclusionato, sempre e rigorosamente politically incorrect.

Il Lapo Paraninfus, del resto, perde i pippi ma non i vizi.

Perché qui non si parla solo della coca, qui è la cornice che fa lo show. Lui potrebbe anche starsene nella sua Ferrari - che le Fiat pure lui le schifa - a tirare su polvere bianca, negli angoli difficili e con veemenza, come gli aspirapolvere degli autolavaggi a gettoni che, se non stai attento, ti risucchiano anche i tappetini e gli ammortizzatori.

Sì, lui potrebbe pippare in solitudine come un padre di famiglia qualsiasi, ma no, lui vuole il festino e soprattutto la trans mascolina.

Perché al Lapo Viziosus non piacciono quelle stupende transessuali che farebbero sentire Giselle e Naomi Anastasia e Genoveffa, no, a lui piacciono le transergio, quelle che se si tolgono la parrucca potrebbero passare tranquillamente per un corriere colombiano che ha vinto una gara di bevute di tequila e perso ogni occasione alla lotteria genetica.

Che poi queste sante donne si prendono cura di lui, portano la coca, l'adrenalina per rianimarlo alla Pulp Fiction e un equivalente in droga di un Armani Privè...e lui? O non le ringrazia neanche o non le paga.

Finisce i soldi e deve andare al bancomat.

Come quel qualsiasi padre di famiglia, in macchina, che mentre ha una Svetlana al lavoro tra le cosce si rende conto che ha speso gli ultimi 20 euro per comprare gli assorbenti e la crema depilatoria alla moglie.

Allora che fa? Chiede all'onesta lavoratrice di aspettare un attimo che lui va allo sportello.

E lì, il Lapo Sniffonus, si ricorda che ha i fondi bloccati. La paghetta è esaurita e la carta platino ce l'ha il bodyguard: un omaccione corpulento e volitivo che dice sì solo a un secondo cheeseburger.

Un gorilla che, tra l'altro, con una parrucca e i tacchi sarebbe pure chiavabilissimo, per il nostro eroe.

Ma il Lapo Pippatore mica si arrende!

Sono anni che butta i soldi nel marchio Italian Indipendent sponsorizzando accessori di design che resterebbero invenduti anche su Ali Express, figuriamoci se non si inventa qualcosa.

"Fingo un sequestro" si dice.

Geniale.

Si dice da solo.

Ma a casa, gli Agnelli, non hanno più paura del Lapo, sono lì che tamburellano sulla scrivania in noce in attesa di una sua chiamata. Secondo me fanno anche scommesse su quanto grossa l'avrà combinata stavolta.

E perdono eh?! Perché il Lapo Coglionae è il più creativo degli Agnelli, supera ogni aspettativa. Il nonno, lassù, lo perculano tutti e alla briscolata celestiale non lo invitano mai.

Ed è così che gli Agnelli non si bevono l'ennesima "al Lapo al Lapo!" e gli mandano la polizia, che lo arresta per simulato sequestro.

Come finisce questa storia?

E chi lo sa.

Ma poi mica è importante il finale, è già uno spasso così com'è.

Forza Lapo!

  Fabio Cicolani

Mamma ti presento Justin

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"My mama don't like you and she likes everyone".

Già uno che mette il giudizio della madre davanti al suo, dovrebbe far capire di che tipo si tratta, ma se poi quel tipo è pure Justin Bieber, allora... bisogna aggiungere altro?

Sì.

Facciamo un gioco.

Tu ti sei fidanzata con Justin Bieber, sei una Selena Gomez qualsiasi con un ottimo rapporto madre-figlia e massa grassa-massa magra.

Glielo devi presentare.

Intanto dille con qualche mese di anticipo che deve alzare l'architrave della porta d'ingresso perché arrivi con un palco di corna che neanche l'Ariete con Saturno contro.

Ma vabbè, che cosa vuoi che siano un po' di corna? Tu che ti lamenti sempre dove appendere i vestiti!

La mamma, curiosa, inizia a chiedere.

"Che lavoro fa?" e intanto teme che dovrà mantenerti a vita mentre fai la quinta specialistica.

"Il cantante".

"Ecco, ti sei raccattata un altro artistoide fallito".

Tu sghignazzi, stavolta la mamma ci rimarrà di sasso, come Alba Parietti davanti alla sua carta d'identità.

"Ma no! È famosissimo, avrai anche sentito qualche sua canzone alla radio" fai tu con aria da vamp.

"Quindi si droga" risponde lei con granitica certezza.

"Ma no! Cioè sì... ma vabbè, solo alle feste!".

La tua facciata sta per crollare, ma, cavolo, stai con Justin Bieber! Che vuoi che sia qualche pistarella ogni tanto o quelle dieci-dodici canne a sera! L'abbiamo fatto tutti da giovani.

E solo da giovani perché la vecchiaia, con questo stile di vita, non la ricorderemo di sicuro.

"Allora beve..."

"...no, cioè sì, alle feste..."

"...e poi si mette al volante immagino..."

"...no, cioè sì, ma..."

"...e lo arrestano pure magari..."

"...vabbè ma solo una volta..."

"...e poi torna a casa e ti picchia anche..."

"...eh no! Questo non l'ha mai fatto! Ha mollato un pugno a un suo fan e gli ha spaccato il labbro! Ma quello però gli aveva toccato la spalla!".

La mamma sta zitta. Pensa che in fondo quello che si tagliava le unghie dei piedi sul tavolino del soggiorno, non era tanto male, almeno aveva un lavoro serio, in ufficio, alle poste. Perfino lo spacciatore con cui ti eri messa a vent'anni, sembra più rassicurante di questo Justin Bieber.

Ma tu lo ami, si vede. E la mamma lo sa che se si mette di punta, non lo lascerai mai.

"Almeno ti rispetta? Rispetta le donne?"

"Si certo!", fai tu convinta, "a parte quelle rompiscatole che si fanno cinque giorni sotto la pioggia per un suo concerto e poi lui dice loro di stare zitte e non urlare, oppure quelle che pagano 2000 dollari per farsi una foto con lui e lui mette un cartonato".

"Be' dai, almeno è famoso, la gente lo ama".

"A dire la verità due anni fa hanno firmato una petizione, discussa da Obama, per farlo deportare".

A quel punto la mamma ti si avvicina con il coltello per sfilettare il pesce.

"Tesoro, amore della mamma, se non ti liberi di questo stronzo, ti disosso".

Dai, consolati, almeno a sua madre piaci.

No, manco quello.

 Fabio Cicolani

 

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