Priscilla tachicardica

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Carissime, forse non ve l’ho ancora detto, ma io vivo in  un piccolo appartamento di uno dei quartieri più antichi della capitale, ex pop, oggi rivalutatissimo sul mercato internazionale. Un mix di anziani d’epoca, dialetto genuino e menefreghismo imperiale, e giovani e meno giovani d’oltralpe, d’oltreoceano, ansiosi di farsi stregare dal fascino della storia. Mah!

A me piace molto, tutto movida la notte, tutto parolacce di giorno. Nel mio palazzo abitano in gran parte vecchietti simpaticissimi e veraci, più il portinaro Benedetto, novantenne, che, se vuoi, ti racconta di quando i tedeschi, durante l’ultima guerra, sono entrati armati a razziare ebrei o a stanare cospiratori antiregime… E proprio mentre sono lì che converso con Benedetto su quest’ultimo argomento, vedo entrare dal portone un tizio alto, biondo, spalle erette e petto in fuori, molto style, sul metro e novanta, giornale sotto il braccio e occhialini da intellettuale. Non giovanissimo, abbastanza giovane, diciamo. Mai visto prima. Aplomb impeccabile in abito fumo di Londra. Armani? Forse…                                                                

Si avvicina, saluta e passa oltre, imboccando le scale. Non posso non riconoscere di essere rimasta un tantino stranita, straniata, stupita e soprattutto incuriosita: mai avevo visto una genìa così compatibile coi miei gusti sul portone di casa mia. Ed ecco che mi scopro tachicardica. Che sarà mai? Non mi preoccupo, ma non perdo tempo a rifilare all’orecchio di Benedetto l’irrinunciabile domanda sull’identità  del distinto signore: “E’ un medico, un cardiologo mi pare. Si è trasferito qua da pochi giorni”.

La tachicardia aumenta, ma non mi trattengo dall’imperversare: “Famiglia?”, esalo, sempre nell’orecchio di Benedetto, mentre sento che da questa risposta dipende la trasformazione da tachicardia a infarto del mio povero cuore impazzito… ”No!Solo”, fa secco Benedetto, con la sicurezza dell’informatore, pardon, portiere navigato. Sento che la notizia fa bene alla tachicardia, che rallenta un attimo per poi riprendere più vivacetta quando saluto Benedetto e, avviandomi  per le scale, constato che non c’è più ombra di lui davanti a me!  

E che è?  Vola? La tachicardia non accenna a placarsi, Nonostante tutto - abito al primo piano -  apro, mi precipito in cucina e mi verso una tazza di caffè ancora caldo dalla moka di stamattina, svaccata su sedia e ancora fibrillante. Contrariamente a ogni logica, mi sento meglio, e comincio a ragionare: “Dunque abbiamo un nuovo condomino, bello, intellettuale, cardiologo, solo!!!”                                                                              
Poi cambio obbiettivo del mio ragionamento: “Cosa sarà stato questo attacco di cuore, così, all’improvviso?”, mi preoccupo.                          

“E’ un cardiologo, ergo , bisogna che mi faccia immediatamente controllare!” Deduco con lucida logica cartesiana. Un attimo, e sono sulle scale, salendo di piano in piano a controllare le etichette dei portoni. Eccolo qua, dott Eraldo Soffiati, cardiologo, III piano.

Mi butto? Non mi butto? Decido: mi butto, anche se la diagnosi la so già: colpo di fulmine fu!

Priscilla e la prima a teatro

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Mi hanno invitato a una prima a Teatro, e se scrivo con la T maiuscola è perché senza far nomi si tratta del più grande e prestigioso teatro della città…

Da ciò tutta una serie di problemi:
1) Cosa mi metto?
2) Dove parcheggio la sera in pieno centro storico?
3) Con chi ci vado, visto che non c’è niente di più triste che presentarsi a un gala in solitario? Comincio dall’ultimo problema e telefono alla mia amica e collega Topazia, che , lo dice il nome, non può non far parte della lista degli invitati. Ci azzecco subito: afflitta dagli stessi problemi, è ben felice di condividere con me la serata, così risolviamo in una botta sola anche il problema n 2, cioè prendiamo insieme il taxi e ci dividiamo la spesa. Ok! Rimane il problema n 1.

Come si va alle prime oggi? Una volta la prima era sinonimo di lusso, pailettes, gioielli, alta moda e gare fra signore a chi sfoggiava le cose più belle. Oggi non più, a meno che non si tratti di opere liriche e Teatro della Scala a Milano: lì ancora qualcosa resiste….

Ma non credo sia opportuno, in giorno lavorativo, in un teatro di prosa sia pure storico, bardarsi di tutto punto per una prima. Sai che ti dico? Tubino nero – non si sbaglia mai - filo di perle,
decolletés a tacco alto, non altissimo, niente pelliccia per carità, solo un cappotto di cammello con ampia sciarpa magari griffata. La borsa? Media, nera, niente pochette o clutch , magari genere “sto uscendo appena adesso dal lavoro”, casual insomma.

E, per finire, un bel rossetto rosso carminio, che ti permette di evitare ogni altro filo di trucco sul viso eburneo. Nella
hall c’è un brulicare di onorevoli meditabondi, attrici in perfetto anonimato tanto che fatichi a identificarle, giornalisti televisivi con squallide mogli appese al braccio, qualche attore, qualche regista. Saluti, discreta, e ti avvii all’ingresso di sala perché hanno suonato la prima campanella.

Nel teatro - tutto frange dorate e sfarzoso velluto rosso - ti defili al tuo solito posto, di sponda, tra le file d’angolo accanto all’uscita laterale, per qualunque tipo di emergenza: che so, una pipì improvvisa oppure un colpo di sonno perché è notorio, il teatro moderno spesso è incomprensibile, ovvero noioso…. Ti guardi intorno, scorgi il tuo professore di letteratura all’Università, candido nei suoi ottant’anni ma ancora dritto come un fuso, gli vai incontro per stringergli la mano, stavolta con gioia reale, ed ecco suona la seconda campanella e tutto piomba nel buio…

Oddio! Ce la farò a riguadagnare la mia postazione di guerra?

Le interviste di Priscilla

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Gulp, ho il cuore in gola, anzi, no, direttamente in bocca: la prima intervista che mi tocca nel nuovo corso è niendimenoché a….arf,arf…arf,arf…Richard Gere!
È di passaggio in Italia per un concerto…non suo, poverino, l’hanno invitato, lui è un buono, un buddista, si sa, accontenta tutti, .…arf,arf…

Caninamente ansimo mentre controllo gli strumenti del mestiere (se continuo ad ansimare così non mi resterà neanche una lacrima di saliva in bocca): registratore, pile di riserva qualora si scarichino quelle montate, anche se le ho montate appena adesso, mai usate, direttamente dalla confezione, bloc-notes e almeno sei tra penne e matite di riserva, qualora si scarichi lo scaricabile e sia costretta a procedere a mano, (detto tra noi, comunque per sicurezza mentre registro, prendo appunti)... arf,arf... Controllo per la centesima volta la sistemazione estetica che mi sono inventata (pantaloni a sigaretta di pelle nera, stivaletti neri, pull lungo color fumo di Londra con scollatura morbida che all’occorrenza scivola di lato scoprendo appena una bretellina di
lingerie rigorosamente nera, trucco tutt’occhi - eyeliner, kajal, ombretto e matita scura sfumata, sopra e sotto la palpebra- capelli radiosamente lunghi e sciolti, trattati dall’incomparabile mano di Stefano).

Arf…arf…arf sono ormai caninamente isterica, suonano al citofono, è la macchina, della troupe che mi passa a prendere; afferro la borsa di pelle nera, la sacca con gli strumenti e mi precipito. In macchina trovo il regista, l’operatore, un simpatico ragazzo di madrelingua inglese da me richiesto, nonostante i traduttori in cuffia, per "Diosaquali" intoppi nel mio non fluentissimo english language. Parlano tutti del più e del meno sereni come mare in bonaccia, io non ansimo per decenza, nel senso che non si vede e non si sente, ma dentro ansimo con tutta l’anima.

Finiamo in uno studio di via Teulada.

Ci attrezziamo, io ripasso sul foglio le domande preparate, gli altri sistemano macchine, luci, microfoni. All’improvviso la porta si apre e, introdotto da un oggi timidissimo e tiratissimo autore, eccolo là, Richard, in tutto il suo fulgore di anziano maschio bellissimo, candida chioma al vento, occhi gitani sulla pelle scura: adeguatamente acconciato, potrebbe fare il saggio antico Sioux di una tribù remota. Invece indossa un italianissimo Armani blu, è elegantissimo e felino nei movimenti come nei film che l’hanno reso celebre, e sorvola poi umanità con gli occhi come se non guardasse nessuno.

L’autore ci presenta, io tremo ma come posso gli stringo la mano, e poi ci sediamo su due poltrone bianche. Ci corredano di microfoni, auricolari, e lui gentilissimo lascia fare con regale
nonchalance, chiede solo umilmente un bicchiere d’acqua che gli viene subito recapitato con relativa bottiglietta. Siamo pronti, silenzio. L’autore fa il cenno del “via” e io comincio. D’improvviso non ansimo più, sfodero sicura la mia bella voce professionale mentre lo saluto e lo ringrazio per aver accettato il nostro invito. Lui ricambia assentendo con un sorriso prezioso che gli increspa gli occhi malandrini di sexyssime rughe d’espressione: è bello da morire, ma io sto lavorando e in queste occasioni non esiste niente e nessuno tranne quello che devo fare. Potrebbe essere lo yety, o il Papa, per me è uguale, non vedo che il mio lavoro. Con la sua voce morbida e velata risponde alle mie domande: noto una certa evasività, o dovrei dire leggerezza? Vorrei incalzarlo più a fondo ma lui non si lascia incastrare: sempre sorridendo, con gli occhi da sciamano e la classe di un redivivo Luigi XIV, sguscia tra le parole come un’anguilla e io mi rendo conto che è proprio questo il suo fascino, la distanza, l’inafferrabilità…..

Il tempo vola, l’intervista è finita. Ci liberano dagli orpelli tecnici, lui si alza, saluta, sorride a tutti e a nessuno e, guidato da un sempre più timido autore, svanisce attraverso la porta. Non c’è più. Solo allora mi rendo conto. Vorrei corrergli dietro, dirgli:”Ancora un momento, Richard, facciamo due chiacchiere. Perché non scendiamo a prendere un caffè?” Ma lui non c’è, si è smaterializzato, è come un sogno da cui ti svegli troppo presto….o troppo tardi.

Meraviglia di un lavoro, che ti fa annusare l’illusione ma non la trasforma mai in realtà!

Priscilla incontro all’autunno

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Due chiacchiere di Bon Ton

Allora, carissime! 

Splendida splendente, ho deciso che ricomincio da tre, e non solo per citare il mai dimenticato Massimo Troisi.

Tre sono le priorità irrinunciabili (dopo il coiffeur, il solarium, la palestra che non si mettono nemmeno in conto, senza non vai da nessuna parte).

Perciò: 1) Boutique, 2) Borsa e 3) Scarpe.
Bisogna che m’inventi un look adeguato a questo autunno che arriverà (prima o poi), tale da non disperdere gli splendidi risultati estetici conseguiti da Samos in poi.                                                                                           
Boutique significa abiti, pull, cardigan, gonne, pantaloni, sciarpe, da scegliere, secondo me, in maniera spiritosa e originale.

Non classica, buona per tutte e d’effetto per nessuna, ma efficace per te: provare e riprovare, fino ad azzeccare l’effetto KO, quello che stende e sorprende.

Perciò metto a punto un piano.

Prima tappa: dal giornalaio, dove compro le più belle e aggiornate riviste di moda, italiane e francesi con le ultime tendenze di stagione. Passo quindi un’intera domenica a studiare: concentratissima, attenzione al 100%, occhio vigile al minimo dettaglio. Mi faccio un’idea precisa di ciò che farà belle le donne quest’autunno.                  

Indi programmo una giornata “Grandi Firme”: ossia una lunga passeggiata con visita guidata a tutte le griffes più accreditate allocate nel centro storico, Fendi, Gucci, Dolce e Gabbana, Ferragamo, Prada e via elencando… Non compro nulla, guardo soltanto, continuo a studiare.

Ora che mi sono chiarita le idee, so dove andare.

C’è una stupenda boutique, sempre in centro ma molto appartata, che vende di tutto, dalle scarpe ai cappelli , inventati ogni volta con rispetto religioso delle raffinate tendenze della stagione. Niente griffe, tutto creato e costruito da loro. Originalissimo. Lì puoi trovare capi introvabili altrove, personalizzati da dettagli impercettibili ma significativi. A un primo sguardo anonimi. A prezzi non proprio minimi, ma accessibili.

Ho stanziato un budget, mi sono fatta una cultura su ciò che va e non va, e su ciò che può valorizzare al massimo i miei colori e la mia silhouette. Perciò capirete la mia gioia quando, scelti i capi, passo un’intera giornata a provare questo e quello, o quello con quell’altro, davanti allo specchio…..Che goduria, ragazze, ogni volta che faccio centro!

Questa è vita!

Quando esco di lì, sfiancata ma vittoriosa, mi sento la regina di Saba: con il mio sistema, mi sono conquistata l’impero dell’eleganza e della bellezza almeno fino a Natale!

Priscilla va in Grecia #4

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Ragazze mie, questa vacanza in Grecia è stata proprio tonica.

Sono tornata da due giorni e ogni volta che mi guardo allo specchio sobbalzo: chi è quella?
Ma sono io, sono io, quella sconosciuta!

Sottile come una silfide, nera come cioccolato fondente al 90%, con i capelli più biondi che rame, un color Tiziano insomma. Manco avessi fatto una settimana in una SPA…E certo: stavo in acqua tutto il giorno nuotando come una dannata, in tutti gli stili possibili e immaginabili, poi mi buttavo al sole senza fiato sulla battigia perché sulla sabbia si cuoceva. Sia in acqua, sia fuori, il sole si lavorava pelle e capelli, aiutato dalle mie sceltissime creme balsamiche.

Alle ore dei pasti la nonna di Caterina ci ammanniva insalata greca con la feta, pesce arrostito, pane, melanzane, niente dolci e niente gelati: una dieta ferrea che nessun  nutrizionista a Roma sarebbe mai riuscito a farmi fare, e che dovevo per forza ingurgitare perché non c’era altro.

Il fatto è che il nuoto mi affamava, i profumi di menta, timo, finocchiello, origano sul cibo, dentro e fuori casa, mi davano un’ebbrezza sensuale e perciò mangiavo in uno stato di pura beatitudine e trovavo tutto buonissimo.

La sera, io e Caterina, sedute sulla sabbia, dopo aver contemplato il cielo carico di miliardi di stelle sbrilluccicanti, tante quante si riflettevano nelle ondine gentili del mare, e dopo aver goduto a lungo del freschetto della brezza marina, cascavamo felici sulle lenzuola croccanti di lino grezzo annientate da un sonno profondo.

Risultato? Mai nella vita sono stata bella come in questo momento, pelle di seta, capelli d’angelo, occhi come acqua chiara.                                                          

Considerazioni? Priscilla, allora puoi, ancora puoi…. ( sedurre un maschio piacente) . Palestra, lettino solare, dieta strettissima, cambio del parrucchiere, per esempio andare da uno bravissimo, tipo Stefano, che ti fa i capelli color tiziano, sani e luminosi….

Il giorno dopo sono al telefono e già mi intrigo in un garbuglio di appuntamenti per la prossima settimana, per questa dovrebbe bastare l’effetto Samos. Tanto, prima di tornare al lavoro, mancano ancora quindici giorni…Già mi immagino la faccia delle colleghe, giallo limone, e quella dei colleghi, rosso di fuoco, all’apparire della rinata Venere di Milos….

Che lavoro faccio? Un bel lavoro, sono giornalista Rai, collaboro a un programma molto popolare, naturalmente dietro le quinte.

Un bel lavoro, e un ambientino….Vi racconterò.

Priscilla va in Grecia #3

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Due chiacchiere di Bon Ton

Niente paura, ragazze: la nonna di Caterina ci sta aspettando immobile su una sedia accanto alla porta della sua abitazione.

Rosa con le persiane celestino chiaro l’abitazione, nera da capo a piedi la nonna: capelli nero corvino con qualche striatura bianca, raccolti a chignon basso sulla nuca,occhi neri, abito nero, zoccoli neri, mise da perfetta vedova mediterranea. Nera nella notte nera, ecco perché non l’abbiamo vista subito…. Con lei ci aspettano, sulla tavola a piano terra , piatti di insalata greca, tzaziki, tazze di yogurt greco, che ha la consistenza del mascarpone, vasetti di miele, noci, fichi, fette di pane nero, brocche di acqua gelata…

Trangugiamo senza quasi salutare. Saziata la fame primordiale, finalmente l’abbracciamo e lei, alta, grassoccia e solida come un’antica matrona, ci stringe al vasto petto esclamando ogni volta “Kuklamù! Kuklamù!”. Caterina traduce svelta “Bambola mia! Bambola mia!”, poi domanda alla nonna del letto. La nonna fa cenno “di sopra”. A razzo c’infiliamo per le vecchie scale, ci schiantiamo sopra due lettini nella prima camera a destra e, ciao, nonnaa!, ci abbattiamo in un sonno apparentemente senza ritorno…

Quando ci svegliamo, a giorno inoltrato, ci rendiamo conto che il mare è dietro la nostra finestra, anzi dietro una fila di tamerici e alberi che sbucano dalla spiaggia davanti alla nostra finestra. Le onde vanno e vengono con un fruscio leggero, che sembra un arioso respiro di sollievo. Vocine di bimbi urlano, di piacere o di paura, da un altro spazio, nel silenzio stranito dalle cicale di mezzogiorno.

Che aspettiamo? Senza nemmeno lavarci, ci spogliamo e indossiamo il bikini. A piedi nudi ci precipitiamo giù e sbattiamo contro la nonna, che ci attende immobile, in silenzio. Ha aperto la porticina sul retro e con l’indice ci mostra la via del mare: che dire?                                                      

Corriamo fuori, accecate di sole, e in due secondi siamo sulla spiaggia: è calda, candida, fatta un po’ di sabbia e un po’ di pietre bianche come il gesso. Non c’è anima viva intorno a noi.                                                                                                                   

Ci stendiamo sotto un albero, e le onde ci lambiscono i piedi come una carezza, dolce e calda, mentre una brezza lieve gioca pigramente tra le ombre dei rami.                                               
Che aspettiamo? In acquaaaaa!                                                                  

A testa in giù, fino in fondo, nel chiarore di una trasparenza limpida che ci lavi dai nostri fardelli e da tutti i nostri peccati!

Amen!

 

Priscilla va in Grecia #2

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Due chiacchiere di Bon Ton

Ragazze mie, che pacchia questa Grecia!

Sbarcate a Samos alle h 23 dopo 15 (dico 15!) ore di viaggio da Atene e lunghe soste nei porti delle isole dell’Egeo – bellissimo, capiamoci, ma una fatica quel sottofondo di chiacchiericcio a mitraglia di greci di tutte le età, cui s’intrecciano  pianti di lattanti straniti,  cinguettii di canarini in gabbietta e  miagolii di gatti avvolti in sporte di paglia – morte di sonno e di stanchezza, alla ricerca di un letto qualunque, ci fiondiamo di corsa  in un taxi sgangherato.

Al taxista, che parlucchia un inglese stenterello, tale e quale il nostro, chiediamo di condurci a Ireon, il villaggio della nonna di Caterina. L’isola è grande e abbiamo attraversato prima una montagna, poi un delizioso porticciolo tutto lucine tremolanti nell’acqua e yacht, poi una deliziosa stradina lungo la costa, immersa nei profumi della salsedine, della liquirizia, del timo e dell’origano, dei gelsomini, della notte mediterranea, insomma.

Finalmente il taxi si ferma in un villaggio di pescatori raso costa, a ripa di mare, che non può attraversare causa strettezza della via sterrata che divide le due file di casette monopiano che lo compongono. Chiediamo al taxista timorose - attraversamento notturno di un’isola - quanto vuole e lui fa “tre euro”, sempre in quell’inglese stenterello, per timore di non aver capito bene, gli rifacciamo la domanda ma lui, beato, ci conferma “tre euro”.

Ci affrettiamo a pagare per timore che cambi idea o capisca di essersi sbagliato, e ci gettiamo in strada con i nostri zaini. Lui fa manovra e se ne va e noi restiamo sole, nella notte deserta, fra il concerto dei grilli e il rumore leggero delle onde, sotto la luce della luna e il solito cielo mozzafiato per quanto è carico di stelle!

E ora dove la troviamo la nonna?

Priscilla va in Grecia

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Due chiacchiere di Bon ton

Carissime, questa volta la proposta è seria, si va in Grecia!

La mia amica Caterina, la cui nonna è greca, precisamente dell’isola di Samos, mi ha invitato ad andarla a trovare insieme con lei. Sono pronta in un fiat, ho gettato in un sacco costumi da bagno e pareo, non serve altro , pare. Per il viaggio indosso una canottiera bianca e un paio di shorts di jeans, più le infradito capresi. E’ tutto. Raggiungiamo insieme in treno Ancona, dal cui porto un mastodontico traghetto greco bianco e rosso ci accoglie nel suo ventre brulicante e misterioso. Ci sistemiamo sul ponte e mangiamo i panini che abbiamo preparato. E’ il tramonto, seta rosa su sfondo azzurro il mare, nel cielo lunghi stracci di nubi di soffice garza rosa. Un trionfo di colori preziosi e sfumati. Già godo, come sono felice! Recintiamo coi parei le nostre postazioni e ci facciamo un giretto all’interno. C’è un micro casinò, con tanto di croupié, e io vengo risucchiata dal fascino irresistibile delle macchinette. Mi accomodo davanti a una, non dopo aver cambiato pochi euro per il golosissimo secchiello trabordante di gettoni. Caterina mi segue esitante con sguardo critico, lei non ama il gioco ma mi lascia fare, e infatti, dopo qualche giro un po’ si’ e un po’no, eccoti là che ti becco i tre cocomeri allineati e contenti, cui segue lo scroscio inarrestabile delle monetine. La macchina vomita, vomita vittoria e io ballo da sola pazza di gioia. Da sola perché Caterina non mi offre né aiuto nella raccolta delle vincite né alcuna espressione di partecipazione alla mia contentezza.

Carico ben tre secchielli di vincite e vado a riscuotere.”Sono ottocento euro”, mi fa la contabile senza una piega. Sto per partire per un altro sirtaki di gioia, ma la mano gelida di Caterina si posa ferma sul mio braccio:”La Grecia è un paese povero!”, mi soffia sottovoce ma con grande severità. La guardo e capisco cosa mi sta chiedendo. Lo trovo ingiusto e fuori luogo, non rinuncerò alla vincita, chissà quanto hanno guadagnato prima con le perdite degli altri. L’impiegata continua senza una piega a trasformare la mia vincita in euro. Un bel mucchio. Mi sembra un sogno, non ho mai vinto al gioco.

Invito subito Caterina al bar per brindare, ma lei declina gentilmente e si dice preoccupata per le nostre postazioni, abbandonate da molto tempo. Torniamo sul ponte. E’ scesa la notte: il cielo è uno spettacolo incredibile, tutto stelle, e il fruscio delle onde contro la chiglia della nave rende l’atmosfera magica, anzi mitica. Ci sdraiamo a terra sui pareo, poggiamo la testa sullo zaino, e restiamo lì a farci portare dal cielo, dal mare, dalle stelle,dal silenzio, nel buio sacro della dea della notte. Nessuno parla, stiamo tutti intenti a resistere al sonno per goderci lo spettacolo il più a lungo possibile: e quando ti ricapita? Alla prossima, amiche care…….

 

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