Festeggiamenti Social

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Chiara Ferragni e Fedez si sposano.

F&F.

Che per me sta per Fottesega Festival.

Proporrò all'Accademia della Crusca "Fottesega" come termine da usare per indicare l'iperbole massima del contrario di "invidia".

Questo matrimonio proposto durante il concerto e sulla scia del trentesimo compleanno della famosa fashion blogger, sinceramente non mi ha scosso granché.

Leggo, faccio una smorfia, passo oltre.

Fate le smorfie e passate oltre.

Non è la vostra vita, non la sfiora neanche.

Non avete avuto l'intuizione geniale di farvi le foto con la roba che mettete e pubblicarla in un blog dieci anni fa, ormai è tardi. Ci ha pensato lei, la ragazza che ha più capelli che carne, più ufficio stampa che buongusto.

Smorfia e passiamo oltre.

Ha compiuto trent'anni e ha noleggiato un'intera carrozza di un Frecciarossa, festeggiando in un angusto corridoio intasato di palloncini rosa. Trenta amici selezionati si sono beccati un viaggio in treno, da Milano a Venezia, costretti a mettersi in tiro in mezzo a gente vestita da profuga, per sorseggiare champagne con gli scossoni e le fermate e farsi vedere da quelli in attesa sui binari, sbrattare nel porta bottiglie e pulirsi con la rivista di Trenitalia.

Poracci. Smorfia e fottesega.

Al suo party c'erano i cartonati a grandezza naturale e le felpe con il suo nome per farsi le foto, per i veri fan. Confermando che tutto quello che ruota attorno alla Ferragni non è la moda, ma il marketing, possibilmente 3.0.

Quindi? Fottesega.

Il brillocco mostrato in tutte le salse, le foto della proposta durante il concerto, le reazioni dei social. Ma davvero sposarsi con Fedez è una cosa che vi fa tanta invidia?

A me per niente. Felici loro, felici tutti.

Sinceramente mi frega un filino di più dei 60 anni della D'Urso, che si mantiene fresca come una braciola appena scongelata, la pelle liscia, ben cotta e brasata dalle luci nucleari che le sparano in viso ogni giorno, magra e ben tenuta grazie ai suoi consigli scrupolosamente riportati nei suoi libri. Li avete sfogliati? Non ci sono mica pagine di trucchi, esercizi e ricette! Sono tutte le copie dei bonifici milionari di Mediaset.

Ecco, di lei sono invidioso.

La D'Urso mi fa rosicare, perché non la sopporto, ma non riesco a esserle indifferente, è troppo aliena, è un organismo che emana radiazioni di qualunquismo e furbizia.

Che poi il suo vero segreto devono per forza essere le faccette, le smorfie che fa, sono quelle a mantenerla giovane.

Per cui, fottesega ragazzi, fate sempre smorfie e andate oltre, chissà che a forza di indifferenza non si arrivi anche noi a 60 anni come Barbarella.

 Fabio Cicolani

 

Addio Las Vegas

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Britney dice addio a Las Vegas. Dopo quattro anni di residenza, la principessa del pop, dei flop, del popper e delle poppe rifatte, dice addio alla gabbia dorata d’America. Quattro anni fa debuttava nel suo “Piece of Me” con la parrucca e gli addominali disegnati in una scenografia hollywoodiana, circondata da ballerini che, come prestigiatori, cercavano di coprire le sue defaillance danzerecce, le zip esplose, i pochi otto - scoordinati come completi di Intimissimi - e le cadute rovinose dai tacchi della zia. Sì, perché per la Spears, c'è stato un Prima e Dopo Beyoncé, a.B e d.B.

All'inizio furono sneakers e capezio. La nostra energica Britney si scatenava con le sue spalle rigide e braccia dinoccolate in scattosi giri alla seconda, annusamenti di ascella e break puliti.

Poi arrivò lei, Beyoncé, e niente fu più come prima.

Lei si muoveva come un angelo porno, in perfetto equilibrio, sensuale, sinuosa. Nessun tentennamento, inciampo o barcollamento.

Fluida e potente sui suoi tacchi a spillo rigorosamente 12, scatenata con i suoi fianchi generosi perfettamente bilanciati e piantati su due stuzzicadenti.

Niente fu più lo stesso.

Britney e le altre non avevano più scuse.

Dovevano imparare a ballare sui tacchi, essere sexy come B, sicure come B, potenti come B.

a.B. la terra era sotto i piedi.

d.B la terra era a 12 centimetri.

Ci fu il tracollo. Britney non era preparata, non aveva avuto una madre che fin da piccola l'aveva lanciata in velocità sul tacco a correre e cantare, imparare ad ancheggiare anche sott'acqua, in alta quota, a essere sexy con ogni tipo di parrucca full lace, a indossare pance finte per non rovinarsi il fisico con le gravidanze.

No, lei era una di noi, beveva frappuccini, indossava extensions sbilenche, andava negli autogrill in infradito o meglio ancora scalza, le sue griffe erano le bancarelle.

Allora c'è stato il barcollo.

Issata sui tacchi, Britney ha dovuto rimettersi in sesto, imparare di nuovo a volteggiare e fare i giri alla seconda mantenendo lo spot nonostante gli antidepressivi e la forza di gravità, che non è come la legge, non è uguale per tutti.

Non è stata più la stessa, Britney, d.B.

Il mondo, non è stato più lo stesso, dopo quella camminata incrociata in Crazy in Love.

Rigorosamente su tacco 12.

Ma questo non è un addio, badate bene. Solo una pausa. La nostra diva sbilenca, infatti, si sposta solo di qualche metro. Quattro anni al Planet Hollywood e nel 2018 si va in un altro casinò con uno show tutto nuovo ma con le stesse canzoni. Perché nessuno può mettere Baby one more time in un angolo. Se non in un angolo coperta di soldi e calze lucide contenitive.

 

Fabio Cicolani

 

 

Walt Disgay

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Tutti con i forconi a dare addosso al povero Bill Condon che ha osato annunciare che Le Tont è il primo personaggio dichiaratamente omosessuale della storia della Walt Disney.

Io mi arrabbierei perché, se è davvero così, allora è ingiusto che il primo uomo gay della Disney sia brutto e scemo.

Che poi, la vera genialata di quest’uscita, non sta nel dire che sia gay, ma, badate bene, che sia dichiaratamente gay.

Perché diciamocelo chiaro e tondo: la storia dei classici Disney, è tappezzata di personaggi velatamente omosessuali.

A partire dal primo principe, quello di Biancaneve, che si presentava dalla sua bella con i leggins tortora e lintera palette di Mac - Famme Fatale sulla faccia. E con il pugnale molto corto.

Il belloccio blasonato, fiero delle sue cosce ben tornite da estenuanti sessioni di GAG, si innamora di lei sentendola cantare: non per i suoi modi da profumiera e i vestiti da zozzona, no. Per la sua voce intonata. Tanto che si unisce a lei in armonia, come in un musical.

Poi il principe sparisce, per tornare sul finale e baciare Biancaneve nella teca. È chiaro che non è la situazione drammatica a coinvolgerlo, ma la possibilità di avere una principessa Disney, a grandezza naturale, nella confezione originale in vetro temperato. Dai su.

E il principe di Cenerentola? Uno scapolone d’oro che viene costretto dal padre - il quale sa benissimo che alle dame, il suo erede, preferisce di gran lunga i cavalieri - a trovare moglie pur di avere un nipotino. L’interesse del principe, che converge pericolosamente nel feticismo per le scarpe da donna immettibili peggio delle Laboutin, è così inesistente che il ragazzo non mette alcuna specifica nell’invito al ballo: basta che siano in età da marito. Traduzione: basta che respiri senza la bombola d’ossigeno. Non importa che sia un bidone, che sia l’anello di congiunzione tra una donna e un chihuahua - ovvero le sorellastre di Cenerentola - che si sia rifatta le tette o le manchi una gamba o porti la parrucca, purché sia in età da marito e possa fornire una dignitosa copertura dalle malelingue.

Il Principe Filippo? Anche lui amante dei leggins stretti sul cavallo e che si innamora di un’ingenua - molto ingenua - contadina che va per il bosco scalza, con un cesto che era già pieno quando è uscita di casa, e le basti ballare abbarbicata a un gufo col mantello. Il principe avrà pensato sicuramente “questa non ha tante pretese, le basta poco. Può stare in casa a fare i pigiama party con le fatine mentre io me la spasso agli afterhours di Malefica e nelle sue segrete, ristrutturate a Dark Room”.

Lasciamo stare i principi? Ok. Parliamo di coppie di fatto, come i vecchi Fido e Whisky che attendono la dolce Lilly sotto il portico, sonnecchiando e pensando ai bei vecchi tempi in cui si scatenavano al ritmo di YMCA.

C’è un mestiere più gay del direttore di cori femminili? Faccio fatica a immaginarlo. Chi ricopre questo ruolo ne “La Sirenetta”? Sebastian, un granchio travestito da aragosta in umido, dai modi raffinati e la polemica facile. Sebastian sbatte le ciglia, fa la spia a Re Tritone e se la sghignazza con sirenette principesse. Gli manca solo il boa di struzzo e può tranquillamente organizzare un vaudeville a tema fritto misto.

Ma di comprimari con le chiappe chiacchierate ce ne sono in ogni classico Disney, vogliamo parlare di Pena e Panico? Pazzi dei sandaletti di Hercules e dei suoi articoli firmati?

I villain Disney, poi, sono da sempre territorio di apoteosi omosessuale. Come il Governatore Radcliffe, che non disdegna piume, gorgiere e lunghe parrucche boccolose, in pratica un’enorme drag queen seicentesca nel nuovo mondo. Come se non bastasse se ne va in giro con un carlino. Un carlino! Uno di quei cagnetti con l’affanno costante e il muso da meme di Facebook.

Valentino, lo stilista Valentino, ne ha undici, credo. E lui sarebbe un perfetto Governatore Radcliffe, tra l’altro, pronto a coprire i prestanti indiani con pantaloni di gabardine e poncho tricot.

Non parliamo di Frollo! Ne “Il Gobbo di Notre Dame” è la peggior checca isterica con le sopracciglia alla Joan Crawford che si possa incontrare. In pratica Enzo Miccio nella Francia del 1500.

C’è una velata anche nel mio film preferito “Le Follie dell’Imperatore” che, tra l’altro, ha portato sullo schermo una vera icona gay, Izma, doppiata in Italia dalla immensa Anna Marchesini. L’imperatore Kuzco è una super diva che snobba promesse spose bellissime per concentrarsi solo su se stesso, sulla sua musica, sui suoi movimenti sexy e il fatto di non essere abbastanza al centro dell’attenzione, una specie di Tiziano Ferro.

Kuzco, tra l’altro, coglie la prima occasione utile per vestirsi da donna e fare la diva pure in una locanda di quart’ordine.

Insomma, non capisco tutto questo clamore per un personaggio dichiaratamente gay. Anzi, era ora! La Dinsey ha fatto film su gobbi, nani, anziani, burattini, elefanti, cani, gatti, topi, pesci, robot, scimmie, lemuri e facoceri scoreggioni, dinosauri rimbambiti, alieni pestiferi e mucche alla riscossa.

Sta a vedere adesso che un uomo che porta dei leggins con fierezza, vi turba.

 

 

Facciamolo Nudi

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All’inizio c’era l’Eden e vestirsi era facile. Una foglia di fico e via.
Per alcuni è ancora così, come Lil’ Kim, che mette due stelline sulle tette e va sul Red Carpet.
Però, all’epoca, andarsene in giro nudi era la normalità, fare le cose nudi, era la normalità.
Poi, Eva si è stufata di fare la dieta Dukan ed è voluta venir via, come quando iniziano a mancarti le puntate di Montalbano mentre sei nel bel mezzo di un una gita sull’elefante nella giungla del Myanmar e devi per forza volare a casa.
Oggi, la moda di fare le cose nudi pare sia tornata.
Il primo nella nuova serie di mestieranti accaldati è il cuoco italo-peruviano Franco Noriega. Se non l’avete ancora visto, vi consiglio di recuperarlo e se vi aspettate un imbolsita montagna d’uomo, tutto barba e manone come Cannavacciuolo, resterete piacevolmente sorpresi. Il buon Noriega di Cannavacciuolo ha forse soltanto i denti del giudizio in ritardo. Diciamo che Noriega assomiglia più a un modello che ha scoperto di avere una cucina in casa, che a un cuoco. Infatti, l’unico merluzzo che vedrete nel suo bancone Franco Noriega lo tiene sballonzolante nei boxer, perché lui prepara solo frullati, estratti e bibitoni proteici vegani. Diciamo che ce la mette tutta per distrarti e non farti guardare quello che combina e il risultato finale assomiglia pericolosamente a quello che mia nonna versava nel trogolo dei maiali.
No, gli attrezzi che Franco Noriega usa di più sono quelli della palestra, e, infatti, nei suoi video si vede molto di più la grattugia dei suoi addominali che quella per le scorze di limone, o il tagliere dei suoi pettorali più che quello dove affetta le banane e mescola la quinoa.
Un altro che ha seguito il minimalismo ormonoso dell’abbigliamento è il violinista Matthew Olson, conosciuto su You Tube come Shirtless Violinist. La sua specialità è imbracciare l’elegante strumento e suonarlo egregiamente in location molto suggestive.
Cosa che finisce per fare chiunque lo vede nei suoi video: imbracciare il proprio strumento e suonarlo più o meno elegantemente finché la sonata non arriva al climax, per entrambi.
Sì, perché come la giri la giri, questi qui hanno trovato il modo per attirare l’attenzione su di loro facendo altro, ma con meno vestiti addosso possibile, cavalcando l’onda pruriginosa dei naviganti, sempre affamati di fisici scolpiti, che popolano le fantasie di tutti.
Perché, nelle nostre fantasie, nudi si può fare tutto e appari sempre in splendida forma. Mai una volta che Franco Noriega si schiacci la banana nel cassetto dei mestoli o Matthew Olsen inciampi e faccia disperdere il suo archetto in un orifizio a caso del suo fisico lucido di unto del Signore.
Provateci voi ad apparire sexy mentre mescolate la bernaise che impazzisce a guardarla o ripulite la trippa alla romana. Riuscireste a essere sexy mentre suonate il flauto o il trombone?
Non è così semplice e questo perché i grandi artisti come i succitati, passano molto più tempo dall’estetista che in sala di incisione o ai corsi di cucina.

Nell’attesa che qualcuno trasformi in un tormentone mescolare la burrata in un caseificio con le tette o concimare l’orto con fertilizzante naturale con il birillo di fuori, voi copritevi, che il freschetto marzolino è bastardello assai.

Bye Bye Sanremo

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E pure questo Sanremo ce lo siamo sfangati.

È stata un’edizione contenuta, pur restando in un grosso contenitore. Un po’ come quei grossi sacchetti di patatine che poi hanno all’interno aria fritta e una manciata di petali di patata.

Di patata, in effetti a Sanremo se ne è vista, ma mai abbastanza. Giusto?

Infatti, qualcuno - il solito Adinolfi che, da solo, fa “qualcuno” - ha scritto che è stato un Sanremo troppo gay. Lo dice un po’ tutti gli anni, quindi forse lui è un po’ troppo ripetitivo, così come i suoi valori ematici sono un po’ troppo vicini alla trasformazione del sangue in strutto.

Se dovessi tirare le somme, le tirerei un po’ a caso.

Così ci pago meno tasse.

Avevo ipotizzato che fosse un evento epico la presenza di Maria all’Ariston: è stato un evento etico. Nel senso che ha portato un po’ di C’è Posta per Te, i coriandoli rossi della scelta di Uomini e Donne - che sono finiti in testa alla Mannoia - e tanti Amici di Maria.

Quindi, tutto sommato, è stata contenuta pure lei. I suoi outfit erano un misto tra un quadro antico sulla mensola del Grande Gatsby, ma con un tocco di modernità data dalle maglie della salute sotto le trasparenze, le canotte del nonno a contrasto coi pizzi e il cardigan da divano con pantalone della tuta sopra le perline.

Un po’ Maria, un po’ Zia Maria.

I cantanti? Facciamo un veloce excursus.

Al Bano, tornato al festival dopo numerosi tentativi, ci teneva a non vincere neanche quest’anno, per coerenza. Così ha portato una canzone dal suo repertorio, uno scarto che era finito tra le bottiglie d’olio della sua tenuta nel Salento, il Lambrusco che ha usato come tinta per i capelli e le camicie bianche delle quali non allaccia più il primo bottone dal 1972.

Elodie, ha cantato, posseduta da Emma Marrone, “Tutta colpa mia” e io non riuscivo a non pensare “sì, è tutta colpa tua, ma ce la stai facendo scontare a noi”. Coraggiosi e raffinati gli outfit, non si è spinta molto in là, così come la voce che ha le ottave della pianola Bontempi.

Paola Turci è stata brava, va detto. Vestita elegantissima, bella la canzone, ottima l’interpretazione. Mi tocca essere buono con lei, perché pare lanci scarpe con facilità.

Samuel è stato bravo anche lui, orecchiabile e stiloso il pezzo e i cappelli per coprire la calvizie. Giovane, diciamo. Non sono un fan dei Subsonica, ma mi dicono che lui sia uno che non ha giocato molto fuori dal suo campetto. La canzone si è fatta ascoltare, anche se non ho capito perché si ostinasse a rimanere di profilo come i rilievi degli antichi egizi e Lory Del Santo.

Fiorella Mannoia è quella che, di sicuro, ha osato meno di tutti. Si è presentata da Messia sul palco della musica nazionale con un compitino ben fatto, un pezzo, anche lei, dal suo repertorio e una musica che calzerebbe alla perfezione in un suo album di vent’anni fa. Lei sempre insegnante LIS, che con premura ti indica la terra dove cadere e la direzione in cui risollevarsi. Le mancavano solo le tavole della legge e poi il suo essere profetica l’avrebbe elevata a nuovo salvatore delle anime da benedire.

Nesli e Alice Paba sono durati quanto le patatine del McDonalds, che si sfanno immediatamente tornando alla loro materia d’origine: la plastica. Non ricordo neanche di aver sentito il loro pezzo. Quindi non posso dire nulla, se non che la somma dei loro nomi sembra una strana maledizione vodoo che però si è ritorta loro contro.

Bravo anche Michele Bravi, ma non riesco a giudicare il suo pezzo: continuavo a vedere in lui la trasfigurazione di Tilda Swinton con le sopracciglia di Cicciolina. Era una visione straniante in cui androginia e robotica si fondevano creando un ibrido alla A.I. Intelligenza Artificiale. Ho temuto che da un momento all’altro la faccia gli si smontasse rivelando i circuiti sottopelle. Bravo il make-up artist, quindi. Un’altro po’ di fondotinta e il povero Michele sembrava il fratello maggiore di Super Vicky.

Di Fabrizio Moro posso dire che il suo pezzo non era poi così male, solo mi ha infastidito quel graffiato nella voce che andava e veniva, un graffiato furbo diciamo, il raspo che ti viene quando hai la tosse secca. Portatelo via.

Giusy Ferreri si era fumata se stessa, tagliando la sua voce con l’Idraulico Liquido. Fastidiosa, un po’ come il suo outfit finale di animalier e catene dorate. Lo stile e la classe di una milf in disco, che entra fingendo di cercare la figlia e poi si struscia ai cubisti.

Gigi D’Alessio si è presentato con una canzone triste e malinconica, sperando di far emozionare il pubblico, finendo invece per far emozionare solo le ascelle. Il pezzo era triste e fin troppo lucido. Ah, no, scusate, quella era la sua fronte. Comunque ha preso con sportività la sua eliminazione, mi hanno detto. So che Sky ha mandato di corsa una troupe a Sanremo per girare alcune scene dello speciale su Gomorra con lui protagonista.

Raige e Giulia Luzi: a parte l’oufit che sembrava l’esame finale dell’Accademia di Belle Arti sezione Fashion, non ricordo molto. Bella la chimica fra loro due. La chimica aiuta sempre. Magari quella farmacologica, chissà.

Anche Ron si è presentato con un compitino ben fatto e una buona nuance del parrucchino che si mixava bene con i laterali. La canzone era buona, ma c’era posto solo per un primo della classe coi capelli rossi e hanno dato la precedenza alla donna con più ricci.

Ermal Meta ha portato un pezzo sulla violenza struggente, drammatico. Tematiche trattate con classe sulle quali non si scherza. Quindi non ho niente da scrivere in merito.

Un altro con un compito ben svolto era Michele Zarrillo, la canzone non era niente di innovativo, ma era arrangiata ed eseguita con classe e precisione. Lui si conserva bene e si veste con gusto. Non era un insieme da vincitore, ma un piatto di trofie al pesto al tavolo dei Big se l’è meritato tutto.

Lodovica Comello ha cantato una sigla di una trasmissione di Disney Channel, vestita con abiti fabbricati direttamente da Muciaccia durante Art Attack. C’è poco da dire, e molto da fare ancora. O magari anche basta.

Sergio Sylvestre, secondo me, ha cantato la canzone sbagliata. Sbagliato spingere così tanto sul range alto per la sua voce, sbagliato fargli cantare una canzone così pietista - sono brutto e piango perché mi hai lasciato - e un po’ da vecchio. Lo avrei preferito su sonorità più funky, magari azzeccando il tempo, non come disastrosamente ha fatto nella serata delle cover.

Clementino: ma che vuoi dire di Clementino? Povero.

Alessio Bernabei ha avuto la sua stoccata dal cameraman, che quasi gli estirpava il mento, e dalla classifica che lo ha bastonato. Direi che è abbastanza. Le sue giacche lo rendono piuttosto indifendibile, ma ci provo lo stesso: il pezzo in versione studio (perché lui dal vivo ha guaito) non è male. Anzi, visto che è il secondo anno che prova a infilare una canzone al Festival, nella speranza che la Vodafone gliela prenda in uno spot, facciamogli questo contratto telefonico così magari l’anno prossimo porta qualcosa di diverso, ma se pure non si ripresenta, ce ne faremo una ragione.

Chiara si è presentata dimagrita e terrorizzata. Belli gli abiti, forse troppo casti e misurati per la sua personalità. Così come questo look sbiadito da madonna pentita e la canzone che non decolla mai.

Di Bianca Atzei riesco a ricordare solo le lacrime, Max Biagi che veniva inquadrato più spesso di lei, le faccette di ceramica sui denti e la canzone che sembrava un pezzo di Orietta Berti con un arrangiamento moderno. Credo sia abbastanza.

Marco Masini: anche lui un compitino ben fatto e un look hipster che era a un passo minuscolo dal frate di Terracina. Bravo, però. Ma si sa, non si vince Sanremo con un compitino presentato come si deve. Marco, puoi fare di meglio.

Ultimo colui che è arrivato primo, Francesco Gabbani. Non ho fatto mistero della mia adorazione per lui sin dalla prima sera alla vista del maglioncino arancio. Il pezzo è una bomba, radiofonico, colorato e vivace. Lui è un vero animale da palcoscenico, con animale al seguito. Il pezzo tormentone c’era, il balletto pure, la presenza non mancava e anche il carisma. Vittoria meritatissima. Viva la scimmia nuda che balla.

A questo proposito, voglio dire che le polemiche che sono dilagate dopo la sua vittoria, che ha trovato schierati detrattori e sostenitori su barricate alla Miserables, è a dir poco ridicola. Spendere tutto questo tempo su un fatto così poco rilevante per le vite di tutti noi è un modo bieco di investire preziose risorse neurali. Tutte queste disanime un po’ forzate sul suo testo mi sembrano faziose. Mai che si chiami il diretto responsabile e si chieda a lui cosa volesse dire il suo testo. No, bisogna andare a scomodare illustri analisti - maddechè - che a suon di acidate scompongono le liriche e ne tirano fuori chi una boiata, chi un capolavoro.

Assurdo, non trovate? Si va a cercare il bianco e il nero e poi tutti al cinema a bagnarsi con le 50 sfumature di grigio.

Vorrei vedere questa foga da letterati a parafrasare il testo della Mannoia, a dire di molti, scippata del trono.

Ma lei ha avuto i coriandoli rossi della scelta di Uomini e Donne.

Direi che riconoscimento più alto di questo non poteva proprio arrivarle.

E che si accontentasse!

 

Il Bello delle Nonne

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Rimettere insieme i Ricchi e Poveri facendo una pera di Atropina al Baffo, sarebbe una dignitosa operazione nostalgia.

Richiamare le ragazze di Non è la Rai: quelle che vestivano Onyx e ora fanno le commesse da Terranova, e, soprattutto, quelle che, a forza di darla via per lavorare, se la sono persa e sono costrette a usare ‘Trova la mia iPhagiana’ per sapere dov’è. Ecco, riunirle tutte in un mandria-show sarebbe un’operazione nostalgia interessante.

Ma riportare in vita il Bello delle Donne è una riuscita operazione tristezza.

 

Ce la caveremo, col nostro impegno, le nostre capacità e… col cuore.”

Ah Luca, ma tte rendi conto d’a situazione? Altro che cuore, qui ce vorebbe ‘na bella botta de cu… [sguardo rimproverante della vecchia phonata] cuore, sì.”

 

Prendiamo in prestito alcune delle più frizzanti battute messe in bocca - soprattutto - alla Arcuri per punteggiare il ritorno de “Il Bello delle Donne - Alcuni (d)anni dopo”. La produzione, il regista e gli sceneggiatori si sono messi d’impegno, sfruttando al minimo le loro capacità e provando a realizzare un prodotto col cuore, sperando proprio in una botta di culo (lo posso dire, non ci sono vecchie phonate - e doppiate male - nei paraggi). Sì, perché, per dare vita a un prodotto così scadente, ti ci devi proprio mettere d’impegno.

 

Ecco qua, er panettone è ’n forno. So dde du mesi. Vado, che me se sta a bruscià ‘na cliente”.

 

Le prime quattro puntate sono andate in onda e la rete non sa se abortire il programma o portare a termine la rischiosa gravidanza. A me, sinceramente, un po’ gli occhi sono “brusciati” a guardare il pilota. Certo, uno passa ore e ore a consumare Netflix, come Cicciolina ai bei tempi da cavallerizza, e poi si ritrova con in mano una carotina baby. Non è esattamente la stessa cosa. A casa, la gente, un po’ il gusto se l’è fatto, non si inganna certo con qualche scintillio qua e là.

 

Tiè, guarda come luccica. Ce vojono l’occhiali da sole pe’ guardallo”.

 

Ma che è vero?”

No, è farzo come ‘r colore che c’hai in testa!”

 

Un po’ te lo chiedi, a un certo punto: sto guardando sul serio questa roba? C’è tanto sbrilluccicare di vetri in questa serie, di pelli diafane bruciate da fari dei naviganti, anche di notte, in una cantina, sottoterra.

Un’operazione quasi kubrickiana in cui l’orrore non è nascosto ma illuminato, un’operazione poco riuscita, come tutte quelle fatte sul viso di Alessandra Martinez, tirata in più direzioni come la pasta per la pizza e infine imbottita di lievito ialuronico.

Anche Anna Galiena non ha rinunciato ai fasci lunari piallanti. La Anna Botoxena è inseguita costantemente da un pallore quasi spiritico e anche un po’ spiritato, che dona alle sue faccette da emoticon uno spessore morbido e raffinato come il nuovo Pan Bauletto di Banderas.

 

Dottò m’ha fatto un regalo bellissimo… ’n confronto Babbo Natale è ’n tirchio eh?!”

 

Non mancano le battute della commedia all’italiana, prese direttamente dal Dizionario Devoto Oli Vanzina, che danno al tutto un’ aura molto più frizzante.

Frizzante come il vento del Polo Nord.

Freddure che farebbero mettere i pinguini in cerchio per scaldarsi a vicenda.

 

Il tuo pistolino è ancora più tirchio di te!”

 

Battute madri, che abbattono le pesanti barriere del maschilismo bieco e arido, che donano al femminismo una nuova coscienza di sé, mirato a denigrare la società patriarcale violenta e femminicida.

Che poi, io a quella Lalla Sciacalla - geni assoluti gli inventori - un pugno in faccia glielo avrei dato solo per l’orrenda pettinatura da strega Elvira, o, peggio, da Lory del Santo dopo un mese all’Isola dei Famosi.

 

Prima te phono, e poi te faccio a messa ’n piega”

Con le tue lacrime risolveresti il problema della sete nel mondo”

 

Paperotto cattivo”.

Paperotta egoista”.

 

Maschi: questi eterni trogloditi, dipinti come i veri nemici delle donne. Il revival di questa serie è fermo in partenza proprio per questo: non ha modernizzato alcun conflitto. Lasciare gli scontri sul piano della lotta fra i sessi - nel quale il cattivo è sempre l’uomo - rende tutto molto più vecchio e stantio, come il nuovo Rischiatutto, dove Fazio riesce ad essere perfino più demodè di Mike Bongiorno.

Un maschilismo che dà modo agli sceneggiatori di sfogare anche l’anima razzista di personaggi macchietta, al cui confronto le parodie della Premiata Ditta sono i Monty Python.

 

Qua o so negri o so rumeni”.

 

Allora nun è vero che i franscesi so tutti stRonzi”

 

Non eri morto te? Una di quelle malattie che vi prendete voialtri”.

 

Certo che so bravo a fa ‘r frocio”.

 

E poi ci sono le boutade che nessuno capisce, che dovrebbero risolvere una scena o darle il picco, ma lasciano solo la fronte aggrottata.

 

Sei solo?”

Come ‘n brocco davanti ar presepe”.

 

Me pare che stamo a fa’ er solletico a ‘na purce”.

 

O quelle non in italiano.

 

Se la signora vuole lasciarlo [il negozio], me lo deve scrivere per iscritto”

 

O quelle scontate.

 

È proprio ‘r caso de dì che non fa ‘na piega”.

 

O quelle profonde, che nascondo grandi verità dentro il crudo realismo.

 

La pagnotta è ‘mportante pe' tutti… ma l’amicizia, allora, che valore ha?”.

 

Rimane poco di questa operazione nostalgia con l’anca in titanio, le rughe spianate dalle luci abbacinanti e la Arcuri con i capelli di Xena.

La vecchia che si guarda il polso senza orologio al grido di “Oddio! Com’è tardi!”, quello della Tisanoreica che fa una battuta autoreferenziale e il romanesco, ripulito così, fa solo colore.

Marrone, solitamente.

Se quanno ve passa ‘a ridarella ve degnate!”.

 

Tranquilli, il problema non sussiste.

 

Pazzi contro Pazze

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In giro c'è gente pazza.

Ma questo si sapeva.

Se, poi, ai pazzi dài anche un profilo Facebook, allora la pazzia diventa delirio di massa. Sto parlando di Silvana De Mari, la donna - ...donna - il medico - ...medico - la psicoterapeuta - forse solo psyco - scrittrice di romanzi fantasy per bambini - ...per bambini - che in questi giorni si è fatta notare per una campagna, diciamo una guerra, contro i gay ed è partita - praticamente da sola - per una crociata contro il movimento LGBT.

E parliamo di post così deliranti, che offendono anche l'intelligenza dei gattini che si trovano, loro malgrado, a condividerci lo spazio nelle bacheche.

Silvana De' Matti sostiene che "l'omosessualità è un disturbo isterico: i gay si tirano addosso le feci e si infilano animali vivi nella cavità anorettale". Ora, capisco che infierire contro una che è in uno stato mentale così compromesso è come sparare su La Croce di Adinolfi, ma offriamo un adeguato sostegno pornografico a questa donna, perché le uniche feci che i gay ricevono addosso sono quelle che escono dalla sua bocca.

Inoltre, lei conduce una crociata inutile in solitaria, neanche con la sublime poetica di Don Chisciotte, ma con la spinta kamikaze delle Lollipop che vanno a Sanremo, o di Gianluca Vacchi a un raduno della CGIL. A dire il vero, non è sola:  Adinolfi è con lei e pure Costanza Miriano (quella di "sposati e sii sottomessa")! Ammazza che culo questa compagnia! Oh, se giocate a Monopoli, chiamatemi, magari facciamo una spedizione punitiva e gonfiamo di botte le battone di Vicolo Primo e le escort di Parco Della Vittoria.

La Silvaffa De' Mani parla di teorie scientifiche che l'Ordine dei Medici ha definito prive di fondamento scientifico e rosica, se qualcuno la contesta, come se fosse lei ad avere un animaletto vivo su per il sedere.

In un'intervista, ha detto che i gay sono contagiosi: secondo lei un bambino che vive una realtà in cui l'omosessualità è accettata, diventerà gay. C'è da sperare che anche il colore dei capelli sia contagioso, così lei, frequentando gente che ne ha di decenti, smetterà di averne uno da befana con le emorroidi, in testa.

La Silvaneggia De' Martiri paventa il pericolo di oscuramento della libertà di parola. Che non esiste. Non esiste come lo intende lei: ovvero la  libertà di seminare odio, diffamare le persone e diffondere teorie false e tendenziose al solo scopo di fare proselitismo e disinformazione. Beh, questo non solo non è permesso, ma è addirittura reato.

Perché, se io vado in un ufficio postale a insultare gli impiegati e fomento le vecchiette contro di loro, vengo arrestato.

Se, poi, queste vecchiette iniziano a picchiare i postini con i deambulatori, perché io le ho convinte che è giusto e legittimo, allora compio un illecito, che si chiama circonvenzione di incapace - se le vecchiette hanno pure l'Alzheimer - o semplicemente istigazione a delinquere, aggravata da crimini d'odio.

La cosa più deprecabilmente esilarante è che i bambini piccoli sanno già che ci sono cose che si possono dire e altre no, e mi pare così assurdo che lo si debba spiegare a una sessantenne plurilaureata: che tutto ha delle conseguenze e che, se uno, esaltato dalle tue parole, picchia il figlio omosessuale che non vuole proprio accettare, la responsabilità di quella violenza è tua. Allo stesso modo della crudeltà di un qualsiasi tormentone di Colorado, che dobbiamo sopportare, ripetuto allo sfinimento dai ragazzini.

Che poi, parliamo di una che ha fatto della scienza una missione di vita, che ha giurato di difendere la vita e aiutare a preservarla, mentre brandisce gli scritti di San Paolo e crede nel serpente che parla a una donna nuda per farle mangiare una mela, come se lei fosse Manuela Villa costretta alla dieta vegana; crede che uno può morire e resuscitare dopo tre giorni, come Bobo Vieri dopo un afterhour all'Hollywood; che uno può moltiplicare pane e pesci, come Benedetta Parodi fatta di acidi, e che si possa camminare sull'acqua senza pedaló.

Quindi di che parliamo? 

Sinvana De' Pazzi è una che ha trovato il modo per dare voce alle sue follie, attaccando una categoria che è sempre di moda e che odia il vittimismo e che, infatti, se attaccata, si sa difendere.

E posso dire che sono stufo? Con tutti i problemi che ci sono e gli argomenti contro i quali schierarsi, sempre a tirare in mezzo i gay, come se fosse sempre un argomento che interessa a tutti, che non si vede l'ora di affrontare. Ma lasciarli in pace? No? Niente? Non risponde, si starà infilando qualcosa di vivo su per la cavità anorettale.

E, secondo me, le piace anche.

 

Massacro a Sanremo

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Riesco a immaginare pochi eventi televisivi della portata di un Sanremo condotto da Maria De Filippi. Forse Mina, che torna in un show, in cui imita tutte quelle che l’hanno imitata negli anni in cui se ne stava in Svizzera a mungere le mucche della SIAE.

Oppure Barbara D’Urso con la Panicucci sull’Isola dei Famosi: senza trucco, senza luci nucleari e con l’unico passatempo di uccidersi a vicenda per avere un caso di cronaca nera di cui parlare.

Anzi, invece dell’Isola, trasformiamolo in un bell’Hunger Games, con anche Lorella Cuccarini e Heather Parisi.

Già mi vedo il sangue colare dalle ciocche di capelli strappate alla Cuccarini, che macchia la sabbia bianca dell’Honduras, insieme alla gamba della Parisi mozzata col machete per i cocchi; lì accanto, le bocce squartate della D’Urso che ruzzolano, strette nelle mani della Panicucci, strangolata con gli spaghi e avvolta nel telone di plastica come Laura Palmer.

Ecco: questo sarebbe un evento televisivo all’altezza della partecipazione di Maria a Sanremo.

Un massacro.

Sì, perché nonostante rappresenti un colpaccio non indifferente alla concorrenza – e, con l’accorpamento di Crozza nel team, anche più sanguinario - si preannuncia un massacro a tutti gli effetti.

Dell’auditel in primis, perché con una corazzata del genere fanno prima a trasmetterlo a reti unificate: a Mediaset, con la sua punta di diamante dalla voce di Barry White in onda sulla rete ammiraglia Rai, e a La7, privata del programma satirico più seguito, non resta che mettere in onda le repliche di Casa Vianello o di Victor Victoria. Quelle di quando la Cabello non era ancora scivolata nell’oblio, nel tentativo di coprire i grossi buchi lasciati dalla Ventura un po’ ovunque, tranne che nei suoi conti in banca.

Un massacro per i costumisti dell’Ariston, che non sapranno come vestirla da donna, visto che, l’unica volta che è andata, l’hanno pettinata, truccata e vestita da gran sera e lei sembrava Leo Gullotta che la imitava al Bagaglino.

Un massacro per i tecnici e il regista, che non sapranno come muoverla, visto che, di solito, nelle sue trasmissioni è ferma, stravaccata sugli scalini come un turista col jet leg sulla gradinata di Piazza di Spagna o inchiodata in una postazione come una cassiera del casello autostradale.

Un massacro per il palinsesto commerciale, per il quale dovranno fare affidamento sulla sua gestione dei tempi televisivi pari a quella di un predicatore anglicano logorroico.

Un massacro per gli sponsor, che dovranno contare sulla sua enfasi da venditore per rientrare degli investimenti, considerando che Maria, nelle televendite, sa essere convincente come Belen che dice sulle riviste: “io vado poco in palestra, mi mantengo succhiando carote e con impacchi di parmigiana di melanzane”.

Per non contare il massacro degli autori, che proveranno a scrivergli dei testi, che lei puntualmente non saprà seguire, andando a braccio anche nelle presentazioni dei cantanti e finendo inevitabilmente per mettere in discussione il loro banco e proporre l’eliminazione a seconda del giudizio di Tina Cipollari e Rudy Zerbi.

Un massacro sotto tanti punti di vista.

Un massacro che saremo tutti sintonizzati a guardare avidamente perché, come davanti a C.S.I., non riesci davvero a staccare gli occhi da qualcosa di irresistibilmente raccapricciante.

 

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